mercoledì 11 febbraio 2026

2026 02 11 – Cellule di ospitalità

 2026 02 11 – Cellule di ospitalità.

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Parola : ospitalità

 

Una parola plurivalente.

Totivalente o tantovalente.

Vuol dire tutto e il suo contrario.

In pratica è una staminale linguale.

Verrebbe da ostis di ostile.

Poi cade la s finale.

E,.. nemica bergamasca saracca.

Osti.

E per linguistica alchimia tutto finisce a tarallucci e vino.

Ospite diventa il padrone di casa.

E pure lo straniero foresto protetto.

Meraviglia delle parole quando volano senza fole.

Il fatto sublinguale è la sacralità dell’accoglienza.

Reciprocicamente.

Giù le mani da ogni straniero.

Ospitali lo accoglieremo e ristoreremo

Monta la mia collera semantica.

Le parole vanno digerite non fagocitate.

Mi ritrovo in riva a quel ramo di lago.

Sono stato accolto come ospite.

Sono in un posto di brutta reclusione.

Invece l’accoglienza fu totale.

Con dolcezza mi si aprirono le porte.

Da foresto divenni io ospite.

Arrivò un giorno un bastimento.

Carico di negri e gente colorata.

Sentivo per natura che dovevo loro ospitalità.

Anche se ospite ero anche io.

Ma loro di più.

Si è sempre meridionali di qualcuno.

Improvvisai lezioni di italiano.

Nessuno lo aveva fatto, presumendo di cacciarli.

Io però non volevo tenerli fuori.

Ma ospitarli tutti quanti.

E ricevettero in tanti l’asilo politico.

Grazie a poche parole in idioma di ospite.

Nessuno ci aveva detto di farlo.

Ma reciprocità è sapersi mettere nei panni altrui.

Ospitalità.

Chi non ce l’ha e chi la da.

L’ospitalità è questione di indole.

Anzi di cellule.

 

Kalimmudda semper dixit

Questione di cellule

 

 

Lingua in formazione



 






Nota etimologica

L'ospitalità deriva dal latino hospitalitas, che viene da hospes, parola che condivide la radice con hostis (nemico), indicando originariamente lo straniero protetto, il "padrone di casa" che accoglie il forestiero, ma che, per la natura di reciproco impegno, ha finito per significare anche la persona accolta, creando un doppio senso. L'etimologia sottolinea la reciprocità del rito di scambio e accoglienza, un legame sociale e quasi economico tra gruppi.

  • Origine Latina: Dal latino hospitalitas.
  • Da hospes : Deriva da hospes, che significa "padrone di casa" e "straniero/ospite".
  • Doppia Radice: Condivide radice con hostis (nemico), ma hospes indicava lo straniero amico; questo legame etimologico evidenzia la necessità di ricambiare il dono dell'accoglienza.
  • Significato Profondo: Sottolinea l'atto di accoglienza, lo scambio di doni e la creazione di legami sociali, un concetto fondamentale nell'antichità.

 òspite s. m. e f. [dal lat. hospes -pĭtis (con tutti e due i sign. fondamentali, in quanto la parola alludeva soprattutto ai reciproci doveri dell’ospitalità)]. – 1. La persona che ospita, che accoglie cioè nella propria casa altre persone (siano queste amici, conoscenti, oppure forestieri, estranei) offrendo loro alloggio e vitto, o anche soltanto per una visita, per una festa, per un ricevimento e sim.: un o. generoso, gentile, affabile, accogliente; un o. indiscreto, opprimente; andarsene insalutato o., v. insalutato. In funzione attributiva, la casa, la terra, il paese ospite, che ospita, che ci ospita; come agg., nel linguaggio poet., ospitale

 La parola italiana "ospite" deriva dal latino hospes, -itis, termine che originariamente indicava sia "chi ospita" (padrone di casa, albergatore) sia "chi è ospitato" (forestiero, straniero). Questa radice indoeuropea, ghos-ti-, è legata al concetto di reciprocità e al patto sacro di ospitalità tra chi accoglie e chi viene accolto. 

