martedì 25 agosto 2026

2026 340– L’ era della marmotta glabra

 2026 340– L’ era della marmotta glabra.

 

Ora prendete un telescopio e misurate le distanze.

E dite tra noi e voi chi è più pericoloso.

 

Si dice che non si può scherzare.

Guerre morti fame malati e tutto il resto: devi metterci rispetto.

Ma mica sono io che ho fatto questo casino.

Bastava che faceste tutti i bravi.

Senza arroganza e boria da bravi manzoniani.

Ci va solo qualche istante per azzeccare un nesso fesso.

Guerra, economie distorte, torti, morti, orfani, fame e tutti gli stracazzi

Ed eccoti il migrante che è migrato al trapassato.

Sono oramai lontane le auree ere dell’aquila Renata, quando l'io non servì più.

Quella rinata e infine reincarnata in un verdegrillo filo d’erba parlante.

Se ne era volata via dissolta nella vista di un punto nero.

L’istinto predatore di maschi imperatori sparì, non ci fù più.

Spazzato via nella maestosa regalità di quel battito d’ali finale.

Io non servo più, l’io non serve più, diventò l’imperativo.

Tutti riconobbero i vantaggi di giocare senza arbitraggi.

Ogni cattiveria sparì nella saggezza di quel battito.

E fu nascosta in qualche basso di più giù, da babalù a timbuctù.

Quella fu studiata come l’aurea era del regno dei peli.

La colonia, coi peli fremeva condivisi fremiti di gioie e di dolori.

Erano collegati e connessi in un gran bel noi, di tutti in pace.

Passavano le stagioni e la colonia cresceva copiosa gioiosa e giocosa.

Si scherzavano, fischiavano, petavano tutti allegri.

Il bozzolo di fremiti li avvolgeva, la neurosfera fungeva anche da arma di allarme.

Scudo stellare, alabarda spaziale, droni ricchioni, mazinga del menga e tutti gli altri maiminga.

La marmotta invece fischiava come se avesse un fischietto nel petto.

Un giorno un drone aquilone sganciò più di una puzza.

Polluzioni diurne e contagi notturni inquinarono tutta la santa montagna.

Essendo mammifere, già stigmàte letargiche, si addormentarono e contagiarono tutte.

E, tragedia peggio dell’inedia, iniziarono a perdere i peli.

Calvizie pilifera e alopecia montana: persero la connessione.

O vaccabanzai.

Restarono in braghe di pelle.

Apparvero nude e lisce di colore chiaro anche a un ipoveggente.

Spiccavano di pallore senza colore sulla roccia grigia e marrone.

Erano diventate polpette per aquile, albine e glabre battezzate glabrine.

Ad un tratto ebbero perso il pelo del tutto, e già questo bastava.

Ma poi con il caldo montano montante dimenticarono la pedagogica voglia di gioco.

La colonia rimase triste solinga e stanziale raminga.

Girava su sé stessa come una labirintica psicotrottola, ma non trovava la soluzione di uscita.

Un neurosensato, travestito senza troppo sforzo da pirla, passò un giorno di là.

Decretò confirmativo il non c’è niente da fare.

Ma più lesto che tosto fingendosi mesto introdusse un collega piazzista.

Esso aveva il pelo rossofocato a svolazzo conciato.

E una stazza da specie di razza che ammazza.

Propinava una nuova libertà di creme pozioni yoga erbe psiche ed omeopatie.

La colonia lucidata a pelle ne fu abbagliata.

E con un pindarico salto divenne una colonocrazia, piena di fecalomi da evacuare.

Tutta la colonia intanto si spalmò vicendevolissimevolmente.

E in tutto quello sguisciamento, a tutti venne da infilare l’infilo.

Senza filosofeggiare e perdere tempo con troppe psicopippe.

Presi dal principio di piacere sorvolarono rischi di specie, derive sociali e sonori fischi sul bene o sul male.

