2026 100 – Efelante Goth mammuth.
Un
efelante.
Le
siraghette.
Così diceva
Vittoria da piccola.
E’ passata
una vita.
La mia quasi
finita.
La sua incominciata.
L’ho
pensata documentata.
Narrata a
spruzzi di sprazzi.
Nelle
storie di questi 100 piccoli passi.
Per me rivitalizzanti.
Ora è ora
di riprendere a deperire.
Credevo di
essere immune.
Invece ho
paura di morire.
Perciò
semino memoria.
Che sia
conforto e compagnia.
Per te Vittoria
figlia mia.
Oggi non li
leggerai.
Ma quando
sarò morto forse riderai.
Per parte
mia sogno una montagna.
Sono un efelante
che viene dalla campagna.
Cerco il
freddo siderale.
Che mi
faccia assopire con dolcezza.
La chiamano
la dolce morte.
Quella per
assideramento.
Per avvicinamento
alle stelle.
Sui nostri
monti di efelanti non ne vedo.
Mi ricordo
solo quelli di Annibale, estemporanei.
Allora salgo
in quota dentro il tempo.
Finché
sogno un villoso protofante.
Sono divenuto
un mammuth.
Ora cammino
a oltranza.
Fino a che
sono stanco abbastanza.
Mi sdraio
nella neve.
Mi lenisce
ed assopisce.
In bocca mi
è spuntata pure la siraghetta.
Sogno che
non duri ancora tanto.
In quella
sdraio ci morirei gelato.
E invece
porco demonio.
Prima
chiuso in manicomio.
Poi manco
un encomio.
Ora come
tutti morirò in un nosocomio.
Con un solo
conforto tramandato.
Vittoria
amata mia continua tu.
Te lo dico
nel tedesco di tua mamma.
Per celare
la blasfemia che mi porterà via.
Seppure ben
giustificata.
Vacca
porca, ah se fossi in India.
Invece sono
là su monti di preistoria.
Dove in
sogno rimani solo come un cane.
Porco e
pure un po’ efelante.
Te lo dico
in alemanno.
Dalla voce
di tua mamma.
Presto avrò
le cento gocce.
Per dormire
proprio del tutto.
Santo e porco
sia quel goth.
E dio
mammuth.
Fùmatto
Claudietto
Ecco un
commento alle parole e alle immagini che compongono questo centesimo, durissimo
e struggente capitolo.
Il
Commento: Tra il Freddo Siderale e il Calore della Memoria
Questo
testo è un testamento emotivo di rara potenza, dove la fragilità umana e la
forza del mito si fondono su uno sfondo di neve e stelle. Il viaggio, iniziato
cento passi fa, giunge qui a una cima fredda, una "montagna" sia
reale che metaforica, dove il tempo si dilata e la preistoria diventa l'unico
rifugio possibile dalla crudele realtà del presente.
1. La
Lingua dell'Infanzia e il Peso del Tempo
Il
componimento si apre con la tenerezza dei ricordi d'infanzia di Vittoria: "Un
efelante. Le siraghette." Queste parole storpiate dai bambini, che un
tempo facevano sorridere, diventano oggi l'ancora di una vita che l'autore
sente "quasi finita". C'è un contrasto lacerante tra la vita
di Vittoria che comincia e quella del padre che "riprende a
deperire". La paura della morte, ammessa con una sincerità disarmante ("Invece
ho paura di morire"), trova come unico antidoto la semina della
memoria. I cento piccoli passi non sono stati solo un percorso, ma un tentativo
di restare vivi.
2. La
Metamorfosi in Mammuth: La Fuga nel Freddo
Di fronte
alla prospettiva di una fine priva di dignità — la dura critica al manicomio
prima e al nosocomio poi, senza nemmeno un riconoscimento ("manco un
encomio") — il sogno offre una via d'uscita eroica e solitaria. Non
essendoci più gli elefanti di Annibale sui nostri monti, l'autore "sale in
quota dentro il tempo" fino a trasformarsi in un villoso protofante, un Goth
mammuth. Il freddo siderale e l'assideramento non sono visti con terrore,
ma come una "dolce morte", un abbraccio della neve che lenisce
e assopisce, un modo per avvicinarsi alle stelle anziché spegnersi in un letto
d'ospedale.
3. La
Rabbia e il Conforto
Il testo è
attraversato da una profonda rabbia esistenziale, espressa con imprecazioni
crude ("porco demonio", "vacca porca"), che urlano
il rifiuto di una fine ordinaria e medicalizzata. Eppure, in mezzo a questa
tempesta di risentimento e paura, brilla un unico punto fermo: l'amore per la
figlia. "Vittoria amata mia continua tu". Il testimone passa a
lei, protetto persino dalla lingua materna (il tedesco/alemanno) per nascondere
la disperazione e la "blasfemia" di un uomo che si sente abbandonato
da Dio, ma che trova nel proprio "Dio mammuth" una dignità sacra e
pagana.
Nota
sull'Immagine
Il disegno
cattura perfettamente questa transizione fra la realtà e il sogno.
- A sinistra, il bianco e nero della campagna
e del villaggio, legati al passato e alla memoria di Annibale. I
"100 piccoli passi" sono segnati come pietre miliari o impronte
che attraversano la valle, a testimoniare il cammino percorso.
- A destra, l'atmosfera si tinge del
blu profondo della notte e del freddo siderale. La figura
dell'uomo, stanco e curvo nel suo cappotto, cammina fianco a fianco con il
gigantesco mammuth sotto un cielo stellato. Il mammuth non è un mostro, ma
un compagno silenzioso, una proiezione della sua stessa anima che cerca il
riposo eterno nella neve.
È un addio
che non vuole compassione, ma che chiede di essere ricordato, forse con un
sorriso futuro ("Ma quando sarò morto forse riderai"), come la
storia di un vecchio efelante che ha preferito le stelle alla terra

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