2025 38 – La morte arrivò in lillà.
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Sottofondo: La sedia lillà 1979
Ciondolavo
nella villa tra la darsena ed il parco.
L’esilio
nelle coliche trovò un posto di incanto.
Si
giocava dentro all’orto a zappare col fiato corto.
Poi
arrivò un’onda di migranti da ospitare.
Erano
di sangue carne e ossa di ogni colore.
Non
parlavano una parola di italiano.
Chiara
volontà di mandarli via da qua.
Li
volevo invece io, che li accoglierei a milioni tutti quanti.
Mi
improvvisai maestro a gesti e suoni.
Per alcuni
le poche parole apprese significarono l’asilo.
Ma è
una altra storia, di ospitalità e morti differenti.
Arrivò
nel mentre la chiamata nefasta.
Cose
che ti scalciano al basso ventre.
Devo
ricordare, poco lirico, una cosa.
E’
Vittoria la destinataria di questa memoria.
E mi
raccomandò di essere e oggettivo e neutrale.
Tempo
dopo glielo promisi, ora mi applico.
Così
corsi da Colico a Milano.
Perché
la mamma di Vittoria stava molto male.
Dopo
pochi giorni fu ricoverata terminale.
Sentivo
certi versi in parte appropriati.
Stava
immobile nel letto con le gambe inesistenti.
E una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso.
Tu Vittoria vivi sempre nel momento.
Cogli
il giorno e tanto amore, cogli i fiori di lillà.
Quella
maledetta aura intanto parlava.
Mi
diceva che sarebbe stato meglio io.
Poi
un coro di veglianti angeli migranti mi svegliò.
L’ultimo
ricordo rimarrà per sempre marchiato a fuoco.
Non
solo il nero ma il viola dei giorni dei morti.
Era quello
il colore che ululava straziante.
Era
quello sul costume che portò Vittoria in ospedale.
Per
me fu la quarta morte di quelle importanti.
Per
Vittoria la prima tragedia.
Io
ero convinto che dovesse toccare a me.
Meno
dolori di qualsiasi colore.
Allora
ripenso ai migranti.
E a
tutte le persone che nella vita ho aiutato e educato.
La
vita bastarda ha avuto altri compiti in mente.
Il
nero buio sarà diventato violino.
Il
colore dei fiori di lillà.
Kalimmudda
semper dixit

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