Fu un girone o una bolgia carnale.

Arrivò un altro piazzista, tipo quelli di lontane mode di colonie nudiste.

La nostra era già nota e taggata, scambiata ingroppata scambista.

Il piazzista era un liberista libertario in facili costumi.

Avendo sperperato ogni Sforze ed energie aveva esaurito ogni provvista.

Di danari, di ori e pure di privati fori vari.

Il nuovo piazzista propose quella che a prima vista sembrava una svista.

Mettetevi una uèbcàm nell’irritabile colon e fatevi filmare da dentro durante i bradisismi di renze.

Da scambisti a voyeuristi cyberanisti il passo fu breve, o a ritroso, boh.

Stà di fatto che qualcuno si lanciò uber, oltre, il revenge, dritto coi bàll nel porno “pelpal”.

La glabrina marmottina disse eh no quando è trippa è trippa.

Era vegetariana radicale perché nutrita e pasciuta cresciuta fin dalle radici.

E alla glabrità glabra ci si era adattata.

Ma riconobbe subito quella trippa per gatti, in salsa di roba da matti.

Ascoltava il suo pedagogo col rispetto dell’amòre.

Spesso era lei che lo confortava transitoria e protettiva.

Certe volte però lù lo si capiva solamenti da fù matto.

Rintanati nel loro tinello pittato di tenue pastello si facevano squadretta.

E in salsa di amòre idearono un piano assai bello con tanto di tranello.

Telecamere va bene ma allora per tutti, non sòlamenti qualcuno.

Uèbcàm girate su sé stessi, di modo chè solo a guardarli imparassero i fessi.

Un satanasso aprì un profilo su quel “solofan” per raccogliere gràn.

Era necessario per la ricerca della cura di calvizie e alopecia.

Poco importava il meretricio se con mediatica par condicio.

Senza peli connettivi, infatti, non avevano più noi.

Erano regrediti all’era dell’io.

O mamma mia.

E allora privaci pure della privacy fischiavano prossimi ma solinghi.

Noi non dobbiamo nascondere niente.

Nemmeno i ciulamenti o il lavaggio di denti.

Fu una ondata di invincibile armata tutta da loro concatenata.

Portavano un messaggio di civiltà di trasparenza.

Quando tutti sapranno tutto il mondo sarà perfetto.

Il precetto echeggiava da tempo nell’aria della neurosfera.

Fu un rigurgito pronto di civiltà dell’intelletto.

Esercitavano l’educazione perenne, diffusa a percettive porte aperte.

Mostravano il solo loro modo di essere, tra gioie neutri e dolori.

Presto e lesti divennero fenomeno desto giammai mesto.

Diffondevano video, olovideo, uberaudio, radio, cesio, polonia e roba per ogni vizio e device.

Infondevano sintassi, grammatici con l’infusione d’amòre,

Sempre vestiti, pur nel rispetto per ignudi sodomiti, gomorristi trombamici e loro parenti.

Glabri di glabrità impararono a tornare giocosi, ma mai fino ad oggi pelosi.

Giocavano con parole e pensieri dal cuore, sia in andata che in ritorno nel loro dove,

Erano meglio della moneta corrente contante.

Insomma, si vollero e si fecero bene.

In vetrina diretta mondiale.

E voi non cambiate canale.

Che qualcosa imparate.

E fate i bravi.

 

Fùmatto Claudietto

L'era del cinghiale bianco

 

 



 

 




lunedì 24 agosto 2026

2026 39 – La settimana della giovane marmotta

 

2026 39 – La settimana della giovane marmotta

 

Ora prendete un telescopio e misurate le distanze.

E dite tra noi e voi chi è più pericoloso.

 

Apro il piccì e trovo una sorpresa.

Devo prendermi una pausa.

Sto scalando le mie montagne tenebrose.

La marmottta mi insegue premurosa.

Nutro grandissimo rispetto per quell’animaletto.

