mercoledì 11 marzo 2026

2026 01 – Con il beagolo sulla tagliola

 2026 01 – Con il beagolo sulla tagliola.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo Il cucciolo Alfredo

 

Lampi di intelligenza emersa manifesta.

La fermata è sul binario di pinto lilla.

Tra Cenisio e Monumentale, ale.

Quella senza un conduttore.

Né un guardiano vigile guardingo.

Mica pretendevo un neomazinga.

Ma pirlomeno un controllore.

Della IA un pilota precursore.

Si ma almeno ancora naturale.

Con tutti quei profitti dei biglietti.

Con milioni di inoccupati, poveretti.

Ma che vergogna e che grigiore.

La città risvela il suo colore.

Meno male che c’è controcultura.

Con i muri addobbati di pitture.

Io le obbligherei per legge.

Pensa Aulenti con i vetri tutti tinti.

Ma così non entra luce dentro.

E vabbè chi se ne frega.

Tanto la bolletta è delle banche.

Pensa quanto spazio che ci pitti.

Dal ground floor fin sopra al tetto.

Ma ho raggiunto la fermata.

Fortunato, non mi è scappata.

Davanti a me un tremore fa timore.

C’è quel tritacarne di meccanici gradini.

Tra noi e tutti i voi trotta un cagnetto.

Beagle bassotto un po’ vecchiotto ma carino.

Un sopravvissuto al suo lager da cino.

Quelli inospitali delle farma sperimentali.

La memoria si riscuote.

Guardo il tritacarne del subtramvai.

Vai a vedere che è scampato a farmasorte.

E mo’ si schiatta triturato.

Il padrone è sereno e non lo abbraccia.

Il gradino emerge a periscopio dalla fila.

Il bigolino salta sul primo dei gradini.

Io lo guardo con allarme.

Uno dei due è troppo lungo.

Il grado mobile o il bassotto, non lo so

C’è presagio di tragedia macinata.

Lui mi rimbrotta con un’occhiata.

Beagolo pirla a tua sorella.

Te lo mostro e poi dimostro.

Si rincagna in una sorta di rincorsa corta.

Salta e vola in una mezza giravolta.

Poi riatterra col saltello in parallelo.

Non perpendicolare, non ortogonale.

Allineato parallelo, equidistante.

Latra un bau mentre mi scruta.

Esperimento liberato.

La questione va oltre geni e razze.

È intelletto adattato alla tagliola.

Fenotipo biomeccanico allargato.

Tutto influenza tutto e lo si vede.

Lo riesce e capisce pure un beagul.

Allora fate i bravi.

A partire da orbitali mediolani nani.

Quello è un cane porco cane.

Siate umani mica rane.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il cucciolo Alfredo

 

Logoterapia : linguaggio e mente in Formazione







Da Gemini

Il testo, "2025 10 – Con il bigolo sulla tagliola", è una vibrante e colorata descrizione di un'esperienza quotidiana a Milano, intrecciata con riflessioni sulla modernità, l'IA, la povertà e la bellezza.

L'autore, Alfredo, ci porta con sé in un viaggio in metropolitana, un viaggio che diventa un'occasione per osservare la città e i suoi abitanti. La sua scrittura è ricca di immagini vivide e di un linguaggio colorito, quasi musicale, che ci trasporta direttamente sulla scena.

Alfredo non si limita a descrivere ciò che vede, ma ci offre anche le sue riflessioni sulla società moderna. Critica l'automazione, che vede come un pericolo per l'occupazione, e la burocrazia, che ostacola l'espressione artistica. Ma allo stesso tempo, loda la creatività e la resilienza del popolo milanese, che riesce a trovare la bellezza anche nei luoghi più inaspettati.

Il punto focale del testo è l'incontro con un bassotto, un "sopravvissuto" che ha superato le prove della vita. Il cane, con la sua intelligenza e la sua capacità di adattamento, diventa un simbolo di speranza e di forza. La sua capacità di saltare e di atterrare perfettamente allineato sui gradini della metropolitana è un esempio di come l'istinto e la natura possano trionfare sulla tecnologia.

Il testo si conclude con un appello alla solidarietà e all'empatia. Alfredo ci invita ad essere "umani", a non dimenticare le nostre radici e a prenderci cura l'uno dell'altro.

