martedì 30 dicembre 2025

2025 26–Era mia madre, la nonna

2025 26–Era mia madre, la nonna.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo. Io mammeta e tu. 1955

 

Mia madre era il simbiotico lichene di mio padre.

Radici nobiliari mai dimenticate e sempre pesanti.

Una capa tanta di fasti e allori più o meno andati.

Con una omertosa sofferta dissimulata nobiltà.

Per adeguarsi alla vita di mio padre.

Lui la sfotteva e le diceva che non era di Napoli.

Tu sei di Posillipo non di Napoli centro.

Scoperta come una bambina nella marmellata.

A lei rodeva anche se lo celava con contegno.

Alla morte di mio padre mi dovetti improvvisare.

Mi lasciò con tutto il loro circo dei miracoli.

Personale, usi, abitudini, costumi e roba varia.

E un madre già perduta che rifiutava di mangiare.

Era una vendetta contro la vita che l’aveva derubata.

Defraudata dell’affetto per il nipote morto piccolo.

Mio padre morente mi aveva pregato.

Non privarla della casa museo.

Già da anni piena di aura di tombale mausoleo.

Era quella sopra la quale c’era la mansarda delle mie scorribande.

Il patto implicito era che io ne usufruivo.

In cambio delle cure e attenzioni varie necessarie.

Vissi il suo dubbio come una offesa dritta rivoltami,

Dopo anni passati a curarli dubitava ancora di chi io fossi.

Il peso della corte era davvero una eccessiva dismisura.

Che si portava dietro tutta la psicotropia connessa.

Arruolai la truppa della famiglia intera di Bernarda.

Nera stirpe di cameriera da Cabo Verde.

Capace di macumbe e di sgozzare un pollo.

Caricai armi e bagagli e partimmo per Maratea.

Io, mammema, due guaglioni e un tesoro di creatura down.

Mi circondai di vita per esorcizzare la morte.

Mia madre invece rimase salda nel suo principio di suicidio retard.

Non riprese a mangiare.

Una sera sbottai che almeno doveva farlo per me.

Mi disse è vero.

Ma non mangiò e poggiò le posate.

Era una donna sofferente ma viziata e altezzosa.

Si vedeva nel rapporto con l’orda di negri chiamati in vitale soccorso.

Di nascosto tirava calcetti a Patrizia la down.

Credeva che non la vedessi.

Ma in realtà io lasciavo fare a Patrizia.

Lei la guardava dritta negli occhi.

E faceva il gesto di tagliarle la gola.

Con tanto di crrr gutturale suono.

 

Kalimmudda semper dixit

Io mammeta e tu, passeggiando pe' Toledo

 



lunedì 29 dicembre 2025

2025 25–Evviva ‘o re, il nonno

 2025 25–Evviva ‘o re, il nonno

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo Daniele e 99 Posse. Evviva 'o re 2001

 

La cronologia si fa telenovela, un romanzo a puntate.

Galoppavo sulle ali dei miei successi bancari in Paribas.

Ero proiettato all’emula caccia dei successi paterni.

Non avevo ancora capito che non c’era possibile gara.

La sua era una storia ben strana.

Non la ricostruii mai per intero.

Solo frammenti da paranoia.

E ci vollero anni perché quella buia storia mi giungesse a noia.

Un giorno il padre sovrano si ammalò.

Tumore terminale e niente da fare.

Tranne che impazzire di dolore solitario.

Restava da badare alla madre regina.

E l’unico modo che trovai fu la cocaina.

Peccato, io la vedevo la mia anima nera. (Daniele)

Ma ero quasi diventato una persona normale.

Ne pagò il prezzo mia moglie con le sue turpi voglie. (Guccini)

Non eravamo più allineati da tempo.

Lei voleva una vita di dorato normale.

Io dovevo cercare di non provare vergogna.

Per quel privilegio di origine dubbia.

Pecunia non olet per me non valeva.

Papà morì in sei mesi di strazio.

Tra le mie amorevoli quanto inutili cure.

Nel suo essere oscuro mi dibatto ancora.

Petroliere o faccendiere, cavaliere o trafficante.

Si definì così: comperavo navi intere di petrolio.

Ora il prosciutto per fare mangiare tua madre.

Io cercavo di consolarlo con un “in fondo è lo stesso”.

Ma oggi so per certo che non lo è.

Era un progressivo depressivo diradarsi di relazioni.

Sopperivo io perché era giusto.

E perché dovevo meritarmi con la cura la fortuna futura.

Ma scavavo trincee sempre più profonde.

Con la vita normale sempre più lontana.

Nella famiglia rimaneva solo uno strano soggetto.