A prima vista inutile, lei è capace di vivere in pace.

Chi ci ha messo la marmotta?

Forse è solo un modello per fare il mondo bello.

Copiate le colonie che d’estate poltriscono giocose.

Sembrano paciose ma io so che ci mettono fatica.

Squittiscono coi fischi per proteggere l’imbelle prole.

Ne hanno sacrificata metà per permetterci di essere qua.

Attendono l’inverno con la pancia al sole.

Già lo sanno che poi duole.

Ma per loro conta solo ogni battito di attimo.

Sono i ritmi della terra.  

Tutta pace niente guerra.

Sanno gioire di pochi giochi di parole.

Infantili, puerili, scurrili, paurosi che a volte sembrano vili.

Ma loro sono sentinelle.

Vibrazioni di peli e pelle, le paure sono sempre quelle.

Loro sentono da lontano i predatori di pensieri.

Contrappogono orchestrate filastrocche.

E parole in rime che a volte ho scritto io.

Giocano a nascondino tra le tane, senza che nessuno possa fare “tana”.

L’uomo nero viene di notte.

Trasandato con le scarpe rotte.

La marmotta veglia sveglia.

Per amore mi permette di dormire.

Si rintana dentro il letto.

Una cucciola cresciuta nella tana.

Al risveglio credo di essere io a guidare.

Ma quello è il bello, non è vero.

È un sistema binario.

Come la coppia di stelle Sirio.

Noi restiamo in squadra.

Una roccetta per la squadretta.

Mentre passa il tempo.

Che consolida montagne.

Una cosa non sapevo.

Io che per lei sarei il saggio.

Ore, giorni, anni e mesi.

Mesiversari a quarantine.

Ma perché mi escludi la settimana.

Non è mica giunto il tempo del riposo delle michètte.

Fischia fischia che ci passa.

E la vita è una grancassa.

 

Fùmatto Claudietto

Pace e serenità


Il patto della marmotta








La veglia della marmotta


 







Da Daniela

40 mesi di noi.

Amo.

La nostra complicità quotidiana.

Anche nelle difficoltà.

Dove facciamo squadra.

Tu la mia saggia guida alpina.

Che traccia la via.

Io la tua marmotta.

Che ti segue.

E ogni tanto fischia.

Se c'è pericolo!

Grazie!

Per avermi presa per mano.

Su questo sentiero.

Meraviglioso.

Che è la vita.

Buon mesiversario!

 


venerdì 21 agosto 2026

2026 038 –Nei canali della mente a puzze

2026 038 –Nei canali della mente a puzze.

 

Passeggio il cane che lo piscio con questo incipit ormai memetico.

Stiamo parlando del colore nero.

La strada è vuota, è ferragosto.

La coda dell’occhio resta guardinga.

Pattuglia grandangolare l’orizzonte circolare.

Colgo un prossimo movimento.

E’ proprio un segno dal futuro, che lo chiamerò Arturo.

Compare un fratello nero, ma nero nero vero.

Dalle scarpe alla cintura è vestito in bella fattura.

Non c’è lattice o feticcio, quello è tutto dritto liscio.

Ma sempre tutto nero.

E’ un gatto bianco, come fossimo nella fattrice matrice Matrix.

Lo segnalo complice al mio coinquilino di trottoir.

Per la rima con il noir.

Ci ridiamo.

Ci manca solo uno in viola, dico io.

Puntuale gira l’angolo pure il viola.

Rido ora sicuro, siamo nel centro del vortoir.

La neurosfera da lì spara a raffica e ad alzo zero.

Ma lo capisco solo io, e il cane con il pelo.

Al ritorno mi attende un po’ di giusta informazione.

Mi aspetto bombe e droni, ma che due coglioni.

Invece c’è quel re di Michael Jackson dentro alla televisione.

Ce lo ha messo la mia giovane marmotta. Daniela.

Ma deve avere spinto forte, lei che è i ritmi della terra intera.