In sintesi, "2025 10 – Con il bigolo sulla tagliola" è un testo ricco di significato, che ci offre una prospettiva unica sulla vita a Milano. La scrittura di Alfredo è coinvolgente e stimolante, e ci invita a riflettere sul mondo che ci circonda.

 

martedì 10 marzo 2026

2026 03 10 – Ortogonali no, perpendicolari si

2026 03 10 – Ortogonali no, perpendicolari si.

 

Che scalpore e che clamore.

Pane al pane, ortogonali.

Mormora la gente.

Ha tremato di coraggio.

Si è basito l’anchoraggio.

Non l’ha mica detto Dio.

E di certo non sono stato io.

Che dobbiamo ancora sottostare.

Dopo un secolo da vassallo imperiale.

Io ho avuto un privilegio.

La Gabanelli l’ho conosciuta.

Erano i tempi della Telecom.

Plateale scippo colossale.

Ci facemmo una puntata.

Ho imparato come opera l’Usa e getta.

Non pensavo avesse tanto metodo.

Il famoso modo operandi.

Che lo vedi subito predatore.

Senza che si possa camuffare.

Oggi ci vogliamo sbalordire.

Per l’esternazione di esasperazione.

Benpensanti contagiati a strisce e stelle.

Ma ve lo cantava già Pino Daniele.

E l’America è arrivata.

So’ tanti anni e tante storie e non se ne va.

Si è pigliata i meglio posti di questa città.

Mentre noi jettammo ‘o sangue.

Nei quartieri della Sanità.

Abboffàti di marlboro telefilm e coca cola.

Con l’ideologia del pistolero e della frontiera.

Ma noi non siamo miiiica gli americani.

Che loro possono sparare agli indiani.

Noi ortogonali no.

Noi siamo italiani.

Li accettiamo perpendicolari.

Dovrebbe intervenire la pulzella Europa.

Io nell’Europa ci ho creduto entusiasta.

Da giovane.

Oggi sono assai più scettico e pratico.

L’utopia da confino ha una lacuna strutturale.

Prescinde dall’accozzaglia di storie e di culture.

Per l’entusiasmo non basta battere moneta.

E non serve più difesa ibrida o militare.

Ci vorrebbe una cricca di spicco.

Una classe rifondatrice per una ricreazione.

Genti autorevoli e entusiaste.

Illuminati, quelli dell’ismo veri.

La Gabanelli la vedrei bene da presidente.

Sempre dritta retta ritta.

A zero gradi.

Mentre io farei di conto.

 

Kalimmudda ipsum dixit

A 90 gradi

Ce sta chi ce pensa

 

Europa



lunedì 9 marzo 2026

2025 10 – Potatura e petatura di coglioni

 2025 10 – Potatura e petatura di coglioni.

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo In orbita

 

Quasi quasi mi scordavo.

Dal balcone vedo due avi grossi.

Alberi, sono alberi sù.

Mi sono noti come Ernesto ed Evaristo.

Per la forma, e sù.

Il primo mi riporta a quello da Oscar.

All’importanza di essere onesto.

Poi non chiedetemi altro in più.

E’ già un miracolo che resto su.

Il secondo mi richiama Beccalossi.

Quello della mitica Inter antica.

Quando il pallone ancora lo guardavo.

Antico avo dell’immorale attuale.

Adesso basta giocare e andate tutti a lavorare.

E ora di finire la ricreazione.

Ora è ora di fare i bravi.

Che in anglico suona come coraggio.

Ma all’italiana sono tutti buffoni.

Senza confusioni.

In principio fummo piccoli e cazzimmosi.

Scugnizzi col pallone giocavamo al solleone.

A Milano è sempre un velo bianco latte.

Un uomone ci schiatta il pallone, lo buca.

Al grido di lombardo sveglia presto la sua bile.

Come fosse suo il cortile.

Ma non vedete come sono grosso, tronfeggia.

Maradona armando tira un tradizionale aperipippo.

Poi si stacca dal gruppo e parte in volata.

Sul molo rovente pare pantani in una piana.

Finchè raggiunge il bersaglio mobile.

Una pallonata per coglione al grosso jammone.

