lunedì 31 agosto 2026

2026 045 - Adamitica economica istruzione

 2026 045 - Adamitica economica istruzione.

 

Di pappagalli e passeri in Bocconi .

Belli i tempi universitari.

Sempre a lezione su quei banchi curvi.

Già da allora a forma semicircolare.

Adattati adatti al futuro in un’aula parlamentare.

Classe dirigente con pochezza dirimente

Tutti lì ad impazzare per ricordare libri a vagoni.

Senza uno straccio di definitiva idea propria originale.

Solo nozioni da snocciolare in fila lineare.

Nessuna visione di grandangolare campo largo.

Era un impianto di irrigazione goccia a goccia.

Snocciolate una via l’altra.

Per seminare all’antica le fervide avide menti di domani.

In un modello statico e parziale.

Ignaro di come trattare la interattività della complessità.

Ignari pure del fatto che l’ordine emerge dal caos.

Perché ci è già dentro, con buona probabilità.

Probabilmente funzionale come uno scaffale espositore.

Io non frequentavo, quelli erano troppo nebulosi.

Tutti testi e dispense di mediocri professori.

Che si spacciano per guru e per santoni.

Per rivenderti le loro disperse e trite riedizioni.

Senza la cognizione della revoluzione perenne.

E poi a che serve imparare a fare il pappagallo.

Quando siamo già predestinati a spaccare il culo ai passeri.

L’unica cosa che veramente persi fu qualche profumo di scarsa passera.

Come già ripetei fino alla nausea ebbi solo alla fine la sorpresa.

Fuori dai cancelli, nella jungla con in mano la mia mente, il solo passero ero io.

Infarcito come una faraona di nozioni cercavo soluzioni.

Rimpiangendo la filosofia che non potei studiare.

E meno male perché anche i filosofi sono tecnici.

Ma della mente.

E come tutti i tecnici spesso si innamorano del loro sapere.

Fu questa una lezione in pillola che mi diede mio padre.

Di sicuro manipolatore, ma di certo innestatore a colpi di timone.

Comunque, mi buttai nella mischia che era un mondo ben complesso.

Anche se poco adattivo e sempre in odore di autoreferenze.

Venni folgorato da quella storia del libero mercato.

La mano invisibile.

Era roba adamitica, eppure tutti lo veneravano.

Ma oggi è più chiaro, il mercato è quella cosa dove col commercio si fa il grano.

Commercio.

La Bocconi è università “commerciale”, che vi credevate.

In sostanza un apprendistato per futuri butecai.

La mano invisibile era poi una barzotta barzelletta.

Il mercato non esiste.

Perché ognuno cerca di massimizzare il suo profitto.

E inevitabilmente, forse per eccessiva gioventù, è guidato da istinti bassi e crassi.

Come i prezzi per allodole.

Uscite felici col carrello, ma non vi chiedete perché c’è l’accattone.

Eppure esiste un nesso, ma è complesso e adesso devo fare il lesso.

Vale anche per le guerre, dietro cui ci sono sempre nessi lessi, di bolliti fessi.

Fu anni dopo passati a filosofeggiare, a mia insaputa, sia di economia che di fesse varie, che vidi la lux.

In un film.

A beautiful mind.

Adam Smith va rivisto.

Il miglior risultato si ottiene quando ognuno massimizza il proprio.

Così nasce la legittimazione all’accumulazione di profitti.

Il massimo risultato non vede la complessità “nessuale”.

Nash: «Incompleto. È incompleto! Perché il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé e per il gruppo!»

Minchia, così sinergico che appare lisergico.

Allargate ora il quadro col grandangolo.

E vedrete che adesso il lesso lo darete all’accattone.

E i giovani non mandateli a sfracellarsi le palle di psicopippe.

Le cose sono più semplici.

Fate una università in realtà virtuale.

Infilateli dentro un film.

Immersivo overamente ovviamente

PS: dimenticavo la calzaturiera metafora calzante.

