mercoledì 20 agosto 2025

2025 08 20 – Il deporto di capperi e cucunci

2025 08 20 – Il deporto di capperi e cucunci.

 

Nel bagaglio di memorie mi mancava questa.

Nascosta forse per celare la voglia di barca e mare.

È una storia di scafista da diporto.

Che in idioma ricottaro vuole dire svago.

Facciamo finta di essere superiori.

Ma alla fine non ci siamo così evoluti.

Il bisogno di appropriazione ci possiede.

Come a tutti, per sopravvivenza della specie.

Navigare nel superfluo è divertente.

Siamo onesti, meglio che essere indigente.

Così in un tempo corto il diporto si fa deporto.

Si parte con la barca con due motori.

Solida che quella non affonda e non si ferma.

Roba da ricottari dei trasporti marinari.

Niente a che vedere con i gommoni porta morti.

La barca da diporto esce discreta dal porto.

Era un’alba chiara e tersa con una lieve brezza.

Mare piatto forza olio da solcare con dolcezza.

Si naviga costanti solamente qualche ora scarsa.

Fino all’approdo nella magia di un porto giallo tufo.

Dritti a quella volta arrivammo a Ventotene.

Niente a che vedere con confini ed empiti europei.

Era solo una privata missione agroalimentare.

Intrapresa per soddisfare un vezzo di arredo.

Come sanno fare da campioni i ricottari di ogni dove.

Si era partiti dal giardino di terrone meridione.

Ci prosperavano solo agavi spinose.

E pungenti irriverenti fichi di india.

Era ben diviso dai suoi bei muretti a secco.

Pietre e scarsa terra in anfratti bruciati dal sole.

Il capriccio vezzo vero era volerli verdeggiare.

Ignorando quanto fosse contro natura.

Vivono selvatici alle Eolie, a Salina, a Ventotene.

Spuntano in ciuffi dai muretti prima i fiori e poi i cucunci.

Con le foglie bene in carne sono meraviglie floreali.

Sono i capperi pendenti dai roventi buchi dentro i muri.

Ero giovane con il mondo in mano.

Pensai di deportarne qualche decina di decine.

Caricai la barca di piante comperate dall’io pago.

Il contadino le vendette incredulo tanto gli crescevano.

Coprivano tutto il bianco delle murate della barca.

Ondeggiavano leggere sotto i verdi rami e foglie.

Eravamo lo spettacolo isolano del porto.

Nello scoglio giallo brullo eravamo un sole verde.

Pronto a uscire dal porto per deporto da diporto.

Stravaganze ricottare di un urbano da Milano.

Tipo bosco verticale antesignano.

Tornammo a destinazione sempre in meridione.

Certi che non cambiasse nulla piantumammo.

Ignorammo il noto monito della canzone di memoria.

Per stavolta non cambiare, stessa spiaggia stesso mare.

Mettemmo a dimora tutte le piante deportate.

Attecchirono selvagge per la spinta di riserva di vita.

Dopo lungo tempo il Pasqualino mi chiamò allarmato.

Non esistevano foto e smartfòn per cui tremante favellò.

I capperi coi fiori e coi cucunci erano morti tutti.

Non se ne era salvato manco uno tra decine.

Nemmeno per istinto di conservazione della specie.

Anzi come per precluderne altre geomanipolazioni.

Ebbi un istante di interdizione che mi dette la lezione.

Se deporti in senso lato crei comunque sempre morti.

Puoi nutrire e dare da bere ma non puoi curare il cuore.

Sono certo che sia ciò che capita ai bonsai.

Non è vero che muoiono di ignoti stenti.

È che si suicidano per i subiti torti.

Anche i capperi nostalgici si erano suicidati in massa.

Per vendetta al ricottaro e a suoi morti muri in pietra.

Così è quando vedrete al mare o altrove il prossimo barcone.

Non pensiate solo a fame, sete e primari bisogni primitivi.

Ricordatevi dei capperi e pensate a paura e tristezza.

Per quel loro dimani dove non v’è più certezza.

Saranno già morti di tristezza per deporto.

