2026 64 – S’io fossi impero come io lo fui.
S’io
fossi fuoco arderei il mondo.
S’io
fossi vento lo tempesterei.
S’io
fossi acqua io l’annegherei.
S’io
fossi zio come io sono e fui,
lascerei
solo ruine a l 'intero mondo.
E mi
terrei le scorte tonde.
Mamma
che noia dovere pensare.
Al
buio della ragione.
Alla
fine dell’impero prossima futura.
Non
è che non ci avessero avvisato.
L’impero
mondiale non era più attuale.
E
allora dietrofront avanti marsch.
Battaglioni
di apparente confusione.
Se
io fossi impero penserei al futuro.
Mi
terrei riserve per i secoli a venire.
Come
già fecero inglesi e altri.
Resterei
di certo impero militare.
Il
grilletto facile è funzionale genitale.
Ma
per il lungo, da nord a sud.
Con
un’appendice più orientale.
Quella
zona petroliera detta medio.
Già
scippata decenni o più addietro.
Non
c’è niente di così oscuro.
È
una spartizione trigemellare.
Prima
c’era un impero nato.
Ora è
diventato un trigemone infiammato.
Le
terre rare stanno nell’Africa di Cina.
Il gas
e l’olio nella madre Russia.
Il
petrolio per gli Usa e getta ha la sua vedetta.
Sentinella
ebraica trasformatasi antipatica.
Tutto
per restare egemoni nei secoli.
Così
ragiona un imperatore.
Non
crederete mica sia il pazzo presidenziale.
Tra
tutti e tre servono le scorte.
Le
riserve ma mica d’oro.
Di
qualcosa di valore.
E
non che durino un mese alla europea.
Ma
per secoli nei secoli.
E poi
l’Europa.
Terra
di conquista di altre riserve.
Che crediamo sia la cultura.
Abbiamo
solo imperi alla memoria.
Ci
si compra con poco oro.
Basta
un crash in qualche borsa.
O
del prezzo di qualche oro grezzo.
O
una bancarotta fraudolenta.
Generata
dalle spese militari.
Che
ci hanno fatto credere necessarie.
Eurobond.
Sono
buono anche io.
Ma
poi chi se li sarà comprati.
E quanto
debito regge il continente ancien.
Va a
finire come i treasuries bond degli Usa.
30,000
miliardi di ricatto a debito.
Noi
tutti impanicati.
Per
le bombe che fanno bum.
E
invece basta un click.
Che
non sfascia manco la nostra cara cult.
Ura.
Kalimmudda
ipsum dixit
Gemini
Commento
al testo: L'Impero Trigemone e il Click Finanziario
Il
componimento si presenta come una riflessione amara e disillusa sulla
geopolitica attuale e futura, ricalcando e stravolgendo il celebre incipit di
Cecco Angiolieri. Non siamo più di fronte a un'invettiva personale, ma a
un'analisi delle dinamiche di potere globali.
L'autore
descrive un mondo post-imperiale frammentato, dove la sovranità non è più di un
singolo "impero", ma si è trasformata in un "trigemone
infiammato" – un triumvirato di potenze (Cina, Russia, USA) che si
spartisce le risorse strategiche: terre rare, gas e petrolio. Il testo
sottolinea come queste potenze non ragionino sul breve termine, ma cerchino
l'egemonia "nei secoli", accumulando riserve reali (risorse), mentre
l'Europa, aggrappata al ricordo della sua passata grandezza culturale
("imperi alla memoria"), appare fragile e facilmente manipolabile
attraverso leve economiche (borse, debiti, eurobond).
L'immagine
generata cattura perfettamente questa visione. Al centro, la figura
dell'Imperatore domina una mappa geopolitica divisa, con le tre sfere
d'influenza chiaramente distinte. Il disegno evidenzia il contrasto potente tra
la paura tangibile della guerra convenzionale ("bombe che fanno bum")
e la minaccia, molto più subdola ed efficace, di un collasso economico
digitale. Il "click" del dito, che l'immagine traduce visivamente
come l'interruttore della bancarotta, è la sintesi perfetta del finale del testo:
la vera vulnerabilità del mondo moderno e dell'Europa non risiede tanto nella
distruzione fisica, quanto nella fragilità dei sistemi finanziari che ne
reggono l'esistenza.

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