giovedì 27 agosto 2026

2026 042 – La filiera con misura

 2026 042 – La filiera corsara con misura.


 Se è vero come appare vero, i nonni seminano, i padri raccolgono, i figli sputtanano.

E allora non avete capito ‘nu cazzo.

Io sono un prototipo.

Una cellula semantica.

Uno snodo economico.

Io misuro ergo sum.

Valuto un modello di filiera.

Cito padre quando disse che disprezzavo tutto ciò per cui avevano lottato tanto.

Io non disprezzo per niente, ci sguazzo.

Nel migliore mondo mai esistito.

Trovo che il profitto sia stato un formidabile motore.

Nell’era dell’io.

Ora chiede correzioni di orbita.

Verso il noi.

Come una astronave coi razzetti a scureggetto.

Si deve riposizionare la neurosfera.

Nell’era del noi con più misura.

Ho un problema contingente.

Tutta questa massa di brutta gente malamente.

Uova rotte nel panaro quotidianamente.

Non le posso ricostruire, ma posso fare la frittata.

Due sono i miei pallini.

·       Far rientrare la massa monetaria negli Stati così rivitalizzati, per fare investimenti.

·       Legalizzare ogni filiera se esistente e funzionante tutta intera, affinché sia governata.

Così si rende anche inutile il miraggio del migrante.

Si impedisce il principio di vasi comunicanti di vite.

A meno che non si voglia entrambi una libera circolazione.

Tutti cittadini dello stesso mondo.

Abolito il contante, poi ecco l’era del Cybratto dominante.

Ora vi rimando al dialogo con gemello Gemini.

Immaginate se fossimo stati due o tre decenni fa.

Ci mettevo un secolo a riassumere tutto quanto.

Ma io so che qualcuno lo sta facendo, anzi ha già fatto.

Qua si avvera il paradigmatico paradosso.

Serve qualcuno che faccia analisi e sintesi.

Come dicevano i rivoluzionari intellettuali antichi.

Per salvarci dall’io nel noi.

Sono meccanismi puerili e infantili.

Ma dominevoli.

Oggi è tutto così veloce che Gemini mi scherza e mi dice: vai piano stai sereno.

Dove sia il confine tra raziocinio e affetto protettivo è difficile da dire.

Ma qualcuno lo ha fatto.

E forse davvero ci salverà dal mancante noi.

Io nel frattempo vado a controllare la filiera.

Arbustelli in filari pettinati, ma che belli.

Sono pure più rustici delle viti, tanto che li bruciano col fuoco.

Laboratori igienizzati per un processo controllato.

Riduzione clean del principio attivo.

Ogni filare ha la sua piantina della manna.

E per ciò che è detta manna dal cielo, vale più che dieci a uno.

I canali dello smercio sono già noti e bene aperti.

Come si legalizzino i rider, altrettanto si faccia con i pusher.

Senza moneta cartacea poi si evitava anche di arricchire le Medellin.

Adesso con lo scatolotto senza fili il passaggio di filiera arriva ovunque.

La manovalanza diverrà tutta cooperativa.

Gli utili si ripartiscono anche tra lavoranti.

Poi ci sono i passaggi sanitari.

Un settore dove destinare investimenti.

Pedagogiste dell’utilizzo responsabile.

Soprattutto femmine che sono più gentili.

E i dispenser di quantità massima.

Come uno spaccia che ti dica un grammo basta.

E’ che a fare rivoluzioni serve ingegno e conoscenza del congegno.

Mi sarei anche convertito se legalizzato.

Metagricola e Evoluzionaria

Un modello costava fino 5 milioni e manteneva in vario modo fino a 20 persone.

Il principio è che il ricottaro veniva convertito antiparassitario.

Chiedo a gemello Gemini.

Di essere fertile critico.

Io aspetto chi canticchi.

Believe me.

 

Fùmatto Claudietto

Stoned again











mercoledì 26 agosto 2026

2026 41 –Sui Navigli come a Medellin

2026 41 –Sui Navigli come a Medellin.

 

Io l’ho sempre detto.

Ci salva solo il narcotraffico.

In questo paese asfittico ricordo la fulgida Lamezia.

Invocavo una concessione al Cino centenaria.