Se continuate con le stuprate lei lo sente nei canali, nei fremiti di peli.

E così ci ritroviamo chiusi nella tana a due locali, la bittana.

Io saracco zitto tanti mucca porca, vacca cacca.

Imbruttito a suo giudizio, che è più limpido del mio.

Poi un colpo d’occhio si ribella a quel malocchio.

Michelino nichelino galleggia fermo in acqua.

Sta lungo disteso sulla poltrona da piscina.

Gli chiedono che sta facendo e lui pronto risponde.

Canalizzo.

Metti che Dio mi manda qualche buona nota o parola.

Se non mi faccio trovare pronto poi Lui le manda a Prince.

Mi si ritorce contro un sorriso mio malgrado.

Anzi proprio una risata.

Mi ricordo di tutta la mia epica del giullare.

Il sorriso se non la risata può più del pianto.

Non si può solo imbruttirsi.

A canali aperti si può e si deve tutti canalizzare.

La bellezza salverà il mondo.

Eh però bisogna farla entrare.

Indirizzate i pensieri nel cuoricentro della neurosfera.

E restate ritti dritti in orbita.

Poi la mantenete con quei colpetti di razzetti a scureggetto.

Così si guida l’intelletto.

Dentro in ogni canaletto.

Come un astropeto ossigenato.

Quando aprite un canale giusto ve lo dice un biancogatto. O un fùmatto.

O un uomo nero in porporosa giacca viola.

Ma ci vuole un occhio rapace.

Allenato a cogliere ogni minimo segno di pace.

Occhio della meraviglia.

Scrematore del parapiglia.

Canalizzatore principesco.

Ecco mi hanno spento il tivùcolòre.

Me lo dice pure la marmotta.

Se non ridi sei imbruttito.

La mia anima giullare deve darsi sempre da fare.

Mi ci sono voluti decenni a imparare a cercare i segni.

Ora che a volte li colgo mi ripiombano nell’ovvio.

Sapete che vi dico col sorriso dal paradiso.

Io riesco solo, a pisciare pure la marmotta.

Non rompetemi le rane.

Anche gli angeli mangiano cetrioli.

Meglio pensare a canalizzare.

Michelino in Principino.

Questa è roba che ci piace.

Meraviglia per bambini.

Scuregette, micropeti e nanepuzze.

Ascoltate l’universo da bambino.

Si raddrizza con due puzzette.

Mentre a voi ci vuole un argano a manovella.

O a vaporella.

 

E fate i bravi.

Malamenti.

 

Fùmatto Claudietto.

Set your mind free.

Starfish and coffee - Prince with the  Muppets

 



 

 

 



  

mercoledì 19 agosto 2026

2026 038 – Marcello bello e il piano al Maraschino coi marscmello

2026 038 – Marcello bello e il piano al Maraschino coi marscmello.

  

Quanto fù bello il piano al Maraschino, Marcello.

Marachello, Marshello, Marscello, Marshmello, marcondirondirondello.

Ma come si chiama e quanto è lontana l’era di quegli Usa e getta nostrani.

La memoria tentenna e vacilla nel ricordo di quanto sembravano belli.

Invece ora cavalcano bombe e tra una e l’altra fanno pure dei piani.

La narrazione dell’orazione si è fatta più lunga, ma storta distorta infine più corta.

E bomba de qui e bomba de li si hanno fottuto pure il cavallo, del re.

Di trentaseimila e trenta sei che lui re ce ne ha. Oh.

Marcello il bello, bello, sono amici a te e a tuo fratello.

Tu continua a fare il giulivo giullare menestrello.

Bambinello bello nell’attesa t’ho portato il Maraschino.

Tradizione antica quanto fica.

Ma ricorda che non si può scherzare troppo a marachelle.

Altrimenti ti additano e ti urlano assassino, loro a me ma guarda te.

Perché hai imbriacato anche il bambino Nello, e ora tutta l’acqua è sporca.

