2026 03 15 – Natura smorta di periturite.
Milano uggisce
in grigio.
Il tempo è proprio
bigio.
È un grigio
di nebbia rada.
Per strada
mica in rada.
L’uggia
copre il sole.
La primavera
spinge lemme.
Tra germogli
e tante gemme.
Sole d’oro dammi
forza.
Mentre
attorno tutto muore.
Tutto passa,
ti trapassa, ti sorpassa.
Se lo dici
ti escono pazzo.
Gli stai rompendo
il casso.
Gli rovini un
altro giorno crasso.
Nel grasso
paradiso da oche all’ingrasso.
Così viaggio
tra pensieri di riflesso.
Quando vedo
come un totem.
Un memento
a foglie smorte.
La finestra
dà sul caduco rampicante.
Gelsomino
abbarbicato al cannucciato.
Lui ricorda
che la vita è un dono.
Mentre la
sua è giunta a fine suono.
Che paura questa
morte.
Che
bellezza che la vita è un dono.
Ma la vita io
non l’ho ordinata mica.
Mi hanno
privato dell’arbitrio.
Quello che
poi si deve esercitare.
Per
dirimere ogni questione.
Per
discernere cattivo e buono.
Ma che
cazzo di contraddizione.
E perché
tutta questa morte.
Tu che sei
nella buona sorte.
Il fatto è
quello che segue
Tutto
fiorisce di primavera.
Ma lui no
lui non fioriva.
Anzi
moriva, si smorzava, non ridacchiava
Un botanico
stridore.
Che urlava
di dolore.
Foglie a
terra giallo smorto.
Solamente
un po’ più ceree.
Del pantone
iello tràm dela Milàn
Mi
ricordano la caduca periturite.
Tutto
sboccia e poi fiorisce.
La gente
muggisce e non capisce.
Il gelsomino
spicca morituro.
Reminisce di
periscere.
O forse si
è suicidato.
Rimembrando
la periturite.
Ah, se me
lo dicevi prima.
Almeno me lo
scrivevo.
Kalimmudda
ipsum dixit

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