Mentre noi ci prodighiamo con orgoglio di accoglienza.

La cui causa siamo sempre noi.

Con la nostra civiltà ripiena.

Piena farcita di benesseri.

Tra abbuffate di cucunci e capperi.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Sudd

 

Cappero da muro


 

lunedì 18 agosto 2025

2025 8 18 – Dalla tele al libretto in rosso

 2025 8 18 – Dalla tele al libretto in rosso.

 

Adesso infuriano le paci.

Tra i ghiacci ardono come braci.

Più nessuno gioca a zitto e taci.

Urlano e strillano le loro voci.

C’è un fatto nazionale popolare.

Mentre il mondo balla la sua quadriglia.

Mentre noi guardiamo come inermi vermi.

Niente più anchor che intrattiene e ci conduce.

Era il bravo presentatore del tivù a colori.

È morto quasi centenario senza fare storie.

Che da noi riposi in pace, anche morto ci conduce.

Con l’anima intrecciata con il televisore.

Il televisore che grande invenzione.

La televisione, che animale da compagnia.

E che strumento di potenza.

Dal sublimine persona fino giù a Potenza.

Determinante degli umori nazionali.

Ammortizzatore sociale preferenziale.

Intrattenitore come al circo massimo.

“Il paese era inquieto. Ci inventammo le gemelle Kessler.”

E poi telegiornali informativi, caroselli, varietà.

Intrattenimenti, canzonette e sempre il santo calcio.

Da guardare in compagnia al bar sport.

Poco praticato ma bene delegato.

Oppure a casa di vicini più moderni.

Ma sempre inermi come vermi.

Tutto questo non c’è più, così si dice.

È affogato negli apparecchi che formano le masse.

Prima fu lampante la tele commerciale.

Nata per innestare presunti libertari consigli per gli acquisti.

Asservita a creare e diffondere il consumanesimo istintuale.

Quello da bestie animali educate a bersi ogni goccia culturale.

Crebbero sia i cachet che i prezzi, oltre ogni limite morale.

Stimolati dai bisogni imposti nel modello subliminale.

Arrivò però internèt e la sua ventata di speranza.

Tutti diedero la tivù per morta, stesso funerale dei giornali.

Sostituita da una libertaria anarchia latente in realtà inesistente.

Il disegno confluì in convergenza.

E fu macedonia di demenza.

È fatto di neurosenza che la testa non ce la fa.

Non può assorbire abbastanza di tanta falsa abbondanza.

E così ognuno si crea il suo selettivo palinsesto.

Ed il gioco è fatto, in apparenti piccole private sfumature.

Non c’è più un pensiero compiuto condiviso.

C’è quello smart-io che sovrasta ogni noi.

La frammentazione dell’abbondanza enorme porta divisione inerme.

Nell’illusione di capire l’interpretazione.

Ingrediente ultimo per ogni vera democrazia.

Il divide e impera fatto ad hoc ad personam.

Tutto basato sulle cosce delle Kessler.

Sublimatesi in un mondo porno.

Una altra rivoluzione culturale.

Comportamentale.

Coi modelli di successo alcolemico e tossico.

Valvole di evasione in monoporzione.

Anche essi parte del modello culturale.

Dopo i consigli per gli acquisti tutti a scopare ubriachi di aperitivi.

Come i conigli o i soliti poveri tentati transfughi criceti.

Quanto erano più avanti certi imperatori.

Lo capì e lo assorbì per bene Mao.

O confondi tutti e poi manipoli.

O manipoli direttamente.

Quando hai un popolo vergine da sverginare.

Dalla sua primitiva coscienza collettiva.

Seminare poche nozioni.

Fino a che forse essa impari per poi insegnare da sola.

Ecco perché alimentare la rete neurale.

Il cervello dell’intelligenza artificiale.

Ecco cosa ci vuole dopo la tele e la rete.

È di nuovo giunta l’ora.

Del libretto scritto in rosso.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Liberty City - Jaco Pastorius Big Band - Live In Japan 1982

 

Libretto rosso pure tattile.

