lunedì 11 maggio 2026

2026 90 – Il cancro del porto franco

 2026 90 – Il cancro del porto franco.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo Sette sono i re 2002

 

Tax haven, non heaven, ignoranti.

Vuol dire porto franco, non paradiso fiscale.

Un avvocato crea una fiduciaria.

Una società laggiù a Panama.

Banca della svizzera italiana.

Conti bancari alla sede in gran bahama.

Gran manovre con riserbo da Lugano.

Si parla in codice come le spie.

Si usa un telefono criptato.

O perlomeno nell’anonimato.

Si buongiorno sono io.

Gradirei un migliaio di melanzane.

Si organizza e parte lo spallone.

Rendez vous in un posto segreto.

Come concordato ti consegna le melanzane.

Sotto, il bel pacchetto con la grana vera.

Ecco i soldoni suonati contanti.

Ma che vi pare una roba seria.

È un mondo di fiduciari per ricottari.

Tutta scippata ricchezza nazionale.

Parcheggiata in oltremare.

Per un uso nazionale solo appena marginale.

Eliminate il contante in banconote.

Tracciate le società e i fiduciari.

Poi offrite pure la salvezza.

O rientri o ti faccio in monnezza

Confiscate le proprietà di società segrete.

Nella globalizzazione sono tutte pronte note in rete.

Corazzate, droni nani e portaerei servono solo da teatro.

Basta un click e ti ho fregato.

La massa monetaria vale enormi multipli dei pil reali.

Han creato un mondo parallelo.

Riservato alla punta della montagna.

La confisca ti fa fare un infinito salto di scala.

Soldi a palate per povertà, sanità, istruzione.

Io lo so come funzionava.

Oggi in più è andata fuori misura.

Ecco allora che serve un trauma.

Tutti in coda alla mensa dei poveri.

Io quei ricchi d’oltremare li ripugno.

Era uscita la scandalosa storia panamense.

Poi non è successo niente.

Chiedete a un Verdone, come il dollaro.

O al tennista pel di carota tanto fair.

Cara Vittoria non è soltanto grana.

Qua nel mondo c’è la gente che fa la fame

È questione di etica e morale.

Meglio tanta perequazione.

Io adesso non dormo niente male.

Mentre questi li torturerei tutti.

Senza sonno, al suono dei rutti.

 

Fùmatto Claudietto

Sette sono i re  



 


domenica 10 maggio 2026

2026 89 – Schizzicheano famiglie

2026 89 – Schizzicheano famiglie.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: Schizzichea 1988

 

Passeggiavo presto questa mattina.

Esci il cane anche se piove.

Schizzichea una pioggerella,

Non è proprio acqua a catinelle.

Vittoria è ancora un’eco.

Mi accende sempre tanti ricordi.

Era meglio tenerli sordi.

Ora dovrò infilzarli come tordi.

Ammazzarli e cancellarli.

Sono memorie troppo forti.

Le credevo dalle gambe corte.

Poi ricordo che quelle sono le fole.

Evado in cerca della vera meraviglia.

Mi soccorre una famiglia.

Non è un assembramento sociale.

È un raggruppamento animale.

C’è uno stormo di merletti.

Una pentade di merlini piccolini.

Mi piace pensarli usciti dal mio nido.

Quello del giardino di Vittoria.

Ma sono troppo lontani.

E questi sono proprio nani.

Riconosco però il comportamento.

Questo in fondo è quel che conta.

Un merlino, un merlo o un merletto.

Resta sempre lo stesso uccelletto.

Fanno un gran casino pigolino.

Sono piccoli e reclamano di fame.

Dal terreno spiccano voli incerti.

Sono buffi e si lanciano inesperti.

Sto a guardarli come in uno specchio.

Mentre insisto a sentirmi vecchio.

Il colpo d’occhio è terapia.

Fino a che saltellano via.

E io rimango sempre solo.

Ma non dico che sia vero.

Ho i parenti acquisiti.

C’è Daniela là che aspetta.

Mi sopporta e poveretta.

Ma l’impronta non si cancella.

I merletti fanno riflesso.

E tu sei contento e fesso.

Solo come un cane.

Anzi solo con il cane.

Animale di famiglia.