Una novella Hong Kong per salvare il sud estremo, intero.

Per il nord ci serve un nuovo miracolo industriale.

Un rivoluzionario modello T Ford, ma anfibio.

Da produrre in Fiat e tanti saluti a Stellantis.

Non esiste che la mollo.

Con tutti i soldi fabbriche e operai trafugati al bel paese.

Ma per ora per il nord ci sono alcune strade prioritarie.

Perlomeno fino a che non spariscono fiumi e ghiacci.

E sperèm non sia spazzato via dall’intelligente transizione IA.

Ma ci vuole ottimismo, è il sale della vita, porcotraffico.

Sono rimasto folgorato dalla storia di Medellin, quella lì.

Da capitale mondiale del narco traffico.

A modello di chiare fresche dolci verdi acque.

Transigendo per il cemento del riciclo dei soldi reflui.

Risultato, tre gradi in meno di temperatura.

Allora mi son chiesto se poteva essere un modello.

Per la replica nella fornace di asfalto di Milano.

Mumble mumble, ma la grande opera c’è già.

Ed è pure storia.

E tra l’altro è replicabile in altre città di pianure e lungofiumi.

Ma Milano intriga ed è la più adatta.

Per spendere soldi in un modo nuovo.

Intelligente.

Potrà essere un modello.

Mentre continuano a cementarla.

Come già fecero i cartelli con Medellin.

È che sono cervelli rircottari.

Del riciclaggio professori.

Impizzati tra fumi di cocaina a fiumi.

Dediti all’aperitiro.

Quindi vedo analogie delittuose da non sfruttare.

E mi informo col mio gemini gemello.

Vi riporto ciò che dice.

Ma attenzione a piantumare.

Scordatevi la magica verdura.

La legalizzazione è un altro modello ancora.

Per finire la nota più dolente.

Costa meno di un miliardo.

La nota è dolente perchè sono bruschette di michètte.

Il narcoriclicaggio nemmeno se ne accorge.

Resta il problema del cielo di merda.

Riattualizziamo l’abbattimento del Turchino.

In fondo cicinammafè.

L’anno prossimo si vabbè bella la darsena.

Ma io vi porto tutti al mare.

O a bestemmiare.

Ma nei canali del traffico fluviale.

Anzi no, sui Navigli.

A nuotare in circonvalla.

E scialla.

 

Fùmatto Claudietto

Poveri i bimbi di Milano

 



 

 



 

martedì 25 agosto 2026

2026 340– L’ era della marmotta glabra

 2026 340– L’ era della marmotta glabra.

 

Ora prendete un telescopio e misurate le distanze.

E dite tra noi e voi chi è più pericoloso.

 

Si dice che non si può scherzare.

Guerre morti fame malati e tutto il resto: devi metterci rispetto.

Ma mica sono io che ho fatto questo casino.

Bastava che faceste tutti i bravi.

Senza arroganza e boria da bravi manzoniani.

Ci va solo qualche istante per azzeccare un nesso fesso.

Guerra, economie distorte, torti, morti, orfani, fame e tutti gli stracazzi

Ed eccoti il migrante che è migrato al trapassato.

Sono oramai lontane le auree ere dell’aquila Renata, quando l'io non servì più.

Quella rinata e infine reincarnata in un verdegrillo filo d’erba parlante.

Se ne era volata via dissolta nella vista di un punto nero.

L’istinto predatore di maschi imperatori sparì, non ci fù più.

Spazzato via nella maestosa regalità di quel battito d’ali finale.

Io non servo più, l’io non serve più, diventò l’imperativo.

Tutti riconobbero i vantaggi di giocare senza arbitraggi.

Ogni cattiveria sparì nella saggezza di quel battito.

E fu nascosta in qualche basso di più giù, da babalù a timbuctù.

Quella fu studiata come l’aurea era del regno dei peli.

La colonia, coi peli fremeva condivisi fremiti di gioie e di dolori.

Erano collegati e connessi in un gran bel noi, di tutti in pace.

Passavano le stagioni e la colonia cresceva copiosa gioiosa e giocosa.

Si scherzavano, fischiavano, petavano tutti allegri.