Ecco i punti chiave dell'etimologia di ospite:

  • Origine latina: Deriva dal latino hospes (accusativo hospitem), che a sua volta deriva dall'unione di hostis (straniero, ma anticamente "ospite") e potis (signore, padrone).
  • Significato profondo: Inizialmente significava "padrone dello straniero", ovvero colui che accoglieva un forestiero con obblighi di reciprocità

.

  • Doppio significato: In latino hospes indicava sia l'ospitante che l'ospitato, concezione che si è mantenuta in molte lingue romanze.
  • Relazioni linguistiche: La radice indoeuropea ghos-ti- è la stessa che ha generato il termine latino hostis (che nel tempo ha assunto il significato di "nemico"). 

 

 

lunedì 9 febbraio 2026

2025 40 - Mattanze romane

2025 40 - Mattanze romane.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo Vacanze romane 1983

 

Il testamento di Barbara fu di certo uno scioc.

Ma bisogna essere onesti.

Erano stati anni passati insieme.

Erano stati anni passati anche bene.

Avevamo ricalcato ignari la diade familiare.

Eravamo ancora in coppia, come stelle in rotazione binaria.

Il modello era quello dei miei.

Pronti a difendersi da tutti anche alzando il tiro.

Eravamo in Roma centro, vicino a villa Borghese.

Un malcapitato tentò di scippare mia madre.

Pronta accorse la sua altra metà, mio papà.

Gambe piegate e inquadrato il mirino.

Sparò in sequenza con il ferro, l’arnese.

Fece fuoco alla moto con sacro furore.

Si senti l’urlare del poveraccio preso al polpaccio.

Scippato del proprio coraggio contro ogni presagio.

All’epoca Barbara non aveva tastato quella strana famiglia.

Fatta di gente capace di sparare per strada.

Un giorno ci trovammo a dovere tornare a Roma.

A riprendere quel nostro tran tran sull’autosole.

Tra Roma e Milano, aria di mari e denari.

Doveva essere questione di qualche giorno.

Durò settimane o mesi.

Mio nipote piccolo stava steso in ospedale.

Attaccato a tubicini, apparecchi e macchinari.

Anche i miei erano venuti al capezzale.

Era il cucciolo di casa, non potevano certo mancare.

La salute degradava e il bambino peggiorava.

Un giorno a sorpresa mio padre mi prese da parte.

Salutò e disse che con mamma ritornavano a casa.

Altrimenti mia madre, altezzosa bambina viziata, non mangiava.

Insomma, passò il testimone con un grande affanculo.

Restammo li a vederlo morire chiusi in noi sempre di più.

Fu una mattanza, una paranza di morte, una confusione di emozioni.

Ci fecero restare al posto loro, senza voglia di soffrire.

Ci piazzarono nel lusso dell’hotel a Porta Pinciana.

Soldi in mano e tanta grana, ogni sera da sopportare era ubriaca.

Eravamo Hemmingway in via Veneto al nostro Harris bar.

Il dolore andava vissuto, ma venne degradato a una roba da affogare.

Quello fu un momento in cui il contratto di matrimonio si crepò.

E in cui io vidi mio padre senza spoglie, mentite o no.

A suo agio stava nella città crassa solo se poteva governarla.

Poi era meglio la fortezza di casa.

Roma antica città, ora vecchia realtà.
Non ti accorgi di me e non sai c
he pena mi fai.

 Kalimmudda semper dixit

Vacanze romane


 


venerdì 6 febbraio 2026

2026 02 05 – Ad Olimpia con Daniela

 2026 02 05 – Ad Olimpia con Daniela.

 

Io Olimpia la ricordo bene.

Era brutta come la morte.

Lavorava in un buco per terra.

Era una specie di bottega.

Piena delle sue poche verdure.

Da orto, o galline e pollaio.

C’era la bilancia con i due piatti.

E i pesi con i quali imbrogliava.

Era la fruttivendola di una Maratea antica.