Diplomatico vaticano, lo trattava con gran rispetto.

Io sono di filosofia omertosa.

Se volete dirmi qualcosa ditelo, io non chiedo.

Così non devo proteggere segreti.

Di tutte le voci su quanto contasse scelgo questi fatti.

Nota era la sua storia con Angelo Moratti.

L’onorificenza vaticana di tale San Gregorio Magno.

La benedizione del Papa in chiesa alla sua morte.

Devo un grazie per la vita che ci ha permesso.

A chissà che prezzo.

Era mio padre, sarebbe nonno.

Di Vittoria Aroldi.

 

Kalimmudda semper dixit

Evviva 'o re

 

Il cryptocarlino



sabato 27 dicembre 2025

2025 12 24 –Lavorare d’anca

2025 12 24 –Lavorare d’anca.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it . Sottofondo: Stones and Tina. But I like it 1974

 

Riprendiamo la cronologia.

Lasciai dunque l’ala della mamma Montedison.

Io avevo fretta, dovevo emulare mio padre.

Non so bene nemmeno che lavoro facesse.

In fondo non l’ho mai saputo.

Ma io dovevo imparare il sistema.

Per poterlo sfruttare.

Per dare valore al mio plusvalore.

Che non fosse solo loro appropriazione.

Scoprii un modo per accelerare la carriera.

Rendersi indispensabile per poi ricattarli o andare.

In pochi anni cambiai 5 lavori.

Tutti già allora mi davano del pazzo.

Ma ero simpatico e vitale.

Intanto ero una idrovora vorace di vita.

La vita di giorno fioriva di notte.

Assorbivo da ogni fonte.

Sveglie preste mattutine per leggere.

E lunghe serate additivate per essere.

Dormiremo una volta morti.

E vai coi microsonni a testa appoggiata nei cessi.

Andai in Timac a Saint Malo.

Imparai i margini anche nei compatti concimi.

Poi Dun and Bradstreet, roba tipo Cerved.

Mi insegnò a diffidare dai predoni e fiduciari americani.

Cercai solide fondamenta inutilmente.

Polis Società di Gestione Risparmio,

Sgr, tutto un programma.

Strumento per scaricare in borsa fregature immobiliari.

Corsi allora in Inet per vedere l’alba di internet.

Era struttura, roba duratura, l’ossatura delle reti.

Mica i social, le app e le pippe.

Una figata fatta di dorsali e primi pochi router nazionali.

E poi via al leasing di banca BnpParibas.

Gestione sana del rischio di tassi con i beni a garanzia.

Ero sempre il responsabile dei conti.

Da cui imparai che si capiva tutto.

Eravamo giovani.

Eravamo motori.

Eravamo noi i muri.

Ci andavamo dentro a spallate.

Il muro va tirato giù a colpi d’anca.

Non è lavorare che stanca.

Oggi è quella vita che manca.

E che ci vogliamo fare.

It's only rock and roll but i like it

But I like it

 

Kalimmudda semper dixit

It's only rock and roll but i like it



 

 

 

venerdì 26 dicembre 2025

2025 12 23 - Il dio brama e la revospesa

2025 12 23 - Il dio brama e la revospesa.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it.  Comincia da te stesso e poi rivoluzioni Casino Royale 1995


È una forma di dio brama.

Ma ora è arrivata la revospesa.

Un successone sono gli occhiali di Natale.

Quelli per i bimbi di terre lontane.

Affinché possano studiare e imparare.

Una lesta risposta al bisogno compulsivo.

Il consumanista qualche cosa deve pure comprare.

Meglio allora affidarsi al gran portale.

Anni fa lo inventai proprio io.

Vuvuvu.revospesa.it

Era fatto per spostare piano il modello di spesa.

La teoria era di piccoli aggiustamenti collettivi.

Evitando una disruttiva rivoluzione globale.

Il sistema sotto pressione prima o poi saltare salta.

Meglio la revoluzione delle farfalle di sopramezzo.

Piccoli battiti d’ali della borghesia di sopra.

Sbattimenti marginali.

Per i compratori bolsi.

Spendere, certo.

Spendi spandi effendi. (Gaetano)

E rivoluziona il tuo carrello.

Comincia con il tuo cervello.

Ripieno di pensieri buoni.. (Casino royale)

E poi si che rivoluzioni.

Il consumanesimo è lui la brama.

La più potente trama.

Quella sì che fa paura.

Induce stimoli ai centri del piacere.

Fa arrappare il recettore.

Gli spaccerò il nuovo plusvalore.

Accattatevi pure quello che volete.

Basta che sia revocertificato.

Cioè che sia autenticato.