Il tuca tuca del Dadaumpa



 

 

 

domenica 17 agosto 2025

2025 08 17 – L’impero di noi inermi vermi

 2025 08 17 – L’impero di noi inermi vermi.

 

Lessi che viviamo nell’impero della menzogna.

Bolliti nel marasma delle apparenti fole.

Sarebbe l’era della confusione generale.

Strumentale non tanto a seminare bugie.

Che a ripetersi poi diventano vere.

Quanto proprio a stimolare il bisogno di essere guidati.

La mente senza disegno noto non ci sta dietro.

C’è chi si sforza di capire e di leggere tra le righe.

Senza quadro complessivo è destinato a fallire.

Appare chiaro che ci siano troppi nessi.

In una realtà a noi vermi fessi venduta più complessa.

Perché eppure il disegno c’è.

Quasi sempre o almeno spesso.

Viene affogato tra false piste e comunicati.

In vari modi e distanze innestati e veicolati.

Per portarci ai fatti già compiuti.

E così noi a farci sentire depredati.

Essere inermi nudi come vermi.

Affogati nel diritto presunto della democrazia.

Illusione che sia vera informazione.

Fino a che si molla il colpo.

Si abbandona la maligna quadriglia.

Del chi ti lascia e chi ti piglia.

E ci si rifugia nella tana per noi allestita.

Nel quotidiano qualunquemente così sia.

Così hanno vinto loro il perverso gioco.

Del divide e impera ad personam.

O forse no.

C’è una via di uscita nel qualunquemente.

Non è accettazione della disinformazione.

È attesa nello staccarsi dal flusso.

E vedere cosa capita e cosa è vero.

In questi tempi accelerati di dati.

Che non sono quelli della storia.

Allora rinuncio a tentare per me impossibili analisi,

E osservo segni, parole e pensieri innestati.

Della quadriglia ballo solo il chi ti piglia.

E mi faccio tenia, nudo anale verme inerme.

Fino a che capita un nesso che mi pare meno fesso.

Tipo una salvinifica felpetta.

Con quella antica mefitica scritta.

Esco dal frullatore semantico.

Penso a chi la indosserebbe, sempre glaciale.

Penso ad una certa sinorussa sofisticata cazzimma del silenzio.

Rotto solo a poche scarne scarse parole e dichiarazioni.

Sparse nel vento del consumo della presunta informazione.

Comunicazioni rese a innesto tra il faceto e il funesto.

Nella quadriglia del mercato del pesce artico spicca questa.

Союз Советских Социалистических Республик.

Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Alla americana aka detta CCCP o USSR.

Mamma mia ma che paura.

Son tornati i mangia bambini.

Perdonatemi se voglio scegliere.

Tra parvenuti imperi grezzi o storici ancestrali.

Questi almeno sono geniali.

Sempre zitti a mosca.

Fino alla stoccata col fioretto.

Un pensiero da libretto rosso.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Facebook. Alaska. La felpa di Lavrov. CCCP

Back in the USSR. Gelido sguardo di ZAR

 

La felpetta di fioretto.



 

 

 

sabato 16 agosto 2025

2025 08 16 - Il mio cane è il mio pastore

2025 08 16 - Il mio cane è il mio pastore.

 

Era il giorno delle ferie di agusto.

Intendo dire sia il mese che l’imperatore.

Terminati i raccolti tutto il volgo riposa e fa festa.

È un giorno buono per seminare un germe.

Ci starebbe proprio bene una nuova religione.

Una sorta di regola di una nuova setta.

Nata opposta dall’osservazione.

Di una popolazione di turisti consumati.

Una transumanza che arriva fino sopra i monti.

Come vacche a pascolare sempre più grasse.

E per accessori i loro cani con le griffe.

Poveri cani nati da pastori.

Sempre ad educare i loro sordi padroni.

Padri padroni buoni solo a paroloni.

Si credono proprietari del mondo.

E così ne hanno comprato una monoporzione.

In un giocattolo vivente.

Sempre legato contro natura.

Costretto a non seguire col suo usmare l’aria pura.

Lo avevano già fatto con i figli.

Riprodottisi come conigli.

Per soddisfare le proprie voglie.