Il bozzolo di fremiti li avvolgeva, la neurosfera fungeva anche da arma di allarme.

Scudo stellare, alabarda spaziale, droni ricchioni, mazinga del menga e tutti gli altri maiminga.

La marmotta invece fischiava come se avesse un fischietto nel petto.

Un giorno un drone aquilone sganciò più di una puzza.

Polluzioni diurne e contagi notturni inquinarono tutta la santa montagna.

Essendo mammifere, già stigmàte letargiche, si addormentarono e contagiarono tutte.

E, tragedia peggio dell’inedia, iniziarono a perdere i peli.

Calvizie pilifera e alopecia montana: persero la connessione.

O vaccabanzai.

Restarono in braghe di pelle.

Apparvero nude e lisce di colore chiaro anche a un ipoveggente.

Spiccavano di pallore senza colore sulla roccia grigia e marrone.

Erano diventate polpette per aquile, albine e glabre battezzate glabrine.

Ad un tratto ebbero perso il pelo del tutto, e già questo bastava.

Ma poi con il caldo montano montante dimenticarono la pedagogica voglia di gioco.

La colonia rimase triste solinga e stanziale raminga.

Girava su sé stessa come una labirintica psicotrottola, ma non trovava la soluzione di uscita.

Un neurosensato, travestito senza troppo sforzo da pirla, passò un giorno di là.

Decretò confirmativo il non c’è niente da fare.

Ma più lesto che tosto fingendosi mesto introdusse un collega piazzista.

Esso aveva il pelo rossofocato a svolazzo conciato.

E una stazza da specie di razza che ammazza.

Propinava una nuova libertà di creme pozioni yoga erbe psiche ed omeopatie.

La colonia lucidata a pelle ne fu abbagliata.

E con un pindarico salto divenne una colonocrazia, piena di fecalomi da evacuare.

Tutta la colonia intanto si spalmò vicendevolissimevolmente.

E in tutto quello sguisciamento, a tutti venne da infilare l’infilo.

Senza filosofeggiare e perdere tempo con troppe psicopippe.

Presi dal principio di piacere sorvolarono rischi di specie, derive sociali e sonori fischi sul bene o sul male.

Fu un girone o una bolgia carnale.

Arrivò un altro piazzista, tipo quelli di lontane mode di colonie nudiste.

La nostra era già nota e taggata, scambiata ingroppata scambista.

Il piazzista era un liberista libertario in facili costumi.

Avendo sperperato ogni Sforze ed energie aveva esaurito ogni provvista.

Di danari, di ori e pure di privati fori vari.

Il nuovo piazzista propose quella che a prima vista sembrava una svista.

Mettetevi una uèbcàm nell’irritabile colon e fatevi filmare da dentro durante i bradisismi di renze.

Da scambisti a voyeuristi cyberanisti il passo fu breve, o a ritroso, boh.

Stà di fatto che qualcuno si lanciò uber, oltre, il revenge, dritto coi bàll nel porno “pelpal”.

La glabrina marmottina disse eh no quando è trippa è trippa.

Era vegetariana radicale perché nutrita e pasciuta cresciuta fin dalle radici.

E alla glabrità glabra ci si era adattata.

Ma riconobbe subito quella trippa per gatti, in salsa di roba da matti.

Ascoltava il suo pedagogo col rispetto dell’amòre.

Spesso era lei che lo confortava transitoria e protettiva.

Certe volte però lù lo si capiva solamenti da fù matto.

Rintanati nel loro tinello pittato di tenue pastello si facevano squadretta.

E in salsa di amòre idearono un piano assai bello con tanto di tranello.

Telecamere va bene ma allora per tutti, non sòlamenti qualcuno.

Uèbcàm girate su sé stessi, di modo chè solo a guardarli imparassero i fessi.

Un satanasso aprì un profilo su quel “solofan” per raccogliere gràn.

Era necessario per la ricerca della cura di calvizie e alopecia.

Poco importava il meretricio se con mediatica par condicio.

Senza peli connettivi, infatti, non avevano più noi.

Erano regrediti all’era dell’io.

O mamma mia.

E allora privaci pure della privacy fischiavano prossimi ma solinghi.

Noi non dobbiamo nascondere niente.