Noi non siamo grossi,

Noi siamo piccoli e cazzimmosi.

Ma vi arapiamo lo stesso il mazzo.

Allora salto di luogo e dimensione.

Comprendo da dove viene l’intenzione.

Stanno potando la coppia di oleandri nel cortile.

Quella che misuro a chi gareggia ad ogni sigaretta.

Eh no, ma che predico a fare.

Lo faccio pure in logica lineare.

Non fate la guerra.

Fate l’incontro.

Fate la ricreazione.

Fate i bravi.

Giù le cesoie, che saranno sequoie.

Io conosco il gran segreto.

Quello che la forza sia con te.

Che lo sforzo sarà con noi.

Per noi cresciuti nel mito dello Jedi.

Mi gonfio dunque la gravità.

Sgancio un peto fuori scala.

Sembra una cannonata di pallonata.

L’onda d’urto travolge tutti.

Pare un rutto, è Gargantua.

Gli fa eco Pantagruele.

Dal binario sistema Sirio.

E che due evaristi onesti.

Fate i bravi veramente.

O vi peto un satellitare moto.

E vi sbatto fuori orbita.

Uber l'orizzonte degli eventi.

Oltre, dentro il perianale.

 

Kalimmudda semper dixit.

Fuori orbita


 


 

 





Da Gemini

Questo testo è un vero e proprio flusso di coscienza "radiofonico", un mix eccentrico di satira sociale, nostalgia sportiva e surrealismo scatologico. Ha il ritmo di uno spoken word che sembra fatto apposta per essere letto sopra un tappeto sonoro (il citato "In orbita"), oscillando tra l'invettiva milanese e lo spirito ribelle dello "scugnizzo".

Ecco alcuni punti chiave per smontare questo "petomoto" letterario:

1. Il contrasto geografico e antropologico

Il testo gioca costantemente sulla dualità tra Milano (il velo bianco latte, l'uomone lombardo che buca il pallone, il cortile come proprietà privata) e una napoletanità d'anima (la cazzimma, lo scugnizzo, il "solleone"). È la classica dinamica tra la rigidità produttiva del nord e la vitalità anarchica della strada.

2. I riferimenti pop-culturali

Il testo è un frullatore di icone:

  • Letteratura: Oscar Wilde (L'importanza di essere onesto) e Rabelais (Gargantua e Pantagruel). Citare giganti della letteratura rinascimentale per descrivere un peto o un rutto è una mossa di puro "grottesco" classico.
  • Sport: Beccalossi (l'Inter "antica") e Maradona, simboli di un calcio romantico contrapposto all'"immorale valore attuale".
  • Cinema: Il mito di Star Wars (Jedi, l'ologramma, la Forza) che si trasforma comicamente nello "Sforzo" (citando forse indirettamente Balle Spaziali).

3. La lingua e il gioco verbale

C'è un uso creativo dell'etimologia e della fonetica:

  • L'equivoco tra "Bravi" (gli sgherri di manzoniana memoria) e "Brave" (il coraggio anglosassone).
  • L'invenzione di termini come "Aperipippo" o "Petomoto", che danno al testo quel tono beffardo e "cazzimmoso" dichiarato dall'autore.

4. Il significato "politico" della ricreazione

Sotto la superficie goliardica (il titolo "Petatura di coglioni" è già un programma), emerge una critica alla serietà del mondo del lavoro e della guerra. Il testo invita a "fare la ricreazione" e a "fare l'incontro", opponendo la vitalità del gioco alla rigidità delle cesoie che tagliano gli alberi (Ernesto ed Evaristo).

In sintesi

È un pezzo che rivendica il diritto all'assurdo. Si chiude con una minaccia cosmica e "perianale", quasi a dire che se il mondo non ritrova la capacità di giocare (e di essere onesto come Ernesto), finirà travolto da un'onda d'urto di volgarità liberatoria.

Un testo decisamente "fuori orbita", perfetto per una radio che cerca di rompere gli schemi.

 

domenica 8 marzo 2026

2026 03 08 – Fate i bravi, il comandamento

 2026 03 08 – Fate i bravi, il comandamento.

 

Fate i bravi.

Un comandamento pe’ tutti.

Saglie saglie cu’sta sporta china d’agli.

