2026 035 – Vacca
banzaì, Samurài a Maratìa.
Fate
la terra non fate la guerra.
Fate
le isole non fate la guerra.
Samurai
a Maratìa, che ciotèria.
Subtitolo
: subaffitto che grande plaga.
Aspettavo
di trovarmi il Cino da Lamezia.
M’è
arrivato il levantino con lo zero.
Contate
pure le isole come pecore del gregge.
Poi
possiate dormire sine guerreggiare.
Seguite
il grande ovino o restate isolati soli.
La
notizia è deflagrante.
Scende
in campo il sol levante.
E’
l’ultimo impero di quasi noi occidente.
Lì
un uomo sòl emissarìa dal divìn, non col vino ma col sakè.
Brutta
ciucca, AI ai me.
Questo
è certo un bel problema
È questione
di differenziale di devozione.
L’ingranaggio
della trasmissione da loro gira oleoso oliato.
Quella
è terra che per un suo movente ci si immola tutti al sole.
Commovente
l’onore samurai sterminati al banzai.
Rotea
e fende la katana.
E
noi in mezzo a pensare porca puttana.
Fanatici
zero alati si suicidano live sul palco della storia.
Mentre
noi si sognava già la fine del sogno bruto.
Era
una sorta di fanatismo contro fanatismo.
Un
riferimento circolare militare, in divisa.
La
divisa è aritmetica operazione aritmica.
Interrompe
il quartiname e rimanda al mare, o forse al rame.
Quello
di filo rosso col suo tipico tremore di calore.
Connettore
di circuiti e valvolari svalvolati.
Allorquando
mancava la calcolatrice.
E ci
si arrangiava col pallottoliere.
E
conta de qui e conta de lì l’imperatore disse sì.
Come
l’uomo del monte, da cui un duca in Auge osservava la storia fluire.
Il
levante impero conta isole in numero di 7.000, ben più di zero.
Asticazzi
pensarono in tanti silenti.
Ma
vai a vedere che ce ne vogliono fottere quattro.
Ma proprio
quattro, o forse la memoria diceva cinque o otto.
Delle
sette mila o mille mila che lui ce ne ha.
La
maestà fu presa dal dubbio.
Prese
uno zero di corsa travestito da un secondino.
Vacca
banzai, cioti bonsai samurai.
Pensava
a voce alta, tanto il ciotese era idioma di nicchia e poche pretese.
Sulla
via del subaffitto dal Cino mica mi avranno fottuto un paio di scogli.
Pensava
in particolare al Lucalabro spartiacque.
Al
ben segretato e confinato scoglio di sangiovanni.
In
cioto detto sempre come il santo italico.
Ma
mimetizzato da un ingegnoso ingegnere, in ciotese fu detto Janni.
Che
tanto la J è sorella dell acca e in italico mica esisteva.
Lo
scoglio di Santojanni di Maratìa aveva un fulgido destino ad attenderlo
occulto.
Arrivò
l’imperatore e ne decreto il doppio valore.
E
l’uno divenne due, sancì cantando di sei e di novi, se il 6 fosse 9.
Voleva
moltiplicare come i pani ed i pesci quell’isola di scoglio.
Avrebbe
creato il principio della catena di Antonio lu santo, non senza offesa del janni
locale.
Quella
trovata da Imperatore era roba tipo moltiplicatore monetario.
Ma
senza spendere il grano della corona.
Le
sue riserve in isole furono ricontate e raddoppiarono da 7000 a 14000.
Si
congratulò e ne preparò una ottavina reale.
Poi
tirchio come ogni regale disse che per i lucani ne bastavano un paio.
E si
accinse ad annettersi tronfio il Santo, sempre Giovanni degli Ijanni.
Il
lucano ferito di orgoglio impùgnese ‘u còltelluse.
Fendente
di qua e fendesso di là lo denudò della katana dal tono imperiale.
Una
volta sconfitto lo ricacciò sul suo zero.
Leale
al patto già fatto con il Cino termale a Lamezia.
Fu
così che santojanni rimase solo un singolare improbabile scoglio.
Riparo
per triglie.
Mentre
il Giappone abortiva il filotto.
E ogni
imperiale taccagneria alla guisa dell’Usa e getta.
Per quattro
scogli contesi.
Di
ventiquattromila che lui ce ne ha.
Ma
quelli sono i baci.
Ma fate
i bravi ricottari imperiali.
Fùmatto
Claudietto

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