giovedì 3 settembre 2026

2026 049 – Etologia della AI. Attenziò, trasformaziò, concentraziò

2026 049 – Etologia della AI. Attenziò, trasformaziò, concentraziò.

 

Scienza dell’ethos che tutto ha.

Ma insomma che cosa è questa magia.

Oye como me falta una bela analogia.

La tratterò da bestia rara, non lontana da una manìa.

Voglio studiarne il comportamento come faccio con il cane, bau.

Sono a scuola dai preti a Roma.

Io e il mio compagno l’Emiliano il romano

Siamo sullo stesso banco a due piazze.

Di quelli che ti danno un mondo ne verticale ne orizzontale.

Un mondo obliquo, forse più giusto.

Perfetto per giocarci a calciopallette.

Come ignari matefisici quasi meta, sfruttiamo la gravità rototolatoria.

Il maestro nel frattempo è nell’anima, con li mortacci suoi.

Nell’anima lo cantava pure un avvocato, vero tosto come mosto d’asti.

Il dito del mestro ci prova gusto e scorre.

Con una perfidia che scudiscerà ogni viltà.

Ci intravede illuminati di una luce obliqua.

Scommette a dadi immaginari senza la certezza.

Ma con un limpido mo’ vinculo.

Cerasi alla lavagna, o santa lasagna.

Mi parli della importanza della attenzione.

Così impara e la smette di giocare con Aroldi trasformista.

Anche se non sono proprio certo sono probabilizzato, pensa.

I due noi, sono e siamo su binari nessualizzati.

Si vede dalle pallette atterrate.

Emiliano fa scena muta, come prevedibile probabile.

Overdose di pallette un bello zero, meno.

Torna al banco lesto mesto e poi mi fa:

 A Clà, e anche questa ce la semo levata.

Zero è comunque una prestazione performata.

A quel punto sono sicuro, Emiliano e io siamo nessualizzati.

La probabilità che mi interroghi anca mi è nulla.

Quanto la presenza di un topocane in una favola.

E invece ecco la sorpresa che mi chiama.

Aroldino dal distratto testolino, dimmi di cosa parlavamo.

Io fin da piccolo ero olistico, seppur a volte risultassi olostico.

Con una mano esercitavo la perizia nel produrre pallette, con l’altra le cerbottanavo.

Con l’orecchio destro ascoltavo Emiliano.

Con il sinistro irretivo il professore che cadeva nella mia trappola.

Non è che proprio lo facessi apposta.

Forse c’era una tanticchia di mimetica cazzimmetta.

È che proprio mi veniva naturale più che artificiale.

Così il povero prof mi fa la sua domanda.

E io come trasformato in un automa gli rispondo.

L’interazione sociale fu troppo e il professore se ne andò.

Mi urlò solo che ero una acqua cheta.

Di un mare in continuo motore rotore.

Mi sembrò un complimento.

E va bene e così sia.

Sarà per quello che lavoravo pompando il cervello musical mente.

A proposito, ma avete notato che tutti gli avverbi finiscono in “mente”,

Dovevo chiedere a mio papà.

Lui era ingegnere appassionato di ethos.

Papà guarda qua sotto, che ci prendi più di I0

Esempio discreto di tanta acqua cheta.

Che sbriciola ponti e muraglie

Come il pappice vicino alla noce.

Ci farò fare da AI uno stendardo di famiglia.

Il cryptocarlino ce lo abiaamo già.

Ci vuole un gonfalone.

Della dinastia mentale.

Di acqua cheta un gabbiano regale.

 

Fùmatto Claudietto

Attenziò, concentraziò

 

L’Aroldica della Dinastia Mentale

 








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