sabato 3 ottobre 2026

2026 065 – Don Maratea

 2026 065 – Don Maratea.

 

Un camorrista incede sempre sicuro.

Appare stare lì a farsi rimirare.

Mentre osserva, di soppiatto procede.

È circospetto ma tutti lo sanno, lui è arrivato.

La macchina è seria eppure detta sobria.

Parcheggia in bella vista come fossa una svista.

Il posto lo attende vacante senza mai una multa.

Che a bisogno pronta sarebbe stata tolta.

Veste una gialla canotta del colore di lana cotta.

Cappellino da pesca copre il capo liso elegante.

La camicia ondeggia aperta alla moda di una ventata.

Deve