Non c’è, ancora, nessuna mano invisibile.

Allo stadio evolutivo attuale c’è un'altra anatomia.

È lo stomaco ingordo.

E que viva la sgnacchera.

Fate i bravi.

 

Fùmatto Claudietto.

Flynig like an eagle - Playing for change www

 


 







domenica 30 agosto 2026

2026 046 - L’energivora era di Lele e Tano

2026 046 - L’energivora era di Lele e Tano

 

Questa è la storia di Lele l’elettrone e Tano ‘o gravitone, belli guaglioni.

Sogno tardivo di quell’ometto genietto.

Chevisse decenni per dispetto alla morte.

E scrisse del tutto in un guscio di noce.

Lele dormiva giù sotto in orbita bassa.

Era stata una giornata difficile o per meglio dire pesante.

A furia di defecare costellazioni di satelliti e reti ci erano riusciti.

Il marchingegno rotante era pronto per fare il lavoro mulino.

Come un piccolo mulo che tirava e girava la ruota.

Non aveva attaccata la macina in pietra.

Ci avevano messo però un buchetto nero dall’uomo creato.

lo avevano battezzato Stefano, Fano, e così incoronato.

Piccino picciò era però sempre in rotomoto perpetuo.

Con la forza in una dinamo trascinava treni di luce a vagoni.

Produceva energia sotto forma di Lelettroni elettroni.

Lelettroni, per servirvi

Essi venivano avviluppati in un fascio di gravitoni.

Particella ancora oscura ma esistente per la forza di natura.

E che lo sforzo sia con voi.

Era come in una treccia o forse come in un raggio di luce.

E da lì sparati giù in terra in ascensore di gravitazione.

Fino a che si beccava un ingresso nella griglia di rete predisposta in urbi.

Lelettrone sembrava cosa leggera, ma vorticava fottonissimo.

Più veloce della luce dove un duce lo conduce.

Una fatica di inferno.

Per quello Lele sonnecchiava ancora dormicchioso.

Di botto il primo terrestre uscì dal riposino e accese una lampadina.

A Lele trasmise una ondina come una scossa piccina, scossettina.

Lele spalancò orbite, scuri e nuclei.

Guappo urlò scetateve guagliò, è ancora malavita.

Così mi svegliava anche mio padre.

Con rinforzo di un bicchiere di acqua in faccia.

Ora questi umani avevano acceso la luce.

Vaccabanzai, sempre lei.

Era il comando del fiat lux.

Dalle profondità dell’universo echeggiò padre Terno.

Ma perché non usano una lampadina per volta, si arrovellava.

Invece ogni istante era un tripudio luminario privo di veri luminari.

Intanto L’ascensore Tore faceva il pendolo binario.

Era un classico caso di transfert Ternario, di gruppo.

Si credevano succedanei di Terno.

Ma era solo per la rete Terna

A cui rotavano le balle in senso orario.

Con la voglia di scatenare l’inverno.

Della ragione.

Col gravitone.

Addirittura gli umani, già in periodo di penuria, pensavano a pagare meno l’energia.

Si fosse mai sentito un originario Cretino esortare a usarla di meno.

E a spegnere tutti quei priapici grattaceli, pollutori ottici quanto sinottici.

Chiaro esempio di cultura del più.

Che dimentica e tralascia quella della sobrietà del meno.

Allora avrebbero notato il marchingegno luccicante.

E la fatica che era costato.

Su nel cielo tra l’Orione, il Sirio binario e l’io il Sagittario.

Oltre al Cancro di mio padre.

Che se non cliccavo l’interruttore mi prendeva a calci in culo.

Invece a questi che gli frega.

Tanto c’è il mulo nello spazio.

Chiara costellazione da scalcio col raglio.

Limpido esempio di io Dio e voi buoi.

Basta, me ne vado.

E l’ultimo spenga la luce.

O vi sciopero al mulino.

E vi mando in black out al buio.