Si nun saglie e scinne, tutta ‘sta robba nun ‘a vinne.

Sole, sole d’oro.

La mattina mi dai forza.

Mentre attorno tutto muore.

La saviezza vista Napoli.

A Milano l’aria pesa nera di dolore.

Pure il sole gira al nero.

La città è di colore chiaro scuro.

Uno solo, dal grigio topo al latte chiaro.

Sarà che con la guerra calano le borse.

Sarà che affoghi dentro un grande forse.

Annaspi tra avvisaglie di bollette.

Caro gas, caro patate, caro pane e caro tutto.

C’è chi confida nella Naspi.

La speranza per disoccupati.

Nella Milano che non ha ricordi adatti.

Questa è una città di transito.

Inventata in mezzo alla pianura.

Crocevia senza manco una altura.

Sola in mezzo a una fertile radura.

E’ nata e vocata per lo smercio.

Senza darsi troppa pena di sentire il marcio.

E’ la città della finansa granda.

La città della mota alla moda.

La città dei soldi troppi e facili.

Per pochi ma non per tutti, riservata agli apici.

Adesso è ora di paura, fine aperitiri

Il polmone del borghese era tronfio.

Ora con allarme si sgonfia.

Scopre di non sapere fare nulla.

Scopre il divario di utilità vera.

Qualcuno si ricorda di guerre già viste.

In ottanta o cento anni camuffati di pace.

Ora sprizzano psicoquanti come feromoni.

Qua sono cazzi che piovono a fottoni.

E si accumulano in paura di pianura.

Oggi è la giornata della donna.

Sono stufo di sentire quelli che noi e loro.

Che mi trasmettono tristezza di ogni razza.

Che poi ci rimango una monnezza.

Fate i bravi, dai.

In che senso lo sappiamo io e i cani.

Vi ho già detto di non fare la guerra.

Che la strada sta nell’incontro.

E di fare la ricreazione.

Femmine, ommini, femminielli, trans.

E noi tutti ricchioni dell’alfabeto intero.

 

Kalimmudda semper dixit

Soul express


 

 

 

giovedì 5 marzo 2026

2026 03 05 – Fate la ricreazione

 2026 03 05 – Fate la ricreazione.

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Parola : creazione.

 

La questione della creazione mi intriga fin da bambino.

Come è possibile che prima niente e poi dopo il principio.

Certo non crediamo più troppo convinti.

Quel signore col ditone non ci pare più plausibile.

E così con lui abbiamo ammazzato la meraviglia del mistero.

E ci siamo pure presi il plauso.

Tutti compiaciuti delle scienze rivelate.

Confondendo le invenzioni con le scoperte.

Basterebbe insegnare una pratica.

Semplice come mangiare una mela al giorno.

Che toglie il medico di torno.

È roba molto più antica.

Altro che la maindfulness da barlafuss.

Poverini, meglio loro piuttosto che niente.

Un giorno ci arriveranno anche loro.

A capire che il principio non è nell’io.

Che noi siamo l’ultimo, non il primo.

Basterebbe un minuto di contemplazione.

Della meraviglia.

E non del qua nessuno è fesso.

Apparirebbe allora chiaro un disegno universale.

Anche se non so per certo quale.

Ma mica può essere tutto casuale.

Anche senza dirlo da maniacale.

Risalite indietro al principio, inseguite il dito.

Da qualsiasi parte lo guardiate vi punta sempre.

Dice sempre la stessa cosa.

Pensate pure al vostro grande botto.

In principio fu il principio non risuona.

Ci sarà di mezzo roba quantistica.

Una ditata che contiene tutto.

Semi e spemi, leggi e versi.

Che chi l’ha detto che siano uni.

Allora forse sarà più chiaro.

Tanto disegno nasce da quel quanto primo.

Primigenito che tutto contiene.

Poi chi ce l’ha messo vai a sapere.

Ma questo è il potere del mistero.

Lo potrete toccare con manine immaginarie.

In attesa che crescano in ditoni.

E saprete che non c’è diritto.

A sfasciare la perfezione.

Non lo dico da bigotto.

Ve lo dico perché l’ho visto e poi studiato.

Eh già, ero malato.

Tutto nasce da quel palpito.

Dall’amor che move il sole e le altre stelle.

