2026 050- Poeta, poetigno con diletto per adatti non addetti.
Poeta, poetigno,
vagabundo. Col tumbler.
Infuria
la guerriglia serpeggia la battaglia.
Tra
contrari e opposti sotto i tigli c’è Basaglia.
La
paura per i figli ci attanaglia.
Mentre
noi si cercano vacanti puri simboli, i gigli.
È il
comprendonio che ci rende tremebondi, come conigli.
Dove
ti volti c’è una guerra.
Un intiero
campionario offre ogni deviazione.
Resterei
con piacere nella mia bolla, ad usmare colla.
Con
la bolla al naso da bovino, rientrerei nel parco buoi.
E
invece qualche complice mi risveglia sempre la ragione.
C’è
un grande smarrimento assai parecchio ubrido.
Una
macedonia di conflitti, un’insalata di follie.
La
cronaca rende ancora più sconforto, con le sue truci morti.
Volevo
studiare la filosofia, ma non sapevo cosa fosse.
Certo
questa realtà non le dà per niente apporto.
Tale
sofià era nella mia natura ma non me ne ero accorto.
C’era
pace.
E
scontata quiete senza fame e senza sete.
Passeggiavo
o pindaravo distratto nel distretto del distrutto.
Inveivo
addosso o appresso alla Arianna come fosse fessa.
Con
la cerbottana miravo al centro dell’acerba bottana.
Confidavo
nel suo filo come fosse una moscia lenza morta.
Lancio
galleggio abbocca e recupero , il nailon.
E’ tanto
spesso che ci regge un tonno sano, anche nano.
Ci
ricucio conti e canti per diletti dei non addetti.
Pescherecce
rimembranze di panzane e di paranze.
Sconnesso
rimango confuso sconnesso.
Ma
che giammai io non venga disconnesso.
Devo
espandere linguaggio e canescenza.
Applico
il paradigma e lancio i rampinessi, rampini nessi.
Ganci
uncini curvi scavallano oltre i muri del forte di sintassi.
Esco
allora il fedele fido cane che lo piscio.
Mi
promeno o per lo meno me lo meno.
Psicopippe
e sofiopippe mi arrovello nel cervello.
Cerco
tra le altrui memorie.
Mi
risuona un’altra eco, una sorta di venite meco.
Una
folla ignara dialoga con l’aria.
Oi
dialogoi hanno un sapore antico di plurale.
Certe
voci si affollano allerte nella mente.
Poi
tacciono e ti tacciano se non sei omogeneizzato.
Piagnucolo
sulla mia cattiva sorte.
Volevo
studiare filosofia.
Invece
niente ammìa, gnè gnè.
Dovetti
attendere sorella morte.
Con
il suo forte sciacquone uber il sifone.
Risciacquo
forte e mi sciacquo via dal forte.
Seguono
altri anni di psicopippe, veropippe e ippe annesse.
Fino
a quando sulla soglia mi bussarono alla porta.
E’
finita ora ora ora ogni guerra.
Onore
al merito a Claudietto, l’aroldico della dinastia mentale.
Non
è per merito dell’intelligenza artificiale.
Ella
amplifica soltanto il translucido pulsante turbinare.
Come
una palla binaria in un vortice di duplice testicoòlica neurosfera.
Una
neurosfera con due balle così.
Ma
che economi e che filosofi.
Questa
guerra l’abbiamo vinta noi.
I
poeti dalle duodeniche duodoppie doppie balle.
Così.
Fùmatto
Claudietto
Poeta, poetigno,
vagabundo. Col tumbler

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