Per tramandare un mal riposto orgoglio.

Di che cosa saranno mai così fieri.

Di una vita a transumare.

Da passare come un parco buoi.

Fino al mattatoio del buon pastore.

Fino a dentro al grande ascensore.

Io il cane urbano lo lascio libero nei prati.

Che decida lei se restare o andare.

Resto in “arriere plan” ad osservare.

Annusa, scava, rotola e scompare.

Io la lascio fare rispettoso e premuroso.

E così ci siamo educati a vicenda.

A guardarci e sentirci per tornare sempre.

Lei con il suo stendardo di coda periscopio.

Che rispunta e sventola fuori dall’erba alta.

Io col mio fischio e clap di mani.

Risuonanti tra il fruscio dei prati.

Lei arriva al galoppo o al trotto.

Trova sempre il suo premietto.

Mai un tossico biscotto.

Venduto e comperato apposta.

Meglio una leccata e una scrollata di carezze.

Il premio siamo noi.

Che lei ha educato alla voglia del ritorno.

Che pena tutti quei cani oggetto.

Sempre al guinzaglio o in borsetta.

I padroni hanno paura che gli scappino.

E gli scapperei anche io.

Ci ha commosso la storia del pastorino caduto nel crepaccio.

Così Switch ha vissuto, dice il “padrone”.

Ha corso tra i sassi, ha annusato la neve, ha dormito sotto le stelle, ha camminato per ore in silenzio e in sintonia con chi amava. Non come i cani che non vedono mai un prato, mai un filo d’erba.

Cani che vivono tutta la vita reclusi in case senza passeggiate, senza scelte, privati della dignità animale. Costretti alle traversine, trasportati nei passeggini, trattati come oggetti da compagnia, chiusi in borse. Derubati di tutto ciò che li rende esseri e vivi e senzienti.

Fatti per essere esseri reciproci e simbiotici.

Sono loro i padroni del rispetto per noi.

Sono loro a decidere quando è meritato.

Non è tanto che “E l’uomo incontrò il cane”.

Quanto che " E il cane incontrò l'uomo "  

E fu il suo pastore.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il cane andaluso

Il cane andaluso

 

Il pastore andaloso



 

 

 

 

venerdì 15 agosto 2025

2025 08 15 – Canti e pianti delle montagne

 2025 08 15 – Canti e pianti delle montagne.

 

Riprendo il sogno dal ricordo ortopedico.

Tarso e metatarso affrontano la piccola vetta.

Giunti in cima è naturale voltarsi indietro.

Per compiacersi della propria piccola impresa.

È come un moto di orgoglio.

Per avere soddisfatto una misera voglia.

Ma ho dimenticato il lasciapassare accordato.

È la montagna che ha concesso il permesso.

Guardo più a valle da dove sono partito.

Un puntino di uomo sta copiando il cammino.

Sono un po’ disturbato, mi sta rubando il creato.

Sento una voce sussurrare tutto intorno.

Mi ammonisce da tentazioni di approprio.

E mi rimette tranquillo a guardare seduto.

Con i piedi a penzoloni da sopra il dirupo.

Passa il tempo che deve passare.

Il puntino è arrivato e poggia un aggeggio.

Mi chiede un superfluo cortese permesso.

Concesso, senza capire cosa è successo.

Armeggia con la sua arma da alpeggio.

Si apre e si allunga e ha la bocca larga.

La appoggia sul bordo del dirupo.

Ci soffia e tira fuori un muggito di lupo.

O forse un ululato di vacche più a valle.

Insomma, una nota di suono dal suo proprio tono.

Di fronte si stagliava una altra montagna.

L’uomo aspettava nel suo immobile tempo.

Avvenne il miracolo che sveglia la meraviglia.

La montagna cantò la medesima nota.

Poi mi sussurrò che l’uomo aveva sorriso.

Mi alzai e lo salutai senza permesso.

La montagna comprese e sorrise.

E aspettò di cantare ancora.

Sulla via del ritorno era calata una limpida notte.

Affogavo nei monti dentro cui camminavo.

Tutto intorno era un mare di stelle.

