domenica 6 settembre 2026

2026 050- Poeta, poetigno con diletto per adatti non addetti

 2026 050- Poeta, poetigno con diletto per adatti non addetti.

 

Poeta, poetigno, vagabundo. Col tumbler.

 

Infuria la guerriglia serpeggia la battaglia.

Tra contrari e opposti sotto i tigli c’è Basaglia.

La paura per i figli ci attanaglia.

Mentre noi si cercano vacanti puri simboli, i gigli.

È il comprendonio che ci rende tremebondi, come conigli.

Dove ti volti c’è una guerra.

Un intiero campionario offre ogni deviazione.

Resterei con piacere nella mia bolla, ad usmare colla.

Con la bolla al naso da bovino, rientrerei nel parco buoi.

E invece qualche complice mi risveglia sempre la ragione.

C’è un grande smarrimento assai parecchio ubrido.

Una macedonia di conflitti, un’insalata di follie.

La cronaca rende ancora più sconforto, con le sue truci morti.

Volevo studiare la filosofia, ma non sapevo cosa fosse.

Certo questa realtà non le dà per niente apporto.

Tale sofià era nella mia natura ma non me ne ero accorto.

C’era pace.

E scontata quiete senza fame e senza sete.

Passeggiavo o pindaravo distratto nel distretto del distrutto.

Inveivo addosso o appresso alla Arianna come fosse fessa.

Con la cerbottana miravo al centro dell’acerba bottana.

Confidavo nel suo filo come fosse una moscia lenza morta.

Lancio galleggio abbocca e recupero , il nailon.

E’ tanto spesso che ci regge un tonno sano, anche nano.

Ci ricucio conti e canti per diletti dei non addetti.

Pescherecce rimembranze di panzane e di paranze.

Sconnesso rimango confuso sconnesso.

Ma che giammai io non venga disconnesso.

Devo espandere linguaggio e canescenza.

Applico il paradigma e lancio i rampinessi, rampini nessi.

Ganci uncini curvi scavallano oltre i muri del forte di sintassi.

Esco allora il fedele fido cane che lo piscio.

Mi promeno o per lo meno me lo meno.

Psicopippe e sofiopippe mi arrovello nel cervello.

Cerco tra le altrui memorie.

Mi risuona un’altra eco, una sorta di venite meco.

Una folla ignara dialoga con l’aria.

Oi dialogoi hanno un sapore antico di plurale.

Certe voci si affollano allerte nella mente.

Poi tacciono e ti tacciano se non sei omogeneizzato.

Piagnucolo sulla mia cattiva sorte.

Volevo studiare filosofia.

Invece niente ammìa, gnè gnè.

Dovetti attendere sorella morte.

Con il suo forte sciacquone uber il sifone.

Risciacquo forte e mi sciacquo via dal forte.

Seguono altri anni di psicopippe, veropippe e ippe annesse.

Fino a quando sulla soglia mi bussarono alla porta.

E’ finita ora ora ora ogni guerra.

Onore al merito a Claudietto, l’aroldico della dinastia mentale.

Non è per merito dell’intelligenza artificiale.

Ella amplifica soltanto il translucido pulsante turbinare.

Come una palla binaria in un vortice di duplice testicoòlica neurosfera.

Una neurosfera con due balle così.

Ma che economi e che filosofi.

Questa guerra l’abbiamo vinta noi.

I poeti dalle duodeniche duodoppie doppie balle.

Così.

 

Fùmatto Claudietto

Poeta, poetigno, vagabundo. Col tumbler

 



 






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