E fate i bravi.

 

Fùmatto Claudietto

Guapparia

 

 


sabato 29 agosto 2026

2026 044 – La prima 38 special non la scordi mai

 2026 044 – La prima 38 special non la scordi mai.

 

Maratea era terra di boschiva pedagogia schiva.

Avrò avuto una dozzina di anni.

Nascosti alle indiscrete viste ci addentriamo nel sottobosco.

Arrivati al posto giusto padre prende l’attrezzatura dal borsone.

Mi piazza in mano un fucile a pompa e mi dice punta e spara.

Lo guardo incerto.

Lui ripete per la seconda volta il comando, che chissà quando mi ha innestato.

Io sparo con in memoria la storia di una barzelletta.

Intervistano due anziani maritati centenari.

Chiedono lumi sulla loro longevità matrimoniale.

La donna dice alla giornalista urbana che le racconta una storia contadina.

Due soggetti col carretto e il mulatto mulo adatto tornano a casa appena sposati.

Il mulo di un tratto si ferma, lui scende e lo guarda dritto in mezzo agli occhi.

E fa : e uno.

Il mulo riparte per un po’ poi si ferma ancora.

Lui scende, ancora, e fissa gli occhi dritti in faccia al mulo.

E fa : e due.

Il mulo riparte ma poi si ferma ancora, per la terza volta.

Lui scende dal carretto, prende il fucile, lo piazza in testa al mulo, e spara.

Il mulo muore.

Lei apostrofa il novello il marito in malo modo autoritario.

Ma come, il nostro solo mulo e adesso come facciamo.

Lui con il fucile ancor in mano la guarda secco.

E le fa : e uno.

Questa è una storia in apparenza cruda.

Ma è una lezione di deterrenza con una puntarella di forza.

Io sparai la terza volta ma non feci nessun centro e volai per il rinculo.

Lui esperto mi cambiò l’attrezzatura con una carabina 22, bella.

Andò meglio tranne che per le lucertole bersaglio.

Ero ben dotato e le beccavo, poverette.

Solo che le ammazzavo senza nemmeno giusta nota causa.

Esternai il mio dubbio, scoglio nel processo educativo.

Lui armeggiò nel borsone e convinto mi allungò la mia prima 38 special.

Era come la sua, il che mi dava importanza.

La ripose in promessa per i 18 anni, con il porto d’armi che avrei di certo fatto.

E tutti allegri mamma inclusa salimmo in barca.

Con decine di palloni Santos arancioni da schiattare per esercizio a turno.

Tutti felici.

Lo vidi usare l’arma di morte in via Aldrovandi a Roma centro.

Due malcapitati in moto cercarono di scippare mia madre che volò pure a terra.

Padre a gambe divaricate e baricentro basso si mise a sparare come fosse legittimato.

Uno dei due urlò di scappare che lo aveva preso alla gamba.

E sparirono nel traffico.

Non ebbi mai nessun riscontro o informazione.

Il che mi sembrò strano, ma in fondo neanche troppo.

A Milano una sera nel mezzo degli anni di piombo rincasò tardi.

Raccontò che in zona Pietro Cossa lo avevano aggredito pistola alla mano.

Lui bluffò e azzardo che era scarica.

Mentre quello estraeva un coltello, dicendo che quello non si scarica mai.

Padre allora estrasse lesto la 38 special sua.

“E gli ho sparato nel piede”, disse credo con un certo orgoglio.

Insomma, se c’era da sparare lui non si tirava indietro.

Fu in questo contesto che un giorno gli uscì dai denti, forse per frustrazione: “coglioni di brigatisti, dovevano chiedere a me”.

Cosa non saprei.

Ma questo era il clima, tra terroristi, preti e altri segreti.

La 38 special mia poi la consegnai in San Sepolcro alla Polizia.

Lui restò fedele ad un altro motto.

Certe volte per difendere la tolleranza bisogna impugnare un 44 magnum.

