2026
043 – Fino all’ultimo smercio, a Maratea.
Maratìa
Maratìa, per piccina che tu sia fosti un poco casa mia.
Maratea
è un nome da inganno, ma senza fare troppo danno.
La
credevo la dea del mare, si svelò verzura finocchietta.
Una
operazione da puro marchettaro pubblicitario.
Fu pedagogica
educatrice di filiere e usi antichi.
Terra
vergine senza troppi stupri ricottari.
Solo
tentati conti dalla dea poi rigettati.
Era
terra di formaggi verze e povere ricotte.
Ornate
solo di quei bei cestelli fatti di fuscelli.
Da
lì nasce la mia definizione di ricottaro.
Oggi
inteso anche come pappone, o
appropriatore.
Per
estensione è il capitalista detto sciur ma spesso a torto.
La
ricotta monta da sola mentre il ricottaro conta la grana.
Perciò
è colui che ricava profitti anche extra senza fatica.
Guadagni
lontani dal cosiddetto giusto solo per suo gusto.
Una
parentesi di extraprofitti vaga ora ella neurosfera.
Quali
siano quelli giusti ci penseremo dopo.
Per
ora si ricordi che ad ogni passaggio di produzione e smercio resta attaccato un
cicinin di plusvalore.
Sembra
roba da Unione Sovietica, dicono.
Ma
magari, finalmente un po’ di sano esproprio proletario.
Ora
ritorno sulla dorsale della statale tirrenica.
Arteria
maestra prima che si facesse l’autosole.
Per
consegnare tanta più merce sulla gomma stradale.
E
arricchire i giganti ricottari.
Casa
nostra dava sulla curva più parabolica, iperbolica.
Grandi
querce la nascondevano dietro il guardrail.
Era
pericolosa da passare a piedi perché era curva cieca.
Più
in basso in contrada Fiumicello c’era la verdumaia Olimpia.
Era
un primo stadio di distribuzione organizzata.
Tanto
organizzata che è verità che delinqueva
Bilancia
truccata e tutte còse, era una capitalista ricottara.
Lei
aveva il vantaggio del negozio, capitale senza mutuo.
Un
po’ come una mignotta che lavora con il capitale bocca.
Così,
i prezzi di Olimpia non avevano nulla di trasparente.
A
casa nostra però, agile come una capretta,
Fortunata
scavalcava il guardrail col suo panaro.
Con
quella voce che trase into ‘o cuore e te fà morì si annunciava.
Qualche
zucchina, pummaroli, freselle, basilico e uova fresche.
Per
le proteine, ancora non idolatrate.
A
volte c’era una gallina, viva.
Non
ti forzava a comprare come una puttana a cosce aperte.
Lei
aspettava, tu sceglievi, poi facevi tu il prezzo.
E
chiedevi se poteva andare bene.
Il
nostro prezzo andava sempre bene.
Padre
mi aveva insegnato il monetario rispetto contadino.
Mai
nessuno ci diede dei tirchi, credo.
Altri
turisti credevano di dovere trattare.
Erano
di specie contagiosa ricottara.
Oggi
mi stupisce che questo sia il principio di AIpay del Cybratto.
Ho
un euro chi mi dà più zucchine.
AIpay,
io pago, e quindi pretendo.
Perché
io so.
Una
concorrenza dal lato offerta.
Basata
sulla conoscenza.
E la
gallina?
Ah
no, se la volete le tirate il collo voi.
Quello
è’ un extra servizietto.
Ma
manco cecato, pensavo pensando alle gustose cosce.
Quanto
costa il servizietto?
Domando
ipocritico o ipocratico.
Stavolta
il prezzo lo fa Fortunata.
Sono
200 lire.
Proprio
perché siete voi.
La
gallina è un raro caso di capitale edibile e ovobile.
Assai
valevole, pertanto.
E se
non eravamo noi?
Allora
erano 100 lire, la metà.
Dovete
capiscere.
Noi
campiamo un mese all’anno.
Voi
siete turisti.
E’ il
prezzo giusto.
E
poi c’è il servizio a domicilio.
Vi
diranno che lo ha inventato la Grande Delinquenza Organizzata
Ma
invece è una invenzione à me, di Fortunata.
Fùmatto
Claudietto
100
anni di consuetudine.

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