Nemmeno i ciulamenti o il lavaggio di denti.

Fu una ondata di invincibile armata tutta da loro concatenata.

Portavano un messaggio di civiltà di trasparenza.

Quando tutti sapranno tutto il mondo sarà perfetto.

Il precetto echeggiava da tempo nell’aria della neurosfera.

Fu un rigurgito pronto di civiltà dell’intelletto.

Esercitavano l’educazione perenne, diffusa a percettive porte aperte.

Mostravano il solo loro modo di essere, tra gioie neutri e dolori.

Presto e lesti divennero fenomeno desto giammai mesto.

Diffondevano video, olovideo, uberaudio, radio, cesio, polonia e roba per ogni vizio e device.

Infondevano sintassi, grammatici con l’infusione d’amòre,

Sempre vestiti, pur nel rispetto per ignudi sodomiti, gomorristi trombamici e loro parenti.

Glabri di glabrità impararono a tornare giocosi, ma mai fino ad oggi pelosi.

Giocavano con parole e pensieri dal cuore, sia in andata che in ritorno nel loro dove,

Erano meglio della moneta corrente contante.

Insomma, si vollero e si fecero bene.

In vetrina diretta mondiale.

E voi non cambiate canale.

Che qualcosa imparate.

E fate i bravi.

 

Fùmatto Claudietto

L'era del cinghiale bianco

 

 



 

 




lunedì 24 agosto 2026

2026 39 – La settimana della giovane marmotta

 

2026 39 – La settimana della giovane marmotta

 

Ora prendete un telescopio e misurate le distanze.

E dite tra noi e voi chi è più pericoloso.

 

Apro il piccì e trovo una sorpresa.

Devo prendermi una pausa.

Sto scalando le mie montagne tenebrose.

La marmottta mi insegue premurosa.

Nutro grandissimo rispetto per quell’animaletto.

A prima vista inutile, lei è capace di vivere in pace.

Chi ci ha messo la marmotta?

Forse è solo un modello per fare il mondo bello.

Copiate le colonie che d’estate poltriscono giocose.

Sembrano paciose ma io so che ci mettono fatica.

Squittiscono coi fischi per proteggere l’imbelle prole.

Ne hanno sacrificata metà per permetterci di essere qua.

Attendono l’inverno con la pancia al sole.

Già lo sanno che poi duole.

Ma per loro conta solo ogni battito di attimo.

Sono i ritmi della terra.  

Tutta pace niente guerra.

Sanno gioire di pochi giochi di parole.

Infantili, puerili, scurrili, paurosi che a volte sembrano vili.

Ma loro sono sentinelle.

Vibrazioni di peli e pelle, le paure sono sempre quelle.

Loro sentono da lontano i predatori di pensieri.

Contrappogono orchestrate filastrocche.

E parole in rime che a volte ho scritto io.

Giocano a nascondino tra le tane, senza che nessuno possa fare “tana”.

L’uomo nero viene di notte.

Trasandato con le scarpe rotte.

La marmotta veglia sveglia.

Per amore mi permette di dormire.

Si rintana dentro il letto.

Una cucciola cresciuta nella tana.

Al risveglio credo di essere io a guidare.

Ma quello è il bello, non è vero.

È un sistema binario.

Come la coppia di stelle Sirio.

Noi restiamo in squadra.

Una roccetta per la squadretta.

Mentre passa il tempo.

Che consolida montagne.

Una cosa non sapevo.

Io che per lei sarei il saggio.

Ore, giorni, anni e mesi.

Mesiversari a quarantine.

Ma perché mi escludi la settimana.

Non è mica giunto il tempo del riposo delle michètte.

Fischia fischia che ci passa.

E la vita è una grancassa.

 

Fùmatto Claudietto

Pace e serenità


Il patto della marmotta








La veglia della marmotta


 







Da Daniela

40 mesi di noi.

Amo.

La nostra complicità quotidiana.

Anche nelle difficoltà.

Dove facciamo squadra.

Tu la mia saggia guida alpina.

Che traccia la via.

Io la tua marmotta.

Che ti segue.

E ogni tanto fischia.

Se c'è pericolo!

Grazie!

Per avermi presa per mano.

Su questo sentiero.