Succedaneo consiglio.

Dirompente soluzione.

Delegata pure da mia figlia.

Senza tanto parapiglia.

 

Fùmatto Claudietto

Schizzichea 1988

 



 

 

  

sabato 9 maggio 2026

2026 88 -- Lettera dal cuore per Vittoria

2026 88 -- Lettera dal cuore per Vittoria.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo: Lettera dal cuore Medina 2001

 

Una lettera dal cuore.

Piena di parole e di ricordi semplici.

Era di maggio, il giorno otto del ventisei.

Mirabile data che metterò tra i miei annali.

Sono in costante speranzosa trepida attesa.

Tengo vicino l’aggeggio, il telefono.

Non si sa mai che oggi mi suoni.

E infatti quello pronto mi trilla.

Vittoria è in auto verso Bordeaux.

Ogni volta mi coglie la paura da vecchio.

La penso in autostrada da sola.

Vai piano e tieni la destra, mi prendo paura.

Come se avessi dimenticato il tempo passato.

Quando giovani lo eravamo io e la mamma.

Pieni di feste scorribande e nottate.

Le nostre mille avventure di chilometri strani.

Mentre ci sorpassava di nascosto la vita.

Tra rimorsi e non senza rimpianti.

Eravamo giovani, i padroni del mondo.

Oggi essere giovane tocca a Vittoria.

Corazzata ti sei fatta la scorza.

Ma non credere che tu non sia figlia di amore.

Giunse diverso, consapevole, lento.

Senza travolgerci con tumulti e tempeste

L’amore fa così quando non si è più adolescenti.

Ma con il cuore lo riconosci sempre comunque.

Ora sei cresciuta a botte di centimetri all’anno.

Mentre io fingevo che non stavo invecchiando.

Mi sono arrabattato a cercare di restarti vicino.

Mentre tu facevi veloce da sola.

Non mi rimane che ascoltarti da vecchio.

Improbabile saggio.

Perso nel mio noto disagio.

Cerco di raffreddarti gli ardori e i bollori.

Pesco la cosa migliore che ti so regalare.

Ti dico non ti curare di loro.

Segui il tuo cuore.

Ma impara sempre di più a dubitare.

Poi mi consolo, questo non è poco precetto.

Mentre eravamo sempre diretti a Bodeaux

Confido che l’auto viaggi per bene.

E la porti a casa più serena e contenta.

Dolcemente senza strappi al motore.

Ma è di marca scelta convinta tedesca.

Di materna memoria e garanzia principesca.

Ora è ora di curarle la casa.

Il suo castelletto da principessa cresciuta.

Ci ho piantato ancora un ulivo.

Un giorno radicherà secolare.

Piantato lì ad aspettarla.

Se il cuore le dirà di tornare.

 

Papà Claudio

Lettera dal cuore

 











Mansage:  tra message e mannaggia



 

  

venerdì 8 maggio 2026

2026 87 – Intollerante duello all’ultima foglia

 2026 87 – Intollerante duello all’ultima foglia.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo: L'albero 1997

 

Duello all’ultima foglia.

Sono nel giardino che attende Vittoria.

Deve essere la solita domenica di noia.

Il telefono sta zitto e non squilla mai.

Tento una difesa della pazienza a oltranza.

Con perseveranza mangio tanta misticanza.

Simbolo di decadenza per la ricerca del dettaglio.

Ma chi minchia l’ha inventata.

Ha soppiantato il dominio della rucola.

Decadente già decenni addietro.

Quanto un susci o un semino sul panino.

Tolleranza ci vuole, non solo pazienza.

Ci va il rispetto per colui in difetto.

Siamo limpidi biodiversi e cretini persi.

Allora la lezione è la tolleranza.

Il vicino ha un albero gigante.

I suoi rami mi sconfinano buio e sporco.

Aspetto per anni tollerante e paziente.

Ogni tanto prendo un calmante.

Poi mi salta il nervo.

Elaboro un programma.

Di quelli a lungo termine

Come fanno nella Cina.

Qua invece manco per niente.

Obnubilati di contingente.

Ma io predispongo un armamento.

Lanceiforme verde bellico.

Scavo un buco da trincea.

E piantumo un ulivello.

