2026 02 05 – Ad Olimpia con Daniela.
Io Olimpia
la ricordo bene.
Era brutta
come la morte.
Lavorava in
un buco per terra.
Era una
specie di bottega.
Piena delle
sue poche verdure.
Da orto, o galline e
pollaio.
C’era la bilancia con i due piatti.
E i pesi
con i quali imbrogliava.
Era la
fruttivendola di una Maratea antica.
Forse Olimpia era
una lontana profezia.
Non saprei come
mi venne in mente.
Magari per
il nome.
Per me sinonimo
di bruttezza.
E di memoria
di imbrogli.
La mente
umana, che meraviglia.
E che
sfizio e che spasso, quando diverge e si allarga.
Erano stati
giorni vuoti ma pieni di peso.
Tra i mille
pensieri volti a Vittoria.
Adesso arrivò a
casa dal lavoro Daniela.
Voleva
andare a vedere la fiaccola olimpica.
Con il suo
tenero viso non mi pretendeva.
Quando una voce silente mi indirizzò e guidò.
E portala tu,
che ti costa così poco farla felice.
Il suo tenero
viso si illuminò di immenso sorriso.
Sembrava chiaro di sottile lucente alabastro .
Ci abbracciammo e baciammo.
Senza malizia e senza mestizia.
E partimmo
alla volta di porta Venezia.
Quella è zona di miei altri fantasmi.
Vissuti nell’arco
davanti Palestro.
Trovato l’incrocio aspettammo.
Ma la
fiaccola non arrivava.
Iniziavo a
sprizzare velenoso cinismo.
Sulla folla
di pecoroni, il malaffare o l’organizzazione.
Daniela
saltellava intirizzita di gioia.
Così come
tutta la folla raccolta.
Vidi un
bambino che ballava anche lui.
Mi accorsi della
gioia di vita che li pervase.
Mi osservai
allo specchio e mi promisi anche io.
Alla fine
la fiaccola arrivò.
Nel momento
preciso in cui la pioggia iniziò.
Sorrisi tra
me e me, e io so perché.
Era per tutto
quel raccolto di pace.
Manco a
farlo apposta di nome e di fatto.
Pensai a quella
preghiera musicata in poesia.
Una lacrima
si sciolse nella pioggia.
La poesia faceva
così.
Si me vuò
bene overamente,
Circa 'e me suppurtà.
Quann' me perdo 'mmiezzo 'a gente.
Quann'
m'assetto a te parlà.
Quann' sto zitto jurnate sane.
Pecchè nun me ne fido 'cchiù.
Pace e
Serenità 1993

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