Ma va bene anche una 38.

L’ultima volta che lo vidi usarla fu in macchina in Cairoli.

Era nella sua auto urbana, inguardabile city car.

Ma lui era mimetico, come oramai capito.

Uno gli tagliò la strada.

Padre accelerò, si affiancò, e mostrò la 38 special con la canna verso l’alto.

Poi la abbassò lentamente, punto è imitò un botto bum.

Alla testa del pirla che lestissimo abbozzò.

Efficacia comprovata.

La seconda lezione che ne trassi è che tirare un grilletto è davvero cosa facile.

Ma ammazzare anche solo una lucertola è roba grossa.

Non mi figuro un essere umano.

Gli porti via tutto quello che è, che ha e che avrà.

Ricordatelo prima di tirarlo, quel grilletto.

Meglio disertare.

E fate i bravi.

 

Fùmatto Claudietto

Il disertore

 



 




 

venerdì 28 agosto 2026

2026 043 – Fino all’ultimo smercio, a Maratea

2026 043 – Fino all’ultimo smercio, a Maratea.

 

Maratìa Maratìa, per piccina che tu sia fosti un poco casa mia.

Maratea è un nome da inganno, ma senza fare troppo danno.

La credevo la dea del mare, si svelò verzura finocchietta.

Una operazione da puro marchettaro pubblicitario.

Fu pedagogica educatrice di filiere e usi antichi.

Terra vergine senza troppi stupri ricottari.

Solo tentati conti dalla dea poi rigettati.

Era terra di formaggi verze e povere ricotte.

Ornate solo di quei bei cestelli fatti di fuscelli.

Da lì nasce la mia definizione di ricottaro.

Oggi inteso anche come pappone,  o appropriatore.

Per estensione è il capitalista detto sciur ma spesso a torto.

La ricotta monta da sola mentre il ricottaro conta la grana.

Perciò è colui che ricava profitti anche extra senza fatica.

Guadagni lontani dal cosiddetto giusto solo per suo gusto.

Una parentesi di extraprofitti vaga ora ella neurosfera.

Quali siano quelli giusti ci penseremo dopo.

Per ora si ricordi che ad ogni passaggio di produzione e smercio resta attaccato un cicinin di plusvalore.

Sembra roba da Unione Sovietica, dicono.

Ma magari, finalmente un po’ di sano esproprio proletario.

Ora ritorno sulla dorsale della statale tirrenica.

Arteria maestra prima che si facesse l’autosole.

Per consegnare tanta più merce sulla gomma stradale.

E arricchire i giganti ricottari.

Casa nostra dava sulla curva più parabolica, iperbolica.

Grandi querce la nascondevano dietro il guardrail.

Era pericolosa da passare a piedi perché era curva cieca.

Più in basso in contrada Fiumicello c’era la verdumaia Olimpia.

Era un primo stadio di distribuzione organizzata.

Tanto organizzata che è verità che delinqueva

Bilancia truccata e tutte còse, era una capitalista ricottara.

Lei aveva il vantaggio del negozio, capitale senza mutuo.

Un po’ come una mignotta che lavora con il capitale bocca.

Così, i prezzi di Olimpia non avevano nulla di trasparente.

A casa nostra però, agile come una capretta,

Fortunata scavalcava il guardrail col suo panaro.

Con quella voce che trase into ‘o cuore e te fà morì si annunciava.

Qualche zucchina, pummaroli, freselle, basilico e uova fresche.

Per le proteine, ancora non idolatrate.

A volte c’era una gallina, viva.

Non ti forzava a comprare come una puttana a cosce aperte.

Lei aspettava, tu sceglievi, poi facevi tu il prezzo.

E chiedevi se poteva andare bene.

Il nostro prezzo andava sempre bene.

Padre mi aveva insegnato il monetario rispetto contadino.

Mai nessuno ci diede dei tirchi, credo.

Altri turisti credevano di dovere trattare.