Erano monti diversi.

Ma dagli stessi versi di voci.

Le vacche ed i lupi tacevano.

Lasciavano spazio alle voci di luce.

Il cielo brillava di stelle.

La luna vegliava e piangeva.

Talmente forte da commuovere i monti.

Disse che era ora di tornare a casa.

La meraviglia era stata un bel passatempo.

Il compito dato era scritto in pianura.

In qualche dolore concesso o commesso.

La montagna provò a cantare per me.

Perché riportassi leggerezza e bellezza.

Immersa nei tanti presenti dolori pesanti.

Uscì solo una nota di silenzio.

La montagna brillava riflessa.

Ma scrutava immobile fissa.

E piangeva sommessa.

Sotto un limpido cielo da strali.

Da stelle e pianeti.

Astrali.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Non eravamo figli delle stelle?

 

Allineamenti astrali in un cielo da limpidi strali.




 


mercoledì 13 agosto 2025

2025 08 13 – Fratelli dai canederli ai friarielli

2025 08 13 – Fratelli dai canederli ai friarielli.

 

Mi risveglio di soprassalto per un sogno brutto.

Uno di quegli incubi per la neurosenza.

Perchè ci ha dentro un po’ di tutto.

Amalgamato a partire con lo strutto.

Guerre, bombe, missili, siluri e droni marinari.

Era un sogno di macedonia e di insalate.

Era una vera storia di unità repubblicana.

Era tornato in auge il benedetto ponte sullo stretto.

Anche questa volta costruito con lo strutto.

Scivolosa infrastruttura di materia cognitiva.

In apparenza sembrava proprio fragile e inutile.

Salvo che non si pensasse a cannonate a gran gittata.

O demoniache trovate chissà dove bombardate.

Eravamo sul confine medio terraneo.

Sopra il nostro vallo dell’impero americano.

Camuffato dietro atlantici acronimi nati anziani.

Dall’isola trinacre si copre tutto il medio mare.

Ma tornava più pratico arrivarci con treni e strade.

Per dislocare armi basi e macchinari militari.

Come già laddove la rima si fa con bella.

Insomma era terra buona da campagna coloniale.

Per migranti immigrati ed emigrati bidirezionali.

La manipolazione imperiale era opera decennale.

Culminata nel governo repubblicano di cantalupi e melanzane.

Giunse il momento giusto dell’aggressione alimentare.

Roba tipo quella in terra santa, ma più grande e tanta.

Si seminò terrore con una pratica già testata.

Le zanzare egiziane faraone in mutazione.

Volavano e infettavano ben più di un drone.

La popolazione resisteva barricata in casa.

Si nutriva delle melanzane alla norma reale.

Il comando Usa e getta lanciò però le sue scatolette.

Tutte piene di botulino a primo gusto innocuo.

Le piovevano pure storte giù dal cielo senza mira.

Da inseguire come fosse un giuoco in mezzo al fuoco.

Nel mentre si pensava al provvido intervento del ponte.

Si poteva ben sognare di riprendere a migrare.

Pure a bidirezionale doppio senso emergenziale.

Tutti carichi di vivande e di mutande sopra ai tetti.

In Calabria si sarebbero trovate ‘nduia e soppressate.

Coi peperoncini piccanti come fuoco disinfettante.

La pandemia non attecchì e il traffico montò in Campania.

Là tutti si chiedevano per chi suonava la campana, a morto.

Fu presto chiaro che era per l’americano che si era lì installato.

E non se ne sarebbe andato nemmanco se cecato.

Fatte salve iettature e malocchio del vavattenne chitoffafà.

L’usa e getta però aveva un piano di terrore militare.

Per procedere all’annessione terminale.

E costruire la più grandissima riviera mai esistita.

Sulla terra rasa al suolo e deportata di ogni terrone.

Come suo uso si teneva solo schiavi al progetto funzionali.

Reinfettò di botulino il piatto atavico nazionale.

Il friariello buono e bello ed ogni variante suo fratello.

La popolazione dello stato che già fu regno si reinventò.

Mica era sprovveduta come fosse terra di meloni o di banane.