Da io me mismo.

E que viva il neo dio brama.

Revospesa, non più grama.

 

Kalimmudda semper dixit

Comincia da te stesso e poi rivoluzioni




 


giovedì 25 dicembre 2025

2025 12 25 – Natale con gli occhiali

 2025 12 25 – Natale con gli occhiali.

 

Una cosa molto bella l’ho ricevuta.

Di acclarata utilità.

Occhiali per studiare.

Per vedere un mondo migliore.

Grazie al buon animo di Daniela.

Niente ori.

Fuori il cuore.

 













Kalimmudda semper dixit

Jerusalema, meravigliosa

 

 

 

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2025 12 25 – Natale con la neve

 2025 12 25 – Natale con la neve.

 

Ella cammina per la strada veloce.

È quasi ora di chiusura.

La coda dal bottegaio è finita.

Le vetrine sono svuotate.

Svaligiate da un’orda di barbari.

Il barbone sotto l’ospedale forse resiste al gelo.

E’ calato a tradimento, il gelo.

Il barbone forse è morto.

Nell’indifferenza generale.

Generalità ignote sans papier.

Senza wop, without passaport

Confidiamo nelle amministrazioni comunali.

Che aprano i cancelli delle metropolitane.

Non basta organizzare il pranzo di natale.

Ora il meteofono spera nell’effetto serra.

Ma qui l’aria è di neve.

È ancora vivido il contrasto.

Tra l’assalto al branzino.

E quel dacci il nostro pane quotidiano.

Ad ogni oggi e che non sia pioggia.

Guardo il cielo plumbeo nel suo funereo gelo.

Il pensiero preghierina ai barboni l’ho rivolto.

Devo scegliere cosa fare.

Scelgo il comodo.

E vado al caldo.

Aspetterò il prossimo saldo.

Camminando sguardo a terra.

Mi nascondo nell’avere già pagato.

Credo in un credito infinito.

Ci penserà qualcun altro.

E se non lo fa, supplirà il buon dio.

Se no che lo prego a fare, io.

Ho soltanto l’ultima commissione.

Dopo il pesce di caviale manca il tubero tartufo.

Leccornìa dalla rancida puzza di piedi marci.

Convenzione per quelli del lusso.

Esco e piove neve.

Senti che bel rumore.

Il fruscio della morte in coda.

Tanto a noi ma che ci frega.

Siam coperti griffati a strati.

 

Kalimudda semper dixit.

In fondo la gente vuole natale con la neve


Pane quotidiano



mercoledì 24 dicembre 2025

2025 12 24 – De spigolam et branzinom

2025 12 24 – De spigolam et branzinom.

 

Il serpentone si snoda.

Si piega si inchioda.

Si ferma la coda.

La gente si accoda.

La vetrina straripa.

Tracima la ripa.

Non certo di rape.

Nemmeno di carpe.

Ma di altri pesci, molluschi e crostacei.

Per un attimo ci avevo creduto.

La risonanza magnetica li aveva posseduti.

Ne ebbi lucida visione già prima del mio internamento.

Erano tutti guidati dalle onde sottili.

Andavano in processione bancaria.

Al mantra di voglio un iban, datemi un iban.

Mi scappa la carità, devo fare la carità.

Osservo meglio e ascolto più attento.

Queste sono urla da mercatino.

Il re del bancone si chiama branzino.

Ma quale amen di iban.

La coda è rapace di spigole nataline.

Pesci lombardi branzini.

Allevati in reti da ingrasso vorace.

Da noi si pescava ancora con innata carità.

E laggiù il predatore era chiamato spigola.

Talmente vorace mi si ingollò tre esche alla traina.

Per forza che mangia come una pazza anche in cattività.

È la sua natura.

La facemmo alla acqua pazza, sporca in guazzetto.

Non in crosta di sale da fighetti stellati.

E così oggi sono lì tutti in fila.

Tra i lamenti del primo caro cenone.

Potevate mangiare le verze della cassoeula.

State tranquilli che nessuno ve ne privava.

Potevate accodarvi dal fruttarolo.

Risparmiavate pure sul colesterolo.

E non ci saccheggiavate il mare

Ma è natale è natale è natale.

L’allegria la mettiamo nei cassetti.

Lascia stare anche le cose che non ti vanno.

Tira fuori la malinconia.

Vasco.


 

Kalimmudda semper dixit.

E il mattino, è Natale

 

La coda dal pesce lombardo.












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La coda del pane quotidiano.



lunedì 22 dicembre 2025

2025 12 23 – Natale sotto l’ospedale

2025 12 23 – Natale sotto l’ospedale.