Forse Olimpia era una lontana profezia.

Non saprei come mi venne in mente.

Magari per il nome.

Per me sinonimo di bruttezza.

E di memoria di imbrogli.

La mente umana, che meraviglia.

E che sfizio e che spasso, quando diverge e si allarga.

Erano stati giorni vuoti ma pieni di peso.

Tra i mille pensieri volti a Vittoria.

Adesso arrivò a casa dal lavoro Daniela.

Voleva andare a vedere la fiaccola olimpica.

Con il suo tenero viso non mi pretendeva.

Quando una voce silente mi indirizzò e guidò.

E portala tu, che ti costa così poco farla felice.

Il suo tenero viso si illuminò di immenso sorriso.

Sembrava chiaro di sottile lucente alabastro .

Ci abbracciammo e baciammo.

Senza malizia e senza mestizia.

E partimmo alla volta di porta Venezia.

Quella è zona di miei altri fantasmi.

Vissuti nell’arco davanti Palestro.

Trovato l’incrocio aspettammo.

Ma la fiaccola non arrivava.

Iniziavo a sprizzare velenoso cinismo.

Sulla folla di pecoroni, il malaffare o l’organizzazione.

Daniela saltellava intirizzita di gioia.

Così come tutta la folla raccolta.

Vidi un bambino che ballava anche lui.

Mi accorsi della gioia di vita che li pervase.

Mi osservai allo specchio e mi promisi anche io.

Alla fine la fiaccola arrivò.

Nel momento preciso in cui la pioggia iniziò.

Sorrisi tra me e me, e io so perché.

Era per tutto quel raccolto di pace.

Manco a farlo apposta di nome e di fatto.

Pensai a quella preghiera musicata in poesia.

Una lacrima si sciolse nella pioggia.

La poesia faceva così.

Si me vuò bene overamente,
Circa 'e me suppurtà.
Quann' me perdo 'mmiezzo 'a gente.

Quann' m'assetto a te parlà.
Quann' sto zitto jurnate sane.
Pecchè nun me ne fido 'cchiù.

 

Pace e Serenità 1993

Pace e serenità

 



 

 

giovedì 5 febbraio 2026

2025 - 39- Testamento di libertà

 2025  39- Testamento di libertà.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo Il testamento : 1963

 

Quando la morte mi chiederà, di restituirle la libertà.

Forse una lacrima forse una sola sulla mia tomba si spenderà.

Forse un sorriso forse uno solo dal mio ricordo germoglierà.

In principio fu il primo trattamento sanitario obbligatorio.

In salute e malattia, in ricchezza e povertà, restò roba da oratorio.

La ricevetti come una grazia e concessione.

La separazione che fa rima con milione.

Fu quella la maggiore prodigale elargizione da me mai fatta.

Roba che quelle della mia mania erano cosa da chierichetti.

Rimasi solo e allo sbando tra scivoloni per vari anni

Mi arrangiai con i protettori delle battone.

Cui lasciai belle rendite e un impiego da ragioniere.

Ma è noto che dove c’è gusto non c’è perdenza.

Barbara e Vittoria vivevano nella tanto amata casa con il giardino.

Io nella via di fianco, in una casa comperata vicina apposta.

Per potere vedere spesso Vittoria.

Tutto sempre grazie al povero bistrattato nonno Carlo.

Che tra i suoi difetti non aveva la tirchieria manco da morto.

Erano nel loro mondo a parte.

Di certo non nel mio che ero già un disturbo.

Il dolore vorticante lo affogavo dai ragionieri.

Ma ero contento al pensiero che stessero bene.

Ricordo un giorno che un tizio spaccò quadri e specchi.

Vittoria poi mi confessò che lei era in casa.

Io corsi in soccorso e arruolai un plotone di guardie armate.

Pistoloni e fucili a pompa popolarono la via.

Insomma, io c’ero sempre.

Pronto a difendere con tolleranza.

Quella che può richiedere di impugnare una 44 magnum.

Un canne mozze, un uzi o uno shot gun.

