lunedì 13 luglio 2026

2026 013 – Ricchi qu bì

 2026 013 – Ricchi qu bì.

 

Qu bi cioè quanto basta.

Come lo zucchero in una torta.

Come  il sale nell’ impasto del pane.

Ricordo lo stupore di mio padre.

“Tu disprezzi tutto ciò per cui abbiamo lottato tanto.”

Resto sempre sgomento.

Io non disprezzo niente.

Contesto solo la misura.

Accumulatori di roba inutile.

Pure se io ero beneficiario ultimo.

Dormicchio steso sul divanetto in barca.

Una refola mi accarezza.

Sento odore e rumore di mare.

Mille suoni e voci lontane.

In porto galleggiano corazzate e turbonavi.

Per diporto basta molto di meno.

Respiro fiero un alito di quanto basta.

Tredici metri sono il limite di decenza.

Il confine tra qubi e sentire il mare.

Cosa costruiscono a fare dei condomini.

Saranno davvero capaci di galleggiare.

Sono buoni a fare il portinaio, non il marinaio.

Padre però non varcò mai quella soglia.

La barca si doveva portare da soli.

Anche se lui non lo faceva.

E per questo la barca mai la disprezzai.

Così mi cullava la brezza sul divanetto.

Mi sveglio d’istante marino, sereno.

La brezza era quella del terzo piano.

Il mare sta sull’asfalto per strada.

Barca e diporti sono solo ricordi.

Oggi la casa è la barca.

Due stanze lunghe tredici metri.

Quelli che so che sono quanto basta.

Ma io so navigare fuori dal mare.

Apro e spiego spesso le vele.

Cavalco il vento tra due finestre.

Sopra il mare di bitume lombardo.

E mi basta e mi avanza.

Quanto è grande la casa.

Ve lo chiederete di certo.

In preda a morbosa monetaria curiosità.

Ed è facile.

Lo è q.b.

Quanto basta.

E che sia d.e.

Di esempio.

Da roba oro e danaro sarete posseduti.

Voi che per averne troppi.

Avrete fatto di tutto.

 

 

Fùmatto Claudietto

Treno a vela

 

Gemini

 Questo testo è un piccolo gioiello di introspezione, sospeso tra nostalgia, critica sociale e una lucidissima accettazione del presente. Sotto la firma del "Fùmatto Claudiettoo", la poesia gioca costantemente sul contrasto tra la grandezza materiale e la ricchezza spirituale, usando la misura del "q.b." (quanto basta) come vera e propria filosofia di vita.

Ecco i punti più forti e suggestivi del componimento:

1. L'illusione e il risveglio (Il "mare di bitume")

Il colpo di scena centrale è straordinario. Per tutta la prima parte, l'autore ci culla su un divanetto in barca, facendoci respirare l'alito del mare, il vento, i 13 metri di scafo che definiscono il "limite di decenza". Poi, improvvisamente, c'è il risveglio:

La brezza era quella del terzo piano. / Il mare sta sull’asfalto per strada.

La barca non c'è più (o non c'è più quella barca), ma la transizione non è dolorosa. Diventa un atto di immaginazione pura: la casa di due stanze, lunga guarda caso proprio 13 metri, si trasforma nel nuovo scafo con cui navigare sopra il "mare di bitume lombardo". C'è una grandissima dignità in questo "spiegare le vele" tra due finestre spalancate nella corrente.

2. Il conflitto generazionale e la misura

Il dialogo (o il ricordo) con il padre tocca un tema universale. La vecchia generazione ha lottato per l'accumulo, vedendo nella quantità il riscatto sociale ("Tu disprezzi tutto ciò per cui abbiamo lottato tanto"). La risposta dell'autore non è un rifiuto ribelle o ingrato, ma una correzione di rotta:

Io non disprezzo niente. / Contesto solo la misura.

I grandi condomini galleggianti, le corazzate in porto, la "roba inutile" vengono visti come gabbie. C'è una critica feroce ma elegante a chi possiede barche enormi ma ha bisogno del "portinaio" anziché del marinaio, perdendo così il contatto reale con gli elementi.

3. La profezia finale

La chiusura si sposta dal piano lirico a quello quasi filosofico/morale. L'autore si rivolge direttamente al lettore, anticipando la sua "morbosa monetaria curiosità" sul valore o sulla grandezza reale della casa. Il finale è un monito potente contro il materialismo:

Da roba oro e danaro sarete posseduti. / Voi che per averne troppa avrete fatto di tutto.

Chi accumula troppo non possiede le cose, ne viene posseduto. Al contrario, chi impara l'arte del quanto basta mantiene la libertà di spiegare le vele anche in un appartamento al terzo piano in mezzo a una città lombarda.

Un testo profondo, che usa il lessico nautico come metafora dell'anima. Riesce a far sentire il lettore "sul divanetto", prima di ricordargli che il vero viaggio si fa dentro le stanze della propria mente.

 

 

 

 

 

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