Per amore, per amore, per amore.

Tutto è sempre stato solo per amore.

Ora andate e moltiplicatevi.

E’ ora di ricreazione.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Lui chi è ?

Siamo dei

 

Ndr.

Lui chi è, uno o trino



 





https://it.wikipedia.org/wiki/Creazione_(romanzo)

mercoledì 4 marzo 2026

2026 03 04 – I colpevoli

 2026 03 04 – I colpevoli.

 

Entriamo nel tempietto dell’editoria nostrana.

Una scala stretta porta alla catacomba.

Siamo ancora memori dei ricordi montanari.

Cerco l’uscita sicura della tromba delle scale.

I ricordi sono accesi dai faretti.

Siamo circondati di carta alle pareti.

Una scintilla e finiamo abbrustoliti.

Sono sempre istupidito dalla quantità di libri.

Chissà che avranno tutti da dovere esternare.

Oggi però è l’era di Cusani Sergio.

Mio cuggino primo.

Poverino, sempre con lo stigma di quello di tangentopoli.

Embè, lo voglio intridere di mezzo gaudio.

Per dirgli che in galera no, ma nel casino c’ero finito anche io.

Era stato lui il mio colpevole involontario.

Mi aveva collocato in Ferruzzi Finanziaria.

Sembrava una manna dal cielo.

Ero scappato dal magnifico rettore della Bocconi.

Dove mio padre aveva tramato per piazzarmi.

Ma l’austero cuggino fu colpevole col fascino.

Non soltanto il noto suo.

Ma quello funesto della finansa granda

Ferfin era il cuore pulsante della finanza del gruppone.

Terminali sempre accesi, notiziari sulle borse.

Non ho manco fatto in tempo a capire che mestiere fosse.

Quello che era detto della finanza strategica.

Quella che gioco a compro e vendo.

Un ossimoro contraddittorio in termini.

Finanza strategica.

Se sono finanze sono già soldoni.

Se è strategica è il futuro ancora da fare.

A farmi capire qualcosa ci pensò l’inconsapevole colpevole.

Il cuggino, con i corsari e capitani vari veri, fecero il botto.

Arrivò la grande tegola, il tegolone.

Erano questioni astruse di giocare con i milioni.

E possibile disoccupazione.

Per tornare con la coda tra le gambe dal padre padrone.

Mi ritrovai così a fare lo start up della Novamont.

Mi ci ero fiondato quando da Ferfin non ci voleva andare nessuno.

Non c’era finansa.

Novamont era il cuore della strategia della chimica rinnovabile.

Gasolio, carta, plastica vegetale, l’etanolo.

E tanta ricerca in centri dedicati.

Un mondo diverso da quello del petrolchimico appariva possibile.

E poi c’era l’agroindustria.

Non si può capire l’emozione della semina e raccolti.

Su scala continentale.

Ricordo la politica agraria comunitaria.

Una guerra senza bombe con gli americani.

Ma con l’olio di semi.

Si potevano coltivare solo certe quantità per usi alimentari.

Ed eccoci noi quattro gatti di Novamont.

A riscrivere direttive, leggi e normative.

Eravamo la grande Ferruzzi Montedison

Si dettava noi la legge.

Le semine si raccoglievano.

Dai campi sterminati di giallo colza.

E poi il grano scorreva a fiumi, e non era per la finanza.

Era quello reale, il danaro delle finanze vere.

Ricordo il primo impianto per produrre biodiesel.

Servivano 40 miliardi, se ricordo bene.

Embè e che problema c’è.

Aroldi fai una presentazione in ppt.

E pochi tempi dopo e voilà il bonifico eccolo qua.

Insomma, alla uscita dalla libreria sono con la cugina di cognome.

Ma alla fine che cosa è successo, mi fa.

Sai io non ci capisco niente.

E’ facile, rispondo.

C’era un gioiello nazionale multinazionale.

Produceva e vendeva un sacco di cose in tutto il mondo.

Dava lavoro a città intere.

Poi è arrivata la finanza astrategica.

Nel senso di alfa privativa.

Astrategica alla romana.

E il giocattolo lo hanno scassato.

Per questioni della industria della finansa.

Che male de panza.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Tammurriata d'o lavoro niro