Fu quindi un grande scandalo la sceneggiata notarile.

Tutti conoscevano la provenienza delle sostanze.

Parte delle quali avevo lasciato loro in uso.

Io sottoscritta nomino Vittoria Aroldi mia erede universale.

Ah però.

E che ci volete fare, è cosa nota che i soldi sono lo sterco del diavolo.

Oggi meno male che quella diabolica zaffata la usa Vittoria.

Quelle sostanze sono la sua libertà.

Di fare, sbagliare, cambiare, ragionare.

Anche se ancora non lo sa.

Io non fui così fortunato.

La libertà dai miei genitori l’ho avuta solo da morti.

A Vittoria penso di averla donata da vivo.

Cara amica te lo scrivo.

 

Kalimmudda semper dixit

Il testamento




 

mercoledì 4 febbraio 2026

2025 38 – La morte arrivò in lillà

 2025 38 – La morte arrivò in lillà.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: La sedia lillà 1979

 

Ciondolavo nella villa tra la darsena ed il parco.

L’esilio nelle coliche trovò un posto di incanto.

Si giocava dentro all’orto a zappare col fiato corto.

Poi arrivò un’onda di migranti da ospitare.

Erano di sangue carne e ossa di ogni colore.

Non parlavano una parola di italiano.

Chiara volontà di mandarli via da qua.

Li volevo invece io, che li accoglierei a milioni tutti quanti.

Mi improvvisai maestro a gesti e suoni.

Per alcuni le poche parole apprese significarono l’asilo.

Ma è una altra storia, di ospitalità e morti differenti.

Arrivò nel mentre la chiamata nefasta.

Cose che ti scalciano al basso ventre.

Devo ricordare, poco lirico, una cosa.

E’ Vittoria la destinataria di questa memoria.

E mi raccomandò di essere e oggettivo e neutrale.

Tempo dopo glielo promisi, ora mi applico.

Così corsi da Colico a Milano.

Perché la mamma di Vittoria stava molto male.

Dopo pochi giorni fu ricoverata terminale.

Sentivo certi versi in parte appropriati.

Stava immobile nel letto con le gambe inesistenti.
E una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso.
Tu Vittoria vivi sempre nel momento.

Cogli il giorno e tanto amore, cogli i fiori di lillà.

Quella maledetta aura intanto parlava.

Mi diceva che sarebbe stato meglio io.

Poi un coro di veglianti angeli migranti mi svegliò.

L’ultimo ricordo rimarrà per sempre marchiato a fuoco.

Non solo il nero ma il viola dei giorni dei morti.

Era quello il colore che ululava straziante.

Era quello sul costume che portò Vittoria in ospedale.

Per me fu la quarta morte di quelle importanti.

Per Vittoria la prima tragedia.

Io ero convinto che dovesse toccare a me.

Meno dolori di qualsiasi colore.

Allora ripenso ai migranti.

E a tutte le persone che nella vita ho aiutato e educato.

La vita bastarda ha avuto altri compiti in mente.

Il nero buio sarà diventato violino.

Il colore dei fiori di lillà.

 

Kalimmudda semper dixit

La sedia lillà




lunedì 2 febbraio 2026

2025 37 – Voi che potevate, che avete fatto?

2025 37 – Voi che potevate, che avete fatto?  

Onda su onda – Via www.shareradio.it – Sottofondo:  Romantic warrior.

 

Per lungo tempo fui incazzato con mia moglie.

Ero al pc che creavamo Revomuzik.

Era quella costola di musica a catena corta.

Suonarono alla porta.

Mi trovai un manipolo assettato assortito.

Si vedeva che erano ignari di visionarie creazioni.

Dotti medici e sapienti concordarono pazzia.

Non capirò mai perché.

Se prescindo dal look del mio socio pieno di rastadreads.

Sotto l’occhio di mia moglie mi portarono via di forza.

Ancora trattamento sanitario obbligatorio.

Medici, infermieri, parenti e maniaci assortiti.

Senza possibilità di replica fui ribadito matto.