Il  friariello venne coltivato e venerato.

E poi cotto in purezza e messo pure in scatolette.

Con questa accortezza fu esportato ben oltre il ponte.

Fin lassù sulle trentatrentine sane montagne.

Lì dove non ci si ammala nemmeno per le faraone.

E con aria e cibo buoni non serve mica il mi dica trentatré.

Il friariello fu analizzato nei funzionali presidi di ospedali.

E venne dichiarato infine idoneo a farne innesto peculiare.

Nuovo uso e costume di civiltà materiale socio alimentare.

L’americano intanto aveva imbottito doppiamente il ponte.

Di Dore, Gustavi e pure certi enormissimi cannoni Berta.

Aveva le sue finalità occulte di secessione a ponte armato.

Ma a furia di sperperare dollari finì in bancarotta militare.

Divenuto povero non ebbe più strumenti cognitivi costrittivi.

Nessun colono nazionale lavorava gratis per finire il ponte.

La campata unica restò un sogno a penzolanti due metà.

E tirò a campare con i suoi tempi di campane, a morto.

L’italiano timorato nato pensava che fosse peccato.

Non sprecò altri soldollari per abbattere le due metà.

Li usò invece per grandi campagne di politica agricola.

Sterminati campi di friarielli campeggiarono gemelli.

Vennero coltivati dalle sigonelle fino agli alberobelli.

Ed esportati senza dazi fino alla terra dei canederli.

Là vennero regolarmente accoppiati alla salsiccia speckio.

Quella inventata o scoperta perché siamo tutti fratelli.

Attecchirono in mutate apparentate frittate di neuroni.

Mescolanza di mutazioni dell’italica unita unica genìa.

Il mezzoponte smezzato restò là e venne valorizzato.

Come dimostrazione di calvinista etica e cattolica estetica.

Veniva visitato da milioni di turisti.

Opera di modernariato nato obsoleto.

Tipicamente nella morta repubblica del desaign.

Ora liberata cresciuta e divenuta grande e unita.

Dopo i tanti colpi subiti da ogni passata Berta.

Questa è la storia di come è nata.

Non più banane cantalupi meloni e melanzane.

Ma Repubblica unita dai canederli ai friarielli.

E più giù va bene andare sul ponte.

Quello corto del traghetto.

 

Kalimmudda ipsum dixit

E Berta filava

 

 

Ponte pedonale



 

 

lunedì 11 agosto 2025

2025 08 11 – L’incubo di Gustavo e Dora

2025 08 11 – L’incubo di Gustavo e Dora.

 

La vista del di fronte era magnificente.

Nonostante il timore dei recenti sfaldamenti.

Quei monti di dolomia restavano per ora saldi.

La panoramica spaziava sull'intero paese a valle.

La posizione minacciava precisione impressionante.

Il paese brulicava già dall’alba.

Erano i giorni della settimana santa.

Tutti a spendere il soldino ricevuto a sanpaganino.

L’aria era tersa e fresca senza umido né vento.

Condizioni ideali per traiettorie esemplari.

Il fronte opposto appariva scarno e brullo.

Pronto a nascondere sorprese a qualche grullo.

C’era quella strana cavica fessura.

Apertura da cui scrutare ogni singola radura.

Il primo sibilo partì viaggiando inosservato.

La gittata lunga richiedeva il suo tempo silenzioso.

Poi di colpo si schiantò in paese con un botto.

Le formiche spezzarono le formazioni vacanziere.

Ma mica erano povere ignare formiche vere.

Erano umani osservati da lontano coi binocoli.

Cercavano un riparo nel fuggi fuggi generale.

Era iniziata una pioggia di maligni ordigni.

Le formiche non sapevano opporre resistenza.

Ormai erano imbolsite di rateizzata opulenza.

Non credevano possibile che piovesse piombo.

Sul loro piccolo idilliaco monte sul mondo.

E poi non avevano l’attitudine a smettere gli acquisti.

Erano diventati buoni solo a transumare di vetrina.

Su di fronte dentro al monte videro infine la fessura.

Con possenti binocoli vi scovarono Gustavo e Dora.