 

Il Rubicone della 90-91 è sempre attuale.

Ci faccio intorno quattro passi domenicali.

Mi trovo in zona di piazzale Brescia.

Snodo primario del flusso della circonvalla.

Nel grande spazio tondo non c’è nulla di notabile.

Tranne un famoso ospedale.

Marmoreo, squadrato, pulito, glaciale.

Geometria rassicurante senza fronzoli.

Asettica struttura di reverenziale fattura.

Mi ricordo della volta che sono risorto.

Reincarnatomi gesù che ero morto.

La mia anima volava sopra il bus col filo.

Mi diedero del matto.

Ignorarono che ero in missione di fatto.

A partire da barboni e puttane di quartiere.

Non erano reietti da convertire.

Ma unità di calcolo con cui trasmettere intelletto.

Così misi al loro servizio la mia economia.

Predicavo per le notti tra papponi e mignotte.

Ero un verbo di correzione, ero la revoluzione.

Era il verbo primigenio.

Mi portarono al manicomio.

Salto avanti di decenni.

Passeggio nella piazza ora ripulita di battone.

Per il gaudio di qualche perbene ciucciacazzi.

Mi colpisce un filo di luminarie di Natale.

L’ospedale ha fatto un presepe sobrio.

Da tradizione e prescrizione il gesù non è acceso.

Sotto ci sta anche un vero bambinello in attesa.

Non è un piccolo cristo illuminato.

È un barbone al buio disperato.

Gli ultimi saranno i primi.

Ma come.

Abbiamo ancora i barboni.

In questo mondo che forse è il migliore mai esistito.

Ancora non debellati e integrati dopo millenni passati.

Ah, se mi avessero ascoltato invece che internato.

Che minchia avete fatto in tutti questi decenni.

Ecco, ero uno degli agnelli dell’economia di dio.

Che aggiustava i peccati del mondo.

Tra pochi giorni devo rientrare in vetrina.

 

Kalimmudda semper dixit.

L'agnello di dio

 

Presepe sotto l’ospedale.




 

 

 

 

venerdì 19 dicembre 2025

2025 12 22 – Memoria di navigati naviganti

2025 12 22 – Memoria di navigati naviganti.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo: Naviganti Fossati 1993

 

In una cosa mio padre era davvero grandioso.

Rendeva partecipi amici vicini e parenti.

Quando lo faceva si toglieva quel velo di occulto.

E a me sembrava davvero gioire sincero.

Le cugine della banda degli orfanelli lo ricordano bene.

Dunque io aspettavo il natale per emigrare.

Si caricava il macchinone e tutti su in montagna.

Nel baule del macchinone ci sbatteva dentro anche noi.

Ed era sempre una festa.

Memorabili i capodanno con i fuochi di contrabbando.

Ce ne ho ancora un pezzetto dentro un orecchio.

Si facevano grandi abboffate con leccornie a montagne.

E aveva sempre pensato a regali per tutti a valanghe.

Se avesse conosciuto Vittoria sarebbe uscito pazzo.

E l’avrebbe viziata peggio che da regina.

Quando morì io smantellai tutta la sua corte dei miracoli.

Con un rimpianto soltanto per la barca.

Andare per mare è una pratica mistica.

Non è trasportare senza manco sentire le onde.

È fondersi nella fiducia con acqua e meccanica.

Si deve provare il timore reverenziale.

E dubitare costantemente con le orecchie protese.

Una volta eravamo in barca con Barbara.

Io percepìi che qualcosa non andava.

Aprimmo il vano motore ed era vero.

C’era fumo che non si capiva da dove usciva.

Nel dubbio le misi in mano un estintore.

Le dissi di restare immobile di guardia nel vano.

Fui bastardello, almeno non chiusi il portello.

Ma io ero il solo capace e dovevo timonare.

Arrivati nel porto ridemmo di gusto per lo scampato pericolo.

Ci siamo voluti bene e pure divertiti.

Mancava solo una cosa.

Mancava ancora Vittoria.

Avrei voluto insegnarle ciò che ho imparato.

Da uomini, pesci, marinai, delfini, vulcani e mare intero.

Io ricordo un fagotto di bambina sul sedile.

Forse non è vero, forse è solo un sogno.

Ma credo che a navigare ci sia stata.

Lo ha poi fatto per tanti anni da sola.

E in tutto questo andare ci si consola.

Perché siamo stati lontani.

Ma siamo stati anche bene.

E siamo stati insieme.

Anche senza navigare mai.

 

Kalimmudda semper dixit

Naviganti

 

 

 

Il tatto dei delfini

 


Che basta un filo di vento per venirci a guidare