sabato 15 agosto 2026

2026 035 – Vacca banzài, Samurài a Maratìa

2026   035 – Vacca banzaì, Samurài a Maratìa.

 

Fate la terra non fate la guerra.

Fate le isole non fate la guerra.

Samurai a Maratìa, che ciotèria.

Subtitolo : subaffitto che grande plaga.

Aspettavo di trovarmi il Cino da Lamezia.

M’è arrivato il levantino con lo zero.

Contate pure le isole come pecore del gregge.

Poi possiate dormire sine guerreggiare.

Seguite il grande ovino o restate isolati soli.

La notizia è deflagrante.

Scende in campo il sol levante.

E’ l’ultimo impero di quasi noi occidente.

Lì un uomo sòl emissarìa dal divìn, non col vino ma col sakè.

Brutta ciucca, AI ai me.

Questo è certo un bel problema

È questione di differenziale di devozione.

L’ingranaggio della trasmissione da loro gira oleoso oliato.

Quella è terra che per un suo movente ci si immola tutti al sole.

Commovente l’onore samurai sterminati al banzai.

Rotea e fende la katana.

E noi in mezzo a pensare porca puttana.

Fanatici zero alati si suicidano live sul palco della storia.

Mentre noi si sognava già la fine del sogno bruto.

Era una sorta di fanatismo contro fanatismo.

Un riferimento circolare militare, in divisa.

La divisa è aritmetica operazione aritmica.

Interrompe il quartiname e rimanda al mare, o forse al rame.

Quello di filo rosso col suo tipico tremore di calore.

Connettore di circuiti e valvolari svalvolati.

Allorquando mancava la calcolatrice.

E ci si arrangiava col pallottoliere.

E conta de qui e conta de lì l’imperatore disse sì.

Come l’uomo del monte, da cui un duca in Auge osservava la storia fluire.

Il levante impero conta isole in numero di 7.000, ben più di zero.

Asticazzi pensarono in tanti silenti.

Ma vai a vedere che ce ne vogliono fottere quattro.

Ma proprio quattro, o forse la memoria diceva cinque o otto.

Delle sette mila o mille mila che lui ce ne ha.

La maestà fu presa dal dubbio.

Prese uno zero di corsa travestito da un secondino.

Vacca banzai, cioti bonsai samurai.

Pensava a voce alta, tanto il ciotese era idioma di nicchia e poche pretese.

Sulla via del subaffitto dal Cino mica mi avranno fottuto un paio di scogli.

Pensava in particolare al Lucalabro spartiacque.

Al ben segretato e confinato scoglio di sangiovanni.

In cioto detto sempre come il santo italico.

Ma mimetizzato da un ingegnoso ingegnere, in ciotese fu detto Janni.

Che tanto la J è sorella dell acca e in italico mica esisteva.

Lo scoglio di Santojanni di Maratìa aveva un fulgido destino ad attenderlo occulto.

Arrivò l’imperatore e ne decreto il doppio valore.

E l’uno divenne due, sancì cantando di sei e di novi, se il 6 fosse 9.

Voleva moltiplicare come i pani ed i pesci quell’isola di scoglio.

Avrebbe creato il principio della catena di Antonio lu santo, non senza offesa del janni locale.

Quella trovata da Imperatore era roba tipo moltiplicatore monetario.

Ma senza spendere il grano della corona.

Le sue riserve in isole furono ricontate e raddoppiarono da 7000 a 14000.

Si congratulò e ne preparò una ottavina reale.

Poi tirchio come ogni regale disse che per i lucani ne bastavano un paio.

E si accinse ad annettersi tronfio il Santo, sempre Giovanni degli Ijanni.

Il lucano ferito di orgoglio impùgnese ‘u còltelluse.

Fendente di qua e fendesso di là lo denudò della katana dal tono imperiale.

Una volta sconfitto lo ricacciò sul suo zero.

Leale al patto già fatto con il Cino termale a Lamezia.

Fu così che santojanni rimase solo un singolare improbabile scoglio.

Riparo per triglie.

Mentre il Giappone abortiva il filotto.

E ogni imperiale taccagneria alla guisa dell’Usa e getta.

Per quattro scogli contesi.

Di ventiquattromila che lui ce ne ha.

Ma quelli sono i baci.

Ma fate i bravi ricottari imperiali.

 

Fùmatto Claudietto

24.000 baci mica isole

 

 



 

 






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