Proprio sotto alla chioma invadente.

Bello ma bello l’alberello è poverello.

Non è proprio il suo habitat solare.

Ma confido nella possente potenza.  

Ne ho veduti di tronchi antichi centenari.

Rimiro la bellicosa grande opera.

Un bel dì sarà secolare.

Con la sua ombrosa chioma.

E offuscherà il cafone del vicino.

Cafone non è una offesa, si può dire

Viene da cavare che sta per scavare.

Intendendo un contadino zappatore.

L’orgoglio bellico agronomico però ce l’ho soltanto io.

E’ la pazienza che ha esondato fuori tolleranza.

Certe volte per difenderla servono gli schiaffi.

O un ulivello bello verde.

Da battaglia.

 

Fùmatto Claudietto

L'albero 1997








 


 


 




giovedì 7 maggio 2026

2026 85 – Cuginame tra colpevoli e confessori

 2026 85 – Cuginame tra colpevoli e confessori.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo Don Rafaè oi che bello cafè

 

Si dice cuginame il reame del fogliame.

Sono le foglie figlie dell’albero della stirpe.

Ognuna ricorda e riporta un lontano congiunto.

Di solito un parente morto defunto.

Ma ce ne sono pure di ancora viventi.

A Napoli dove si intrecciarono due genti.

Da una parte una memoria di ammiragliato.

D’altro canto motoscafi del contrabbando.

In mezzo nella chioma tutto un campionario.

Potrei farci un ausiliario sussidiario, un diario.

Mi accontento di potarlo alle cime estreme opposte.

Da colpevole a confessore.

Da prigioniero a inquisitore.

Ricordo i miei dolori e le somiglianze con certi loro.

Dal cuginame è spiccato il carcerato.

Si è dedicato e prodigato.

Ha cercato di aiutarmi in tanti modi.

Dalla sorella delle olive fino ai sindacati.

Poi il passaggio tra santi prelati.

L’ altro cugino prete era una garanzia rassicurante.

Mi credevo un unto detto il tanticristo,

Un canale preferenziale era utile.

Nel rispetto di un canone umile.

Ma si rivelò un canale inutile.

Se era una rivelazione lo decidevano loro.

Brividi di inquisizione e peli ritti sulla schiena.

Grazie tanto dell’aiuto ma farò io da solo.

All’opposto c’era dunque il cugino oggi attuale.

Il colpevole.

Vittoria giovane semplicista in erba non lo voleva.

Se è finito in prigione a me non mi piace, diceva.

Sarà di certo colpevole, se se lo dice anche da solo.

Eppure lui è quello che ci ha provato.

Con costanza di presenza.

Ci ha provato a trattarmi da normale.

Ha fatto quello che non fece mai mio padre.

Mi presentava e introduceva.

Mi dosava informazioni e mi guidava.

Faceva l’occulta bigia eminenza grigia.

Poi di riffa o col raffio ogni volta succedeva qualcosa.

Ed era un grande o piccolo scatafascio.

Telecom, il manifesto, il rame, la posacavi, le risme di nomi gettate per strada.

E poi la mia genetica, gli alieni, i trattamenti sanitari.

Ricoveri, clausure, farmacopea, che bea.

Questa è la storia del nostro reame.

E di come io ne fui rimbalzato.

Non fu colpa di nessuno.

Sono io che ho questo dono.

Viaggio da fermo pure nel crono.

E lui sempre pronto ad acchiapparmi.

Fino a che un giorno fui io che dissi basta.

Se devo essere pazzo allora faccio da solo.

Faccio il malato per davvero.

E dico quello che mi pare.

A Vittoria dico di seppellire ogni pregiudizio.

Riguarda anche la vergogna di me.

Le cose non sono mai come sembra in superficie.

Men che meno a venti anni.

Chiedi ai Pasquale Cafiero e Cutolo Raffaè.

O a me.