Ad onore del vero la presunta mia malattia è la mania.

E si porta dietro dipendenze e soprattutto tante spese.

Non posso certo dire di non essere stato prodigale.

Ma io compravo beni reali, pur senza contrattare sconti.

Per me contava la visione e la sua veloce esecuzione.

Inoltre il vile danaro andava purificato.

Purgato nel nome del padre.

Mi crocifissero al letto, in adeguata plastica posa.

Poi come sia sia si passò a un po’di reparto psichiatrico.

Fui traslocato tra coliche merdicine.

Coliche viene da Colico, luogo di riparazioni neurali.

E merdicine, da venefici sedativi che ci arrivate da soli.

Rimasi senza attivazione di connessioni.

Mi staccarono dall’anima del mondo.

L’universo si mise davvero di traverso.

Per la cascina rifiutarono i promessi permessi.

L’Enel negò l’approvato allaccio alla rete, niente fotovoltaico.

La vigna da impiantare diventò meno poetica.

Quella impiantata si ammalò di non so cosa.

Il sito a prezzo sorgente recuperò solo dieci vecchi clienti.

Il sito wallstreetitalia, che era il mercato, mi venne letteralmente scippato.

Il socio agricolo mi cacciò con il fucile spianato in faccia.

Questo vuol dire, quella che credete sia una boutade universale.

La trottola dell’universo rotolò inversa.

Con la sedazione constatai l’impraticabilità del mio gioiello.

Partì la liquidazione di Metagricola ed Evoluzionaria.

Recuperai solo una frazione di spesa.

Il bilancio finale fu che ci misi mezza sostanza ereditata.

Alla fine restai con un quarto del totale.

La mezza metà sarebbe stata ripartita con mia figlia.

Ora mia moglie vigilava.

E tutto sommato meno male.

Rivoluzionare.

Io alla fine almeno ci ho provato.

Voi che potevate, che avete fatto?

 

Kalimmudda semper dixit

Dedicato ai romantic warrior. Meraviglia



 

 

  

domenica 1 febbraio 2026

2026 02 01 – Il dolore delle colombe spezzate

 2026 02 01 – Il dolore delle colombe spezzate.

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Parola : Insieme

 

Una volta siamo stati vicini.

E siamo stati anche bene.

Eravamo di una specie di gene.

Eravamo così sempre insieme.

Poi l’insieme è stato spezzato.

La vita ci ha diviso separato e frullato.

Se penso all’insieme ricordo la scuola.

Astrusa materia che univa cose distinte.

Ricuciva tutto in cerchi a matita.

Teneva tenace l’unione e l’amore.

Poi mi hanno insegnato l’insieme frattale.

Tutto cresce uguale a sé stesso.

Nuvole, felci, cavoli e fulmini.

Tutto sta insieme e guidato si adatta.

Il mondo sta insieme malgrado i dolori.

E nonostante i torti fatti e subiti.

Insieme si tocca quella forza frattale.

Quella che guida e disegna ogni cosa.

C’è chi la chiama forza di amore.

E chi pensa ad una colomba, viaggiatore di pace.

Viaggia come un’instancabile spola.

Per portare lontano un messaggio di unione.

Ora vivo con il dolore costante.

È l’insieme che venne spezzato.

Quello tra figlia, madre e io stesso.

Le parlo soltanto nei sogni.

Provo sempre quel forte dolore.

Ma oggi ho trovato la chiave.

Manderò un piccione viaggiatore.

Si chiama Totore cioè Salvatore.

Ci salverà tutti per evitare il furore.

Con la tenerezza che scalda ogni cuore.

Porterà una pergamena di pace.

Per un messaggio da scrivere e dire.

Ti voglio bene, fatti sentire.

Da grandi si può pure comunicare.

Dedico la canzone a tutti gli insiemi.

Quelli che sono mattoni alla base.

L’insieme che unisce è robba de core.

Meglio dirselo prima che E un giorno.

 

Kalimmudda semper dixit

E un giorno, Francesco Guccini