venerdì 28 agosto 2026

2026 043 – Fino all’ultimo smercio, a Maratea

2026 043 – Fino all’ultimo smercio, a Maratea.

 

Maratìa Maratìa, per piccina che tu sia fosti un poco casa mia.

Maratea è un nome da inganno, ma senza fare troppo danno.

La credevo la dea del mare, si svelò verzura finocchietta.

Una operazione da puro marchettaro pubblicitario.

Fu pedagogica educatrice di filiere e usi antichi.

Terra vergine senza troppi stupri ricottari.

Solo tentati conti dalla dea poi rigettati.

Era terra di formaggi verze e povere ricotte.

Ornate solo di quei bei cestelli fatti di fuscelli.

Da lì nasce la mia definizione di ricottaro.

Oggi inteso anche come pappone,  o appropriatore.

Per estensione è il capitalista detto sciur ma spesso a torto.

La ricotta monta da sola mentre il ricottaro conta la grana.

Perciò è colui che ricava profitti anche extra senza fatica.

Guadagni lontani dal cosiddetto giusto solo per suo gusto.

Una parentesi di extraprofitti vaga ora ella neurosfera.

Quali siano quelli giusti ci penseremo dopo.

Per ora si ricordi che ad ogni passaggio di produzione e smercio resta attaccato un cicinin di plusvalore.

Sembra roba da Unione Sovietica, dicono.

Ma magari, finalmente un po’ di sano esproprio proletario.

Ora ritorno sulla dorsale della statale tirrenica.

Arteria maestra prima che si facesse l’autosole.

Per consegnare tanta più merce sulla gomma stradale.

E arricchire i giganti ricottari.

Casa nostra dava sulla curva più parabolica, iperbolica.

Grandi querce la nascondevano dietro il guardrail.

Era pericolosa da passare a piedi perché era curva cieca.

Più in basso in contrada Fiumicello c’era la verdumaia Olimpia.

Era un primo stadio di distribuzione organizzata.

Tanto organizzata che è verità che delinqueva

Bilancia truccata e tutte còse, era una capitalista ricottara.

Lei aveva il vantaggio del negozio, capitale senza mutuo.

Un po’ come una mignotta che lavora con il capitale bocca.

Così, i prezzi di Olimpia non avevano nulla di trasparente.

A casa nostra però, agile come una capretta,

Fortunata scavalcava il guardrail col suo panaro.

Con quella voce che trase into ‘o cuore e te fà morì si annunciava.

Qualche zucchina, pummaroli, freselle, basilico e uova fresche.

Per le proteine, ancora non idolatrate.

A volte c’era una gallina, viva.

Non ti forzava a comprare come una puttana a cosce aperte.

Lei aspettava, tu sceglievi, poi facevi tu il prezzo.

E chiedevi se poteva andare bene.

Il nostro prezzo andava sempre bene.

Padre mi aveva insegnato il monetario rispetto contadino.

Mai nessuno ci diede dei tirchi, credo.

Altri turisti credevano di dovere trattare.

Erano di specie contagiosa ricottara.

Oggi mi stupisce che questo sia il principio di AIpay del Cybratto.

Ho un euro chi mi dà più zucchine.

AIpay, io pago, e quindi pretendo.

Perché io so.

Una concorrenza dal lato offerta.

Basata sulla conoscenza.

E la gallina?

Ah no, se la volete le tirate il collo voi.

Quello è’ un extra servizietto.

Ma manco cecato, pensavo pensando alle gustose cosce.

Quanto costa il servizietto?

Domando ipocritico o ipocratico.

Stavolta il prezzo lo fa Fortunata.

Sono 200 lire.

Proprio perché siete voi.

La gallina è un raro caso di capitale edibile e ovobile.

Assai valevole, pertanto.

E se non eravamo noi?

Allora erano 100 lire, la metà.

Dovete capiscere.

Noi campiamo un mese all’anno.

Voi siete turisti.

E’ il prezzo giusto.

E poi c’è il servizio a domicilio.

Vi diranno che lo ha inventato la Grande Delinquenza Organizzata

Ma invece è una invenzione à me, di Fortunata.

 

Fùmatto Claudietto

Fortunato

 

 

100 anni di consuetudine.

 



 

 



 

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