 

Fùmatto Claudietto

Don Rafaè oi che bello cafè

 

 








Testo

Io mi chiamo Pasquale Cafiero

E son brigadiero del carcere, oiné

Io mi chiamo Cafiero Pasquale

E sto a Poggio Reale dal '53

E al centesimo catenaccio

Alla sera mi sento uno straccio

Per fortuna che al braccio speciale

C'è un uomo geniale che parla co' me

Tutto il giorno con quattro infamoni

Briganti, papponi, cornuti e lacchè

Tutte l'ore co' 'sta fetenzia

Che sputa minaccia e s'a piglia co' me

Ma alla fine m'assetto papale

Mi sbottono e mi leggo 'o giornale

Mi consiglio con don Raffae'

Mi spiega che penso e bevimm' 'o café

Ah, che bell' 'o cafè

Pure in carcere 'o sanno fa

Co' a ricetta ch'a Ciccirinella

Compagno di cella, c'ha dato mammà

Prima pagina, venti notizie

Ventuno ingiustizie e lo Stato che fa

Si costerna, s'indigna, s'impegna

Poi getta la spugna con gran dignità

Mi scervello e m'asciugo la fronte

Per fortuna c'è chi mi risponde

A quell'uomo sceltissimo immenso

Io chiedo consenso a don Raffae'

Un galantuomo che tiene sei figli

Ha chiesto una casa e ci danno consigli

Mentre 'o assessore, che Dio lo perdoni

'Ndrento a 'e roulotte ci alleva i visoni

Voi vi basta una mossa, una voce

C'ha 'sto Cristo ci levano 'a croce

Con rispetto, s'è fatto le tre

Volite 'a spremuta o volite 'o cafè?

Ah, che bell' 'o cafè

Pure in carcere 'o sanno fa

Co' a ricetta ch'a Ciccirinella

Compagno di cella, c'ha dato mammà

Ah, che bell' 'o café

Pure in carcere 'o sanno fa

Co' a ricetta di Ciccirinella

Compagno di cella, preciso a mammà

Ca' ci sta l'inflazione, la svalutazione

E la borsa ce l'ha chi ce l'ha

Io non tengo compendio che chillo stipendio

E un ambo se sogno 'a papà

Aggiungete mia figlia Innocenza

Vuo' 'o marito, non tiene pazienza

Non vi chiedo la grazia pe' me

Vi faccio la barba o la fate da sé?

Voi tenete un cappotto cammello

Che al maxi-processo eravate 'o cchiù bello

Un vestito gessato marrone

Così ci è sembrato alla televisione

Pe' 'ste nozze vi prego, Eccellenza

Mi prestasse pe' fare presenza

Io già tengo le scarpe e 'o gilley

Gradite 'o Campari o volite o cafè?

Ah, che bell' 'o café

Pure in carcere 'o sanno fa

Co' a ricetta ch'a Ciccirinella

Compagno di cella, cc'ha dato mammà

Ah, che bell' 'o café

Pure in carcere 'o sanno fa

Co' a ricetta di Ciccirinella

Compagno di cella, preciso a mammà

Qui non c'è più decoro, le carceri d'oro

Ma chi l'ha mai viste chissà

Chiste so' fatiscienti, pe' chisto i fetienti

Si tengono l'immunità

Don Raffae' voi politicamente

Io ve lo giuro, sarebbe 'nu santo

Ma 'ca dinto voi state a pagà

E fora chist'ati se stanno a spassa'

A proposito tengo 'nu frate

Che da quindici anni sta disoccupato

Che s'ha fatto cinquanta concorsi

Novanta domande e duecento ricorsi

Voi che date conforto e lavoro

Eminenza, vi bacio, v'imploro

Chillo duorme co' mamma e con me

Che crema d'Arabia ch'è chisto cafè

mercoledì 6 maggio 2026

86 - 2026 05 26 –La montagna del riconoscimento

 86 - 2026 05 26 –La montagna del riconoscimento.

Per www.parolebuone.org , via www.shareradio.it. Parola : riconoscimento. Sottofondo: Vivere

 

Chi di noi non ne ha bisogno.

Chi di noi non è ancorato al proprio sogno.

In famiglia sul lavoro o nel sociale.

Inseguiamo i gradini della vita fatta a scale.

E’ una gerarchia da scalare piramidale.

Per soddisfare le esigenze e le mancanze.

Giusto in cima c’è l’affrancamento.

Dal bisogno di riconoscimento.

Su quell’ultimo gradino potremmo infine dire “ohm”.

Affrancati dallo specchio degli occhi altrui.