Ma quanto sarebbe bello un novello piano Marscello.

Pronunciato con quello strascico di biascico imperiale.

Marschello, come here.

La matrona di Marscello abusava der sacro urbano fontanone.

La foresta inzuppa le gonfie puppe fino a Trevi come un trava.

Er fontanone è colmo di quella acqua che ammazza se t’arrazza, forse perchè piena di monetazze.

All’italico con la faccia delli mortacci è la fame che lo arrizza, fino appena dopo porca ariccia.

Marshello Marcellino dise la comare dal tono alpestre cisalpino.

Se fai il bravo e riponi l’uselino ti do pure un goccin di vino, col maraschino.

Marshello ghò capìo e oh se l’è beela la dolce vita; beh a chi non piase pure se un po’ dolciastra.

Ma tu non pissà minga per ripicca o invidia dentro nell’orgoglio capitolino della capitale.

Capitale, capitale, capitale.

Qui comincia l’avventura di quello spettro che ramingando nelle campagne arriva dritto nell’urbe.

E lì gli montano le turbe.

Fontane piene di dolce vita ubriacavano la nazione contadina ancora in ricostruzione.

Mancheranno a fine giostra solo le finite finiture di facciata.

Le sirene di cielo mare e terra lanciano ciechi echi e richiami a succhiare latte dalle puppe di foresti, da buoni travesti.

Poveri e contadine di arazza latina ciucciano puppe come gemelli con le lupe.

Tutto richiama la festa che profuma l’aria degli albori del miracolo economico.

Marcello, ma quanto è bella la dolce vita vitella.

Iii vitellii dei romani sono belli: vai o Vitellio dio romano al suono di guerra.

E’ latino chic.

Ce la siamo guadagnata la dolce vita.

Poi però con lo stesso nostro usèllo ci siamo acrobatici inculati.

E quanto ci ha inculato quel modello di mito che sei un eroe se stai leggiadro.

Che poi si evolse evinto nel moderno stai sereno.

Noi poveri si usciva dalla tragedia farcita di alleati che ci dovevano volere tutti bene, per diritto sine merito.

Ma la guerra persa era persa, scolpita nella memoria della storia.

Ci aiutarono questi Usa e getta svelatisi seriali psichiatrici bombardieri.

Era prevedibile per genti sterminatrici con la cultura di colt, cavallo e colonie

Le “tre c” come quelle del caffè quando come cazzo coce.

Grazie, prego ora faccio da solo.

E invece adesso te lo scordi e sei colòno.

I cieli erano stati pattugliati da rapaci falchi in attesa di bombardare ricostruzioni.

I mari sono di certo stati solcati in danze da barracuda, fino a che nuda suda ogni crazìa.

Ma andò vai se la res banana non ce l’hai, bella hawaiana attaccati alle puppe di trava repubblicani.

Era una importazione seriale di una cosa sola: la pummarola in scatola, che si conserva.

Ma nooo!

Cosa aveto capito, vi ho scherzato, mentre crepano cristiani e anime a frotte, che gusto cattivo.

Era questa democrazia sòla, condita di eleganza in sauce d’argeant, des autres, a debito flambè, olè.

E noi ancora li a vivere di journè, a sversare lacrime di corruzione, ups, intendevo commozione.

Ecco che entra in campo il nostro amato maresciall, quello che l’Usa e Getta ci ha donato.

Marshall come sceriffo per uno scherzetto di difetto di linguistica si confonde il tesoretto.

Quello che ha sparito fulminato dalle casse dello Stato, più di una reale estate.

Ho entrato la banca che per norma come il banco è sempre lei che sbanca e, và ava come lava.

Cerca cerca la targhetta della cassetta di sicurezza.

Scatoletta di taglio nano.

Una piccina lattina, yes they can.

Ma questi sono pezzenti fino ai denti o pure per venti.