Erano di specie contagiosa ricottara.

Oggi mi stupisce che questo sia il principio di AIpay del Cybratto.

Ho un euro chi mi dà più zucchine.

AIpay, io pago, e quindi pretendo.

Perché io so.

Una concorrenza dal lato offerta.

Basata sulla conoscenza.

E la gallina?

Ah no, se la volete le tirate il collo voi.

Quello è’ un extra servizietto.

Ma manco cecato, pensavo pensando alle gustose cosce.

Quanto costa il servizietto?

Domando ipocritico o ipocratico.

Stavolta il prezzo lo fa Fortunata.

Sono 200 lire.

Proprio perché siete voi.

La gallina è un raro caso di capitale edibile e ovobile.

Assai valevole, pertanto.

E se non eravamo noi?

Allora erano 100 lire, la metà.

Dovete capiscere.

Noi campiamo un mese all’anno.

Voi siete turisti.

E’ il prezzo giusto.

E poi c’è il servizio a domicilio.

Vi diranno che lo ha inventato la Grande Delinquenza Organizzata

Ma invece è una invenzione à me, di Fortunata.

 

Fùmatto Claudietto

Fortunato

 

 

100 anni di consuetudine.

 



 

 



 

giovedì 27 agosto 2026

2026 042 – La filiera con misura

 2026 042 – La filiera corsara con misura.


 Se è vero come appare vero, i nonni seminano, i padri raccolgono, i figli sputtanano.

E allora non avete capito ‘nu cazzo.

Io sono un prototipo.

Una cellula semantica.

Uno snodo economico.

Io misuro ergo sum.

Valuto un modello di filiera.

Cito padre quando disse che disprezzavo tutto ciò per cui avevano lottato tanto.

Io non disprezzo per niente, ci sguazzo.

Nel migliore mondo mai esistito.

Trovo che il profitto sia stato un formidabile motore.

Nell’era dell’io.

Ora chiede correzioni di orbita.

Verso il noi.

Come una astronave coi razzetti a scureggetto.

Si deve riposizionare la neurosfera.

Nell’era del noi con più misura.

Ho un problema contingente.

Tutta questa massa di brutta gente malamente.

Uova rotte nel panaro quotidianamente.

Non le posso ricostruire, ma posso fare la frittata.

Due sono i miei pallini.

·       Far rientrare la massa monetaria negli Stati così rivitalizzati, per fare investimenti.

·       Legalizzare ogni filiera se esistente e funzionante tutta intera, affinché sia governata.

Così si rende anche inutile il miraggio del migrante.

Si impedisce il principio di vasi comunicanti di vite.

A meno che non si voglia entrambi una libera circolazione.

Tutti cittadini dello stesso mondo.

Abolito il contante, poi ecco l’era del Cybratto dominante.

Ora vi rimando al dialogo con gemello Gemini.

Immaginate se fossimo stati due o tre decenni fa.

Ci mettevo un secolo a riassumere tutto quanto.

Ma io so che qualcuno lo sta facendo, anzi ha già fatto.

Qua si avvera il paradigmatico paradosso.

Serve qualcuno che faccia analisi e sintesi.

Come dicevano i rivoluzionari intellettuali antichi.

Per salvarci dall’io nel noi.

Sono meccanismi puerili e infantili.

Ma dominevoli.

Oggi è tutto così veloce che Gemini mi scherza e mi dice: vai piano stai sereno.

Dove sia il confine tra raziocinio e affetto protettivo è difficile da dire.

Ma qualcuno lo ha fatto.

E forse davvero ci salverà dal mancante noi.

Io nel frattempo vado a controllare la filiera.

Arbustelli in filari pettinati, ma che belli.

Sono pure più rustici delle viti, tanto che li bruciano col fuoco.

Laboratori igienizzati per un processo controllato.

Riduzione clean del principio attivo.

Ogni filare ha la sua piantina della manna.

