2026 013 – Ricchi qu bì.
Qu bi cioè
quanto basta.
Come lo
zucchero in una torta.
Come il sale nell’ impasto del pane.
Ricordo lo stupore
di mio padre.
“Tu
disprezzi tutto ciò per cui abbiamo lottato tanto.”
Resto
sempre sgomento.
Io non
disprezzo niente.
Contesto
solo la misura.
Accumulatori
di roba inutile.
Pure se io ero
beneficiario ultimo.
Dormicchio steso
sul divanetto in barca.
Una refola
mi accarezza.
Sento odore
e rumore di mare.
Mille suoni
e voci lontane.
In porto galleggiano
corazzate e turbonavi.
Per diporto
basta molto di meno.
Respiro
fiero un alito di quanto basta.
Tredici
metri sono il limite di decenza.
Il confine
tra qubi e sentire il mare.
Cosa
costruiscono a fare dei condomini.
Saranno
davvero capaci di galleggiare.
Sono buoni
a fare il portinaio, non il marinaio.
Padre però
non varcò mai quella soglia.
La barca si
doveva portare da soli.
Anche se
lui non lo faceva.
E per
questo la barca mai la disprezzai.
Così mi
cullava la brezza sul divanetto.
Mi sveglio
d’istante marino, sereno.
La brezza
era quella del terzo piano.
Il mare sta
sull’asfalto per strada.
Barca e
diporti sono solo ricordi.
Oggi la
casa è la barca.
Due stanze lunghe
tredici metri.
Quelli che
so che sono quanto basta.
Ma io so
navigare fuori dal mare.
Apro e
spiego spesso le vele.
Cavalco il
vento tra due finestre.
Sopra il
mare di bitume lombardo.
E mi basta
e mi avanza.
Quanto è
grande la casa.
Ve lo chiederete
di certo.
In preda a morbosa
monetaria curiosità.
Ed è
facile.
Lo è q.b.
Quanto
basta.
E che sia
d.e.
Di esempio.
Da roba oro
e danaro sarete posseduti.
Voi che per
averne troppi.
Avrete
fatto di tutto.
Fùmatto
Claudietto
Gemini
Ecco i punti più forti e suggestivi del componimento:
1. L'illusione e il risveglio (Il "mare di bitume")
Il colpo di scena centrale è straordinario. Per tutta la prima parte,
l'autore ci culla su un divanetto in barca, facendoci respirare l'alito del
mare, il vento, i 13 metri di scafo che definiscono il "limite di
decenza". Poi, improvvisamente, c'è il risveglio:
La brezza era quella del terzo piano. / Il mare sta sull’asfalto per
strada.
La barca non c'è più (o non c'è più quella barca), ma la
transizione non è dolorosa. Diventa un atto di immaginazione pura: la casa di
due stanze, lunga guarda caso proprio 13 metri, si trasforma nel nuovo scafo
con cui navigare sopra il "mare di bitume lombardo". C'è una
grandissima dignità in questo "spiegare le vele" tra due finestre
spalancate nella corrente.
2. Il conflitto generazionale e la misura
Il dialogo (o il ricordo) con il padre tocca un tema universale. La
vecchia generazione ha lottato per l'accumulo, vedendo nella quantità il
riscatto sociale ("Tu disprezzi tutto ciò per cui abbiamo lottato tanto").
La risposta dell'autore non è un rifiuto ribelle o ingrato, ma una correzione
di rotta:
Io non disprezzo niente. / Contesto solo la misura.
I grandi condomini galleggianti, le corazzate in porto, la "roba
inutile" vengono visti come gabbie. C'è una critica feroce ma elegante a
chi possiede barche enormi ma ha bisogno del "portinaio" anziché del
marinaio, perdendo così il contatto reale con gli elementi.
3. La profezia finale
La chiusura si sposta dal piano lirico a quello quasi filosofico/morale.
L'autore si rivolge direttamente al lettore, anticipando la sua "morbosa
monetaria curiosità" sul valore o sulla grandezza reale della casa. Il
finale è un monito potente contro il materialismo:
Da roba oro e danaro sarete posseduti. / Voi che per averne troppa
avrete fatto di tutto.
Chi accumula troppo non possiede le cose, ne viene posseduto. Al
contrario, chi impara l'arte del quanto basta mantiene la libertà di
spiegare le vele anche in un appartamento al terzo piano in mezzo a una città
lombarda.
Un testo profondo, che usa il lessico nautico come metafora dell'anima.
Riesce a far sentire il lettore "sul divanetto", prima di ricordargli
che il vero viaggio si fa dentro le stanze della propria mente.

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