Residuati bellici di memoria a chilometrica gittata.

Rinculavano a ripetizione come obici orobici.

Fu lanciato pure qualche stormo di droni a vela.

Seminavano nell’aria volantini a risposta rapida.

Quelli con quei codici binari detti quick response.

Peroravano ancora lo sciopero totale dei consumi.

Resistenza bombarola tipo roba partigiana.

D’improvviso il formicaio si svegliò dall’incubo.

Svanì via da tutti quello strano sogno condiviso.

Restarono vaghi ricordi di altre morti e guerre.

Restò il rimpianto dell’età delle rivoluzioni.

Potevamo farla prima senza attendere la rima.

Sarebbe bastato dare retta a quello là, al fùmatto.

E scioperare dall’acquistare.

Per fermare questo mondo trottola impazzita.

Per mostrare a tutti quanti una via di uscita.

Dentro il sogno non restava nulla da comprare.

Solo latte qualche patata e selvatica cicoria.

Dieta da campioni impastata con la forza.

Mentre la fessura pattugliava la valle amara.

Ah, quei cannoni per sparare da lontano.

Che vigliacca tecnica marziale.

Che nonsenso militare.


 

Kalimmudda ipsum dixit.

Vorrei vivere così

 

 

La tristezza della montagna



 

sabato 9 agosto 2025

2025 08 09 – Lo scoiattolo funambolo

2025 08 09 – Lo scoiattolo funambolo.

 

Albeggia sulle valli e le montagne.

Albeggia la ragione in un ricordo.

Ripeto il mantra in ogni mentre.

Quello che un’altra via c’è sempre.

Da questa scena nacque un viaggio.

C'è sempre un'altra via. Partire con i migranti approdare off-shore.

Appesi ai rami dei pini penzolano dei contenitori.

Sono pieni di semi per fare mangiare gli uccelli.

Li ho appesi io per loro e per mia figlia.

A quel tempo era ancora bambina.

Volevo che imparasse nel guardare.

Con gli occhi puri della sua meraviglia.

Un giorno ai piedi di un pino si presenta uno scoiattolo.

Mia figlia lo battezza pancia bianca.

Cerca da mangiare tra i semi caduti per terra.

Mentre sgranocchia osserva gli uccelli che volano dritti ai semi.

Là dove c’è parecchio bendiddio in più.

Va avanti così per vari giorni.

Fino a che è pronto per provarci.

Si arrampica e resta aggrappato con tre zampe.

Con la quarta cerca di acchiappare il contenitore. 

Ogni volta quello oscilla ed esce dalla sua portata.

Cambia alberi e contenitori ma non il risultato.

Ad un certo punto sembra che molli il colpo.

Scende dall’albero, va in terra, mangia qualche seme caduto.

E alla fine si mette seduto.

Sta sempre guardando gli uccelli, dando a noi le spalle.

Io lo immagino corrucciato senza vederlo.

Sta con il mento appoggiato ad una zampa.

Si sta chiedendo come fare. 

Resta lì un bel po’ fermo a pensare.

Sgranocchia qualche seme per concentrarsi.

Poi d’improvviso corre verso un ramo.

Credevo lo avesse scelto a caso.

Ma capii che lo aveva valutato con cura.

Era il ramo di suo più facile appiglio.

A cui attaccarsi con due dei quattro suoi artigli.

Si tuffa acrobata funambolo con la testa all’ingiù.

Si tiene al ramo con due unghie delle zampe di dietro.

Così lascia libere le due mani anteriori.

Con la destra fa per afferrare il contenitore.

Quello oscilla dall’altro lato. 

Con uno scatto preciso allunga la zampa sinistra.

Si porta al petto il portasemi con le due zampe davanti.

Poi lo tiene con una zampa sola.

E con l’altra inizia a ravanarci dentro.

Abbuffandosi di semi.

Io inizio a ridere mentre immagino di parlare.

Impara figlia mia : c'è sempre un'altra via.

 

K.i.d.

Manifesto

 

Lo scoiattolo funambolo



 





In alpeggio la ragione albeggia sempre