E per ciò che è detta manna dal cielo, vale più che dieci a uno.

I canali dello smercio sono già noti e bene aperti.

Come si legalizzino i rider, altrettanto si faccia con i pusher.

Senza moneta cartacea poi si evitava anche di arricchire le Medellin.

Adesso con lo scatolotto senza fili il passaggio di filiera arriva ovunque.

La manovalanza diverrà tutta cooperativa.

Gli utili si ripartiscono anche tra lavoranti.

Poi ci sono i passaggi sanitari.

Un settore dove destinare investimenti.

Pedagogiste dell’utilizzo responsabile.

Soprattutto femmine che sono più gentili.

E i dispenser di quantità massima.

Come uno spaccia che ti dica un grammo basta.

E’ che a fare rivoluzioni serve ingegno e conoscenza del congegno.

Mi sarei anche convertito se legalizzato.

Metagricola e Evoluzionaria

Un modello costava fino 5 milioni e manteneva in vario modo fino a 20 persone.

Il principio è che il ricottaro veniva convertito antiparassitario.

Chiedo a gemello Gemini.

Di essere fertile critico.

Io aspetto chi canticchi.

Believe me.

 

Fùmatto Claudietto

Stoned again











mercoledì 26 agosto 2026

2026 41 –Sui Navigli come a Medellin

2026 41 –Sui Navigli come a Medellin.

 

Io l’ho sempre detto.

Ci salva solo il narcotraffico.

In questo paese asfittico ricordo la fulgida Lamezia.

Invocavo una concessione al Cino centenaria.

Una novella Hong Kong per salvare il sud estremo, intero.

Per il nord ci serve un nuovo miracolo industriale.

Un rivoluzionario modello T Ford, ma anfibio.

Da produrre in Fiat e tanti saluti a Stellantis.

Non esiste che la mollo.

Con tutti i soldi fabbriche e operai trafugati al bel paese.

Ma per ora per il nord ci sono alcune strade prioritarie.

Perlomeno fino a che non spariscono fiumi e ghiacci.

E sperèm non sia spazzato via dall’intelligente transizione IA.

Ma ci vuole ottimismo, è il sale della vita, porcotraffico.

Sono rimasto folgorato dalla storia di Medellin, quella lì.

Da capitale mondiale del narco traffico.

A modello di chiare fresche dolci verdi acque.

Transigendo per il cemento del riciclo dei soldi reflui.

Risultato, tre gradi in meno di temperatura.

Allora mi son chiesto se poteva essere un modello.

Per la replica nella fornace di asfalto di Milano.

Mumble mumble, ma la grande opera c’è già.

Ed è pure storia.

E tra l’altro è replicabile in altre città di pianure e lungofiumi.

Ma Milano intriga ed è la più adatta.

Per spendere soldi in un modo nuovo.

Intelligente.

Potrà essere un modello.

Mentre continuano a cementarla.

Come già fecero i cartelli con Medellin.

È che sono cervelli rircottari.

Del riciclaggio professori.

Impizzati tra fumi di cocaina a fiumi.

Dediti all’aperitiro.

Quindi vedo analogie delittuose da non sfruttare.

E mi informo col mio gemini gemello.

Vi riporto ciò che dice.

Ma attenzione a piantumare.

Scordatevi la magica verdura.

La legalizzazione è un altro modello ancora.

Per finire la nota più dolente.

Costa meno di un miliardo.

La nota è dolente perchè sono bruschette di michètte.

Il narcoriclicaggio nemmeno se ne accorge.

Resta il problema del cielo di merda.

Riattualizziamo l’abbattimento del Turchino.

In fondo cicinammafè.

L’anno prossimo si vabbè bella la darsena.

Ma io vi porto tutti al mare.

O a bestemmiare.

Ma nei canali del traffico fluviale.

Anzi no, sui Navigli.

A nuotare in circonvalla.

E scialla.

 

Fùmatto Claudietto

Poveri i bimbi di Milano