2026 046 - L’energivora era di Lele e Tano
Questa
è la storia di Lele l’elettrone e Tano ‘o gravitone, belli guaglioni.
Sogno
tardivo di quell’ometto genietto.
Chevisse
decenni per dispetto alla morte.
E scrisse
del tutto in un guscio di noce.
Lele
dormiva giù sotto in orbita bassa.
Era
stata una giornata difficile o per meglio dire pesante.
A
furia di defecare costellazioni di satelliti e reti ci erano riusciti.
Il
marchingegno rotante era pronto per fare il lavoro mulino.
Come
un piccolo mulo che tirava e girava la ruota.
Non
aveva attaccata la macina in pietra.
Ci
avevano messo però un buchetto nero dall’uomo creato.
lo avevano
battezzato Stefano, Fano, e così incoronato.
Piccino
picciò era però sempre in rotomoto perpetuo.
Con la
forza in una dinamo trascinava treni di luce a vagoni.
Produceva
energia sotto forma di Lelettroni elettroni.
Lelettroni,
per servirvi
Essi
venivano avviluppati in un fascio di gravitoni.
Particella
ancora oscura ma esistente per la forza di natura.
E che
lo sforzo sia con voi.
Era
come in una treccia o forse come in un raggio di luce.
E da
lì sparati giù in terra in ascensore di gravitazione.
Fino
a che si beccava un ingresso nella griglia di rete predisposta in urbi.
Lelettrone
sembrava cosa leggera, ma vorticava fottonissimo.
Più
veloce della luce dove un duce lo conduce.
Una
fatica di inferno.
Per
quello Lele sonnecchiava ancora dormicchioso.
Di
botto il primo terrestre uscì dal riposino e accese una lampadina.
A Lele
trasmise una ondina come una scossa piccina, scossettina.
Lele
spalancò orbite, scuri e nuclei.
Guappo
urlò scetateve guagliò, è ancora malavita.
Così
mi svegliava anche mio padre.
Con
rinforzo di un bicchiere di acqua in faccia.
Ora
questi umani avevano acceso la luce.
Vaccabanzai,
sempre lei.
Era
il comando del fiat lux.
Dalle
profondità dell’universo echeggiò padre Terno.
Ma perché
non usano una lampadina per volta, si arrovellava.
Invece
ogni istante era un tripudio luminario privo di veri luminari.
Intanto
L’ascensore Tore faceva il pendolo binario.
Era
un classico caso di transfert Ternario, di gruppo.
Si
credevano succedanei di Terno.
Ma
era solo per la rete Terna
A cui
rotavano le balle in senso orario.
Con
la voglia di scatenare l’inverno.
Della
ragione.
Col
gravitone.
Addirittura
gli umani, già in periodo di penuria, pensavano a pagare meno l’energia.
Si
fosse mai sentito un originario Cretino esortare a usarla di meno.
E a
spegnere tutti quei priapici grattaceli, pollutori ottici quanto sinottici.
Chiaro
esempio di cultura del più.
Che dimentica
e tralascia quella della sobrietà del meno.
Allora
avrebbero notato il marchingegno luccicante.
E la
fatica che era costato.
Su
nel cielo tra l’Orione, il Sirio binario e l’io il Sagittario.
Oltre
al Cancro di mio padre.
Che
se non cliccavo l’interruttore mi prendeva a calci in culo.
Invece
a questi che gli frega.
Tanto
c’è il mulo nello spazio.
Chiara
costellazione da scalcio col raglio.
Limpido
esempio di io Dio e voi buoi.
Basta,
me ne vado.
E l’ultimo
spenga la luce.
O vi
sciopero al mulino.
E vi
mando in black out al buio.
E
fate i bravi.
Fùmatto
Claudietto

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