mercoledì 19 agosto 2026

2026 038 – Marcello bello e il piano al Maraschino coi marscmello

2026 038 – Marcello bello e il piano al Maraschino coi marscmello.

  

Quanto fù bello il piano al Maraschino, Marcello.

Marachello, Marshello, Marscello, Marshmello, marcondirondirondello.

Ma come si chiama e quanto è lontana l’era di quegli Usa e getta nostrani.

La memoria tentenna e vacilla nel ricordo di quanto sembravano belli.

Invece ora cavalcano bombe e tra una e l’altra fanno pure dei piani.

La narrazione dell’orazione si è fatta più lunga, ma storta distorta infine più corta.

E bomba de qui e bomba de li si hanno fottuto pure il cavallo, del re.

Di trentaseimila e trenta sei che lui re ce ne ha. Oh.

Marcello il bello, bello, sono amici a te e a tuo fratello.

Tu continua a fare il giulivo giullare menestrello.

Bambinello bello nell’attesa t’ho portato il Maraschino.

Tradizione antica quanto fica.

Ma ricorda che non si può scherzare troppo a marachelle.

Altrimenti ti additano e ti urlano assassino, loro a me ma guarda te.

Perché hai imbriacato anche il bambino Nello, e ora tutta l’acqua è sporca.

Ma quanto sarebbe bello un novello piano Marscello.

Pronunciato con quello strascico di biascico imperiale.

Marschello, come here.

La matrona di Marscello abusava der sacro urbano fontanone.

La foresta inzuppa le gonfie puppe fino a Trevi come un trava.

Er fontanone è colmo di quella acqua che ammazza se t’arrazza, forse perchè piena di monetazze.

All’italico con la faccia delli mortacci è la fame che lo arrizza, fino appena dopo porca ariccia.

Marshello Marcellino dise la comare dal tono alpestre cisalpino.

Se fai il bravo e riponi l’uselino ti do pure un goccin di vino, col maraschino.

Marshello ghò capìo e oh se l’è beela la dolce vita; beh a chi non piase pure se un po’ dolciastra.

Ma tu non pissà minga per ripicca o invidia dentro nell’orgoglio capitolino della capitale.

Capitale, capitale, capitale.

Qui comincia l’avventura di quello spettro che ramingando nelle campagne arriva dritto nell’urbe.

E lì gli montano le turbe.

Fontane piene di dolce vita ubriacavano la nazione contadina ancora in ricostruzione.

Mancheranno a fine giostra solo le finite finiture di facciata.

Le sirene di cielo mare e terra lanciano ciechi echi e richiami a succhiare latte dalle puppe di foresti, da buoni travesti.

Poveri e contadine di arazza latina ciucciano puppe come gemelli con le lupe.

Tutto richiama la festa che profuma l’aria degli albori del miracolo economico.

Marcello, ma quanto è bella la dolce vita vitella.

Iii vitellii dei romani sono belli: vai o Vitellio dio romano al suono di guerra.

E’ latino chic.

Ce la siamo guadagnata la dolce vita.

Poi però con lo stesso nostro usèllo ci siamo acrobatici inculati.

E quanto ci ha inculato quel modello di mito che sei un eroe se stai leggiadro.

Che poi si evolse evinto nel moderno stai sereno.

Noi poveri si usciva dalla tragedia farcita di alleati che ci dovevano volere tutti bene, per diritto sine merito.

Ma la guerra persa era persa, scolpita nella memoria della storia.

Ci aiutarono questi Usa e getta svelatisi seriali psichiatrici bombardieri.

Era prevedibile per genti sterminatrici con la cultura di colt, cavallo e colonie

Le “tre c” come quelle del caffè quando come cazzo coce.

Grazie, prego ora faccio da solo.

E invece adesso te lo scordi e sei colòno.

I cieli erano stati pattugliati da rapaci falchi in attesa di bombardare ricostruzioni.

I mari sono di certo stati solcati in danze da barracuda, fino a che nuda suda ogni crazìa.

Ma andò vai se la res banana non ce l’hai, bella hawaiana attaccati alle puppe di trava repubblicani.

Era una importazione seriale di una cosa sola: la pummarola in scatola, che si conserva.

Ma nooo!

Cosa aveto capito, vi ho scherzato, mentre crepano cristiani e anime a frotte, che gusto cattivo.

Era questa democrazia sòla, condita di eleganza in sauce d’argeant, des autres, a debito flambè, olè.

E noi ancora li a vivere di journè, a sversare lacrime di corruzione, ups, intendevo commozione.

Ecco che entra in campo il nostro amato maresciall, quello che l’Usa e Getta ci ha donato.

Marshall come sceriffo per uno scherzetto di difetto di linguistica si confonde il tesoretto.

Quello che ha sparito fulminato dalle casse dello Stato, più di una reale estate.

Ho entrato la banca che per norma come il banco è sempre lei che sbanca e, và ava come lava.

Cerca cerca la targhetta della cassetta di sicurezza.

Scatoletta di taglio nano.

Una piccina lattina, yes they can.

Ma questi sono pezzenti fino ai denti o pure per venti.

14 miliardi a prezzo odierno ci ha donato il Marshall.

E tanta roba in conto vendita che chissà se è finita o ci si è inficcata come gene del piazzista.

Per l’Ucraina madre granaia ne servono 600 o o forse mille; il mediooriente è un buco nero.

E noi ancora grati per quell’AFI delle targhette sulle auto.

American Force Italy, ma che sei Usa o sei romano.

Il parlamento democratico noi me lo ho sudato.

Marcello, più che riccovery questa fu una caramella da uno conosciuto.

Anzi cosa dico.

Forse conoscendoci hanno rischiato solo qualche arrosticino di marshmellow.

Ammazza che puzza de bruciatura zuccherina, io me magno i vermicelli.

Usa e Getta siamo in fase di gettaggio, aggiottaggio, atterraggio.

Stringi il culo e pure i denti, che per dare a loro la way out ci troviamo al barbonaggio.

Al ricordo di Albertone viva i vermicelli pure per Marcello.

Dolce la vita dentro ai fontanoni, ahò.

Mò ci è il tre per due di noi mortacci.

Uno Sordi e l’altro muto come un Tomba.

E il terzo?

Quello è bello.

Faccia pure lo schiattamorto tanto il Cristo poi è risorto.

Ma mi faccia il piacere, disse principale il Totò.

E tenetevi i marshmellow.

Invenzione fica antica, pure quella saccheggiata.

  

Fùmatto Claudietto

' O mericano


 









 

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