14 miliardi a prezzo odierno ci ha donato il Marshall.

E tanta roba in conto vendita che chissà se è finita o ci si è inficcata come gene del piazzista.

Per l’Ucraina madre granaia ne servono 600 o o forse mille; il mediooriente è un buco nero.

E noi ancora grati per quell’AFI delle targhette sulle auto.

American Force Italy, ma che sei Usa o sei romano.

Il parlamento democratico noi me lo ho sudato.

Marcello, più che riccovery questa fu una caramella da uno conosciuto.

Anzi cosa dico.

Forse conoscendoci hanno rischiato solo qualche arrosticino di marshmellow.

Ammazza che puzza de bruciatura zuccherina, io me magno i vermicelli.

Usa e Getta siamo in fase di gettaggio, aggiottaggio, atterraggio.

Stringi il culo e pure i denti, che per dare a loro la way out ci troviamo al barbonaggio.

Al ricordo di Albertone viva i vermicelli pure per Marcello.

Dolce la vita dentro ai fontanoni, ahò.

Mò ci è il tre per due di noi mortacci.

Uno Sordi e l’altro muto come un Tomba.

E il terzo?

Quello è bello.

Faccia pure lo schiattamorto tanto il Cristo poi è risorto.

Ma mi faccia il piacere, disse principale il Totò.

E tenetevi i marshmellow.

Invenzione fica antica, pure quella saccheggiata.

  

Fùmatto Claudietto

' O mericano


 









 

lunedì 17 agosto 2026

2026 036 - La vera storja di Europa la troja

 2026 036 - La vera storja di Europa la troja.

 Noi ci credevamo.

 Bisogna sapere di miti e leggende o non capirete queste faccende.

I latini copioni, da vincitori si sono riscritti la storia.

Sceneggiature e tesi tra tragedie e perifrasi.

Così si spacciano per discendenti di Giove. 

Largo circa erano prole di Zeus gran figlio di Crono.

I copioni latini argomentano che già prima i greci la storia se la erano inventata.

Nel senso che se la erano appropriata.

Tanto era tutto un cinema di ars gratia artis, gratuita.

I ricottari romani temporeggiavano cunctatori.

Bevevano vino col pecorino tra pecore al pascolo.

Figlie di pecorine accarpone, le si abbinava alla fava già da tempi di favonio.

Gli antesignani Cretini furono i veri precursori di razza e di mazza.

Erano loro i vincitori minotoreri nell’arena della prima culla civile.

Ora si potevano arrogare uno juice primenotti e tutti all’ingroppo.

Ecco la vera storia d’Europa scritta sia da vincitori che da evinti.

Tutto origina dalla grande ammucchiata alla guisa di Giava.

Il povero Zeus, per altro gran puttaniere, si era sì travestito da toro.

Ma per fuggire dalle impure voglie geniali della ninfa da mane a sera, l’Europa.

Figlia di madre ignota era per ricottara rivalsa nota mignotta.

Ninfomane, aveva quel nome curioso dove eu sta per bene e ropa per boh.

Era proprio questa “ropa” che non gli tornava e puzzava.

Poteva documentarsi, ma non trovava mai crono per le psicopippe.

Così rimaneva a quel dubbio “ninfa da mane”, che già da appena sveglia era in odore o rumor di puttana.

Nel mentre del dubbio, ancora per certo non bene noto, a Zeus gli scappò di prosciugarsi le balle.

Sempre trava travesta travestito da toro con corona di alloro.

Senza funzionale goldone, ancora fatti di inutile lino tessuto, egli la ingravidò.

Vacca baldracca era meglio di bocca.

Ma il danno era fatto.

Mancavano solo le spiega e le azioni sul nome.

Assonò allora ropa alla rota e poi pure a una scropa.

Il passo da lì alla scrofa maiala fu uno spasso da fesso.

A ropa sguarrata ninfomane, nacquero un fottìo di razze, lingue e genìe.

Fino a un venti più sette cioè 27.

Tutte col gene da incorno di quel cornuto travesta da toro.

Iniziarono a darsele di santa ragione tra ciolle romane e fregne per nerchie.

Insomma, non si capivano per colpa o alla guisa di tale babele.

Allora intanto nel dubbio chiavare chiavavano.

Gaudendo di un falso privilegio del fallo, ma non dillo.

Troppo grosso l’impero, troppo discinto tutto in giro, troppa assenza di mescolanza di Arianne.

Ingroppa de qui ingroppa de li questi continuavano ad incrociarsi incestuosi.

Fu salvata solo qualche iniezione migrata con una rivitalizzata intostata.

La arazza era diventata sempre più fiacca e molle inseminata.

Erano edonisti sempre più in cerca di ninfetti e pedofile, per par condicio ricchiona.

La grufolante troia maiala divenne il simbolo garante di marchio delle marchette.

Ogni ninfetta ninfomane sbandierava il suo gonfalone.

Vacche quanto cavalle si offrivano ad altri paesi vassalle.

Mentre antichi dòmini imperiali avevano le palle sempre più mosce, paposce.

La gloria passata venne scordata per certi aggeggi detti “di vice” fino da laggiù da miami.

I barbari foresti restavano alle finestre in compagnia di amparo di cazzi.

Li guardavano ammazzarsi di consumanesimo e birra.

Spinti dai numeri erano troppo più destri sui loro destrieri meccanici.

Europa, torera per nulla sincera, divenne sacrilega vacca di spinose pucchiacche.

In tale contesto progettavano attenti solo una orsa di steppa e un dragone còmòdo.

Forse anche una sacra vacca indiana.

Riesumarono il guru Aristotele che però parlava solo di dracme e sesterzi.

Rei di averlo imbriacato anche lui, risultò poco chiaro a tutti.

Peggiorò assai l’indice di Babele, artifizio da orifizio per misurare l’intelligibilità informativa.

Ci fu un eccesso o decesso di demografìca razza di stazza dei 27 che proliferarono in casta.

Non fu possibile convertire l’onda di demografìa in democrazìa.

Forse per questione di incomprensibilità linguistica forse per vili sesterzi.

La scienza di opposti, figlia del Satanasso Aristotile, non sapeva nemmeno se c’era buco nero Zero.

Si sarebbe potuta applicare della fica retroeugenetica e ripartire.

Invece il culto d’alabarda in brogna si propagò in Borgogna Guascogna Bretagna e ben oltre la Spagna.

Cuccagna.

La religione del sufflone lemme lemme stese tutti fino a Gerusalemme.

Il Mediterraneo fù martoriato di pratiche ubride.

Sia presuntuose che inumidite di bacco anali in poca acqua.

La papera si trovò in orbite di acque basse.

La dove l’acqua è poca e notoriamente nessuna papera galleggia.

Europa fu oggetto di studi della sua malattia.

Poi di spese folli ai confini della realtà.

Pratiche sadicomasiche di ponti e di armi dilagarono in esorcismi da germi, o vermi.

Si sarebbe potuto realizzare il grande progetto irriguo.

Sarebbe stato meglio di ponti un acquedotto ad acqua stanziale.

Il deserto senza sale diventava terra da irrigare, era noto ad ogni Sacripante.

Invece la ninfomaniaca Europa si dedicò al paradossale onanico coolto di maschio a oltranza.

27, uno alla volta o tutti insieme, implosero in decimali.

Fu una gragnuola di Stati peti e restarono solo i Nato, o neto, in memoria di puglie normanne.

In quel gran bailamme….

Fiorirono distillerie di mele.

E tanti la montarono, l’Europa.

Ma io mi sono rotto.

Il concetto informativo vi sia preservativo.

E tutti in carrozzone.

 

Fùmatto Claudietto

Il carrozzone, pure con Carla Fracci

Pizzicata meraviglia