2026 065 – Don Maratea.
Un
camorrista incede sempre sicuro.
Appare
stare lì a farsi rimirare.
Mentre
osserva, di soppiatto procede.
È circospetto
ma tutti lo sanno, lui è arrivato.
La macchina
è seria eppure detta sobria.
Parcheggia
in bella vista come fossa una svista.
Il posto lo
attende vacante senza mai una multa.
Che a
bisogno pronta sarebbe stata tolta.
Veste una gialla
canotta del colore di lana cotta.
Cappellino
da pesca copre il capo liso elegante.
La camicia ondeggia
aperta alla moda di una ventata.
Deve vedersi
discreto il nobiliare scettro.
Sulla
pancia di sostanza promina la catenazza.
Maglie di oro
rosso incatenano rubizzi rubini.
Reggono un
cespuglio di pendagli.
Ondeggia al
ritmo malandrino, che suona clan clan drin.
Il borsello
di pelle di vitello è pieno della P38.
Pronta da
sfoderare in mezzo al mare, per esercitarci tutti a sparare.
Era un tiro
a segno fatto di segnali familiari.
Così entrava
in scena mio padre l’ingegnere.
In quel
bucolico lucanico territorio marateota.
Sembrava
una madonna in solinga processione.
Con il suo
personale stile da camorrista capo clan.
Quando morì
dovetti chiudere le pendenze.
Mi
presentai da camorrista in erba.
Partii da
Maratea porto per non fare torti.
Dovetti
regalare una casa al marinaio.
E mi toccò
ascoltare storie varie.
Non furono
i suoi affiliati storici a parlarmi.
Omertà di
meridione.
Quanto
piuttosto giovani già predestinati disoccupati.
Senza più
nemmeno il santo in paradiso.
Mai mi
parlarono male del mitologico ingegnere.
Quanto
piuttosto mi svelarono le verità nascoste.
Il
progresso si era portato dietro tutto il campionario di benessere.
Incluso il
narcotraffico litoraneo.
Trenta
chilometri di costa solitaria desolata.
Costellata
di bucolici approdi da Campania a Calabria.
Una
cerniera tra regioni sulla statale tirrena 18.
Avevo
sempre avuto un sentore.
E non
potevo certo rischiarmi capo clan.
Preferii mantenere
il ricordo di una infanzia non tradita.
E a mio
padre e a Maratea dedicherò solo una canzone.
Da Don.
Fùmatto
Claudietto

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