Meraviglioso.

Che è la vita.

Buon mesiversario!

 


venerdì 21 agosto 2026

2026 038 –Nei canali della mente a puzze

2026 038 –Nei canali della mente a puzze.

 

Passeggio il cane che lo piscio con questo incipit ormai memetico.

Stiamo parlando del colore nero.

La strada è vuota, è ferragosto.

La coda dell’occhio resta guardinga.

Pattuglia grandangolare l’orizzonte circolare.

Colgo un prossimo movimento.

E’ proprio un segno dal futuro, che lo chiamerò Arturo.

Compare un fratello nero, ma nero nero vero.

Dalle scarpe alla cintura è vestito in bella fattura.

Non c’è lattice o feticcio, quello è tutto dritto liscio.

Ma sempre tutto nero.

E’ un gatto bianco, come fossimo nella fattrice matrice Matrix.

Lo segnalo complice al mio coinquilino di trottoir.

Per la rima con il noir.

Ci ridiamo.

Ci manca solo uno in viola, dico io.

Puntuale gira l’angolo pure il viola.

Rido ora sicuro, siamo nel centro del vortoir.

La neurosfera da lì spara a raffica e ad alzo zero.

Ma lo capisco solo io, e il cane con il pelo.

Al ritorno mi attende un po’ di giusta informazione.

Mi aspetto bombe e droni, ma che due coglioni.

Invece c’è quel re di Michael Jackson dentro alla televisione.

Ce lo ha messo la mia giovane marmotta. Daniela.

Ma deve avere spinto forte, lei che è i ritmi della terra intera.

Se continuate con le stuprate lei lo sente nei canali, nei fremiti di peli.

E così ci ritroviamo chiusi nella tana a due locali, la bittana.

Io saracco zitto tanti mucca porca, vacca cacca.

Imbruttito a suo giudizio, che è più limpido del mio.

Poi un colpo d’occhio si ribella a quel malocchio.

Michelino nichelino galleggia fermo in acqua.

Sta lungo disteso sulla poltrona da piscina.

Gli chiedono che sta facendo e lui pronto risponde.

Canalizzo.

Metti che Dio mi manda qualche buona nota o parola.

Se non mi faccio trovare pronto poi Lui le manda a Prince.

Mi si ritorce contro un sorriso mio malgrado.

Anzi proprio una risata.

Mi ricordo di tutta la mia epica del giullare.

Il sorriso se non la risata può più del pianto.

Non si può solo imbruttirsi.

A canali aperti si può e si deve tutti canalizzare.

La bellezza salverà il mondo.

Eh però bisogna farla entrare.

Indirizzate i pensieri nel cuoricentro della neurosfera.

E restate ritti dritti in orbita.

Poi la mantenete con quei colpetti di razzetti a scureggetto.

Così si guida l’intelletto.

Dentro in ogni canaletto.

Come un astropeto ossigenato.

Quando aprite un canale giusto ve lo dice un biancogatto. O un fùmatto.

O un uomo nero in porporosa giacca viola.

Ma ci vuole un occhio rapace.

Allenato a cogliere ogni minimo segno di pace.

Occhio della meraviglia.

Scrematore del parapiglia.

Canalizzatore principesco.

Ecco mi hanno spento il tivùcolòre.

Me lo dice pure la marmotta.

Se non ridi sei imbruttito.

La mia anima giullare deve darsi sempre da fare.

Mi ci sono voluti decenni a imparare a cercare i segni.

Ora che a volte li colgo mi ripiombano nell’ovvio.

Sapete che vi dico col sorriso dal paradiso.

Io riesco solo, a pisciare pure la marmotta.

Non rompetemi le rane.

Anche gli angeli mangiano cetrioli.

Meglio pensare a canalizzare.

Michelino in Principino.

Questa è roba che ci piace.

Meraviglia per bambini.

Scuregette, micropeti e nanepuzze.

Ascoltate l’universo da bambino.

Si raddrizza con due puzzette.

Mentre a voi ci vuole un argano a manovella.

O a vaporella.

 

E fate i bravi.

Malamenti.

 

Fùmatto Claudietto.

Set your mind free.

Starfish and coffee - Prince with the  Muppets