domenica 30 agosto 2026

2026 046 - L’energivora era di Lele e Tano

2026 046 - L’energivora era di Lele e Tano

 

Questa è la storia di Lele l’elettrone e Tano ‘o gravitone, belli guaglioni.

Sogno tardivo di quell’ometto genietto.

Chevisse decenni per dispetto alla morte.

E scrisse del tutto in un guscio di noce.

Lele dormiva giù sotto in orbita bassa.

Era stata una giornata difficile o per meglio dire pesante.

A furia di defecare costellazioni di satelliti e reti ci erano riusciti.

Il marchingegno rotante era pronto per fare il lavoro mulino.

Come un piccolo mulo che tirava e girava la ruota.

Non aveva attaccata la macina in pietra.

Ci avevano messo però un buchetto nero dall’uomo creato.

lo avevano battezzato Stefano, Fano, e così incoronato.

Piccino picciò era però sempre in rotomoto perpetuo.

Con la forza in una dinamo trascinava treni di luce a vagoni.

Produceva energia sotto forma di Lelettroni elettroni.

Lelettroni, per servirvi

Essi venivano avviluppati in un fascio di gravitoni.

Particella ancora oscura ma esistente per la forza di natura.

E che lo sforzo sia con voi.

Era come in una treccia o forse come in un raggio di luce.

E da lì sparati giù in terra in ascensore di gravitazione.

Fino a che si beccava un ingresso nella griglia di rete predisposta in urbi.

Lelettrone sembrava cosa leggera, ma vorticava fottonissimo.

Più veloce della luce dove un duce lo conduce.

Una fatica di inferno.

Per quello Lele sonnecchiava ancora dormicchioso.

Di botto il primo terrestre uscì dal riposino e accese una lampadina.

A Lele trasmise una ondina come una scossa piccina, scossettina.

Lele spalancò orbite, scuri e nuclei.

Guappo urlò scetateve guagliò, è ancora malavita.

Così mi svegliava anche mio padre.

Con rinforzo di un bicchiere di acqua in faccia.

Ora questi umani avevano acceso la luce.

Vaccabanzai, sempre lei.

Era il comando del fiat lux.

Dalle profondità dell’universo echeggiò padre Terno.

Ma perché non usano una lampadina per volta, si arrovellava.

Invece ogni istante era un tripudio luminario privo di veri luminari.

Intanto L’ascensore Tore faceva il pendolo binario.

Era un classico caso di transfert Ternario, di gruppo.

Si credevano succedanei di Terno.

Ma era solo per la rete Terna

A cui rotavano le balle in senso orario.

Con la voglia di scatenare l’inverno.

Della ragione.

Col gravitone.

Addirittura gli umani, già in periodo di penuria, pensavano a pagare meno l’energia.

Si fosse mai sentito un originario Cretino esortare a usarla di meno.

E a spegnere tutti quei priapici grattaceli, pollutori ottici quanto sinottici.

Chiaro esempio di cultura del più.

Che dimentica e tralascia quella della sobrietà del meno.

Allora avrebbero notato il marchingegno luccicante.

E la fatica che era costato.

Su nel cielo tra l’Orione, il Sirio binario e l’io il Sagittario.

Oltre al Cancro di mio padre.

Che se non cliccavo l’interruttore mi prendeva a calci in culo.

Invece a questi che gli frega.

Tanto c’è il mulo nello spazio.

Chiara costellazione da scalcio col raglio.

Limpido esempio di io Dio e voi buoi.

Basta, me ne vado.

E l’ultimo spenga la luce.

O vi sciopero al mulino.

E vi mando in black out al buio.

E fate i bravi.

 

Fùmatto Claudietto

Guapparia

 

 


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