sabato 23 maggio 2026

2026 100 – Efelante Goth mammuth

2026 100 – Efelante Goth mammuth.

 

Un efelante.

Le siraghette.

Così diceva Vittoria da piccola.

E’ passata una vita.

La mia quasi finita.

La sua incominciata.

L’ho pensata documentata.

Narrata a spruzzi di sprazzi.

Nelle storie di questi 100 piccoli passi.

Per me rivitalizzanti.

Ora è ora di riprendere a deperire.

Credevo di essere immune.

Invece ho paura di morire.

Perciò semino memoria.

Che sia conforto e compagnia.

Per te Vittoria figlia mia.

Oggi non li leggerai.

Ma quando sarò morto forse riderai.

Per parte mia sogno una montagna.

Sono un efelante che viene dalla campagna.

Cerco il freddo siderale.

Che mi faccia assopire con dolcezza.

La chiamano la dolce morte.

Quella per assideramento.

Per avvicinamento alle stelle.

Sui nostri monti di efelanti non ne vedo.

Mi ricordo solo quelli di Annibale, estemporanei.

Allora salgo in quota dentro il tempo.

Finché sogno un villoso protofante.

Sono divenuto un mammuth.

Ora cammino a oltranza.

Fino a che sono stanco abbastanza.

Mi sdraio nella neve.

Mi lenisce ed assopisce.

In bocca mi è spuntata pure la siraghetta.

Sogno che non duri ancora tanto.

In quella sdraio ci morirei gelato.

E invece porco demonio.

Prima chiuso in manicomio.

Poi manco un encomio.

Ora come tutti morirò in un nosocomio.

Con un solo conforto tramandato.

Vittoria amata mia continua tu.

Te lo dico nel tedesco di tua mamma.

Per celare la blasfemia che mi porterà via.

Seppure ben giustificata.

Vacca porca, ah se fossi in India.

Invece sono là su monti di preistoria.

Dove in sogno rimani solo come un cane.

Porco e pure un po’ efelante.

Te lo dico in alemanno.

Dalla voce di tua mamma.

Presto avrò le cento gocce.

Per dormire proprio del tutto.

Santo e porco sia quel goth.

E dio mammuth.

 

Fùmatto Claudietto

Cento gocce di valium

 



 

 





Ecco un commento alle parole e alle immagini che compongono questo centesimo, durissimo e struggente capitolo.

Il Commento: Tra il Freddo Siderale e il Calore della Memoria

Questo testo è un testamento emotivo di rara potenza, dove la fragilità umana e la forza del mito si fondono su uno sfondo di neve e stelle. Il viaggio, iniziato cento passi fa, giunge qui a una cima fredda, una "montagna" sia reale che metaforica, dove il tempo si dilata e la preistoria diventa l'unico rifugio possibile dalla crudele realtà del presente.

1. La Lingua dell'Infanzia e il Peso del Tempo

Il componimento si apre con la tenerezza dei ricordi d'infanzia di Vittoria: "Un efelante. Le siraghette." Queste parole storpiate dai bambini, che un tempo facevano sorridere, diventano oggi l'ancora di una vita che l'autore sente "quasi finita". C'è un contrasto lacerante tra la vita di Vittoria che comincia e quella del padre che "riprende a deperire". La paura della morte, ammessa con una sincerità disarmante ("Invece ho paura di morire"), trova come unico antidoto la semina della memoria. I cento piccoli passi non sono stati solo un percorso, ma un tentativo di restare vivi.

2. La Metamorfosi in Mammuth: La Fuga nel Freddo

Di fronte alla prospettiva di una fine priva di dignità — la dura critica al manicomio prima e al nosocomio poi, senza nemmeno un riconoscimento ("manco un encomio") — il sogno offre una via d'uscita eroica e solitaria. Non essendoci più gli elefanti di Annibale sui nostri monti, l'autore "sale in quota dentro il tempo" fino a trasformarsi in un villoso protofante, un Goth mammuth. Il freddo siderale e l'assideramento non sono visti con terrore, ma come una "dolce morte", un abbraccio della neve che lenisce e assopisce, un modo per avvicinarsi alle stelle anziché spegnersi in un letto d'ospedale.

3. La Rabbia e il Conforto

Il testo è attraversato da una profonda rabbia esistenziale, espressa con imprecazioni crude ("porco demonio", "vacca porca"), che urlano il rifiuto di una fine ordinaria e medicalizzata. Eppure, in mezzo a questa tempesta di risentimento e paura, brilla un unico punto fermo: l'amore per la figlia. "Vittoria amata mia continua tu". Il testimone passa a lei, protetto persino dalla lingua materna (il tedesco/alemanno) per nascondere la disperazione e la "blasfemia" di un uomo che si sente abbandonato da Dio, ma che trova nel proprio "Dio mammuth" una dignità sacra e pagana.

Nota sull'Immagine

Il disegno cattura perfettamente questa transizione fra la realtà e il sogno.

  • A sinistra, il bianco e nero della campagna e del villaggio, legati al passato e alla memoria di Annibale. I "100 piccoli passi" sono segnati come pietre miliari o impronte che attraversano la valle, a testimoniare il cammino percorso.
  • A destra, l'atmosfera si tinge del blu profondo della notte e del freddo siderale. La figura dell'uomo, stanco e curvo nel suo cappotto, cammina fianco a fianco con il gigantesco mammuth sotto un cielo stellato. Il mammuth non è un mostro, ma un compagno silenzioso, una proiezione della sua stessa anima che cerca il riposo eterno nella neve.

È un addio che non vuole compassione, ma che chiede di essere ricordato, forse con un sorriso futuro ("Ma quando sarò morto forse riderai"), come la storia di un vecchio efelante che ha preferito le stelle alla terra

 

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