Conoscitori del reale vero proprio valore.

Senza attesa del premietto, che non siamo mica cani.

Piuttosto scoiattoli.

Lo scoiattolino Lino si affannava come un pazzo.

Scorrazzava dalle piante al sottobosco come un razzo.

Lo guardava inquisitorio il padre Scuoiattolo.

Aveva vinto quella “u” in una battaglia.

Aveva sconfitto un felino gatto, che mo’ ti scuoio.

Lino era ancorato ancora ai bisogni fisiologici.

E raccattava semi e ghiande.

A più non posso nelle guance gonfie.

Poi le sotterrava nella terra del sottobosco.

Senza pensare che metà poi se le scordava.

Scuoiatto a guardarlo continuava.

E scuoteva la capoccia di incisivi.

Lino non capiva.

Ma nel dubbio di fatica si ammazzava.

Pirlava ancora in lungo largo e tondo.

Era schizzato peggio di un criceto.

Sempre in cerca di approvazione e riconoscimento.

Lassù sulla montagna dove non c’erano piramidi.

Come quella dei bisogni.

Ma c’erano alte cime e vette.

Spesso scalate invano.

Con la referenza di Scuoiatto Lino un po’ ne avea salite.

Era certo che aveva soddisfatto i bisogni di appartenenza.

Con il culo a tarallo che si faceva per tutti vorrei vedere.

Era con la stima che se la cavava male.

Certamente tra paterne paternali.

Ben lontano dal di lui ingombrante affrancamento.

Da quel demone del suo mancato potenziale.

Mentre tutti lo schernivano.

Perché interrava ghiande.

E la metà poi le scordava.

Con occulta riconoscente gratitudine.

Del suo bosco che così si rimboschiva.

Eppure era lì all’ultimo stadio.

Gli mancava solo un passo.

Fino a che capì l’essenza.

Senza di lui il bosco moriva e non fioriva.

Lo andò a raccontare a Scuoiatto.

Egli sorrise di sottecchi.

Guardò Lino e lo abbracciò.

Finalmente sei arrivato.

Al tuo potenziale massimo.

Tu da oggi non sei più Lino.

Della colonia sei scoiattolo compiuto.

Lino pensò che lo sapeva già.

Lo aveva capito e si era autorealizzato.

Il riconoscimento se lo era dato.

Anzi preso e conquistato.

Perché era fatto come nato.

Ohm.

 

Fùmatto Claudietto.

Vivere

 

Ndr.

La piramide di Maslow

La piramide dei bisogni di Abraham Maslow è una teoria motivazionale che organizza i bisogni umani in 5 livelli gerarchici, dai più basilari (fisiologici) ai più complessi (autorealizzazione). Secondo Maslow, un bisogno superiore emerge solo dopo la soddisfazione di quelli inferiori: fisiologia, sicurezza, appartenenza, stima e autorealizzazione.

I 5 Livelli della Piramide di Maslow (dal basso verso l'alto):

  1. Bisogni Fisiologici: Sono i bisogni primari legati alla sopravvivenza, come respirare, mangiare, bere, dormire e la termoregolazione.
  2. Bisogni di Sicurezza

 Protezione, stabilità, ordine e prevedibilità, che includono sicurezza fisica, economica e di salute.

  1. Bisogni di Appartenenza e Amore: Bisogno di relazioni sociali, amicizia, affetto, amore e senso di comunità.
  2. Bisogni di Stima: Desiderio di sentirsi competenti, riconosciuti e valorizzati dagli altri, oltre all'autostima.
  3. Bisogni di Autorealizzazione: Il vertice della piramide, rappresenta la realizzazione del proprio potenziale, la creatività e la crescita personale. 

Concetti chiave:

  • Gerarchia: I bisogni fondamentali devono essere generalmente soddisfatti prima di poter passare a quelli di livello superiore.
  • Motivazione: Un bisogno soddisfatto cessa di essere motivante.
  • Critiche: Nonostante la sua diffusione, la teoria è stata criticata per la sua rigidità, poiché l'ordine dei bisogni può variare a seconda dell'individuo e della cultura. 

La teoria trova largo impiego non solo in psicologia, ma anche nel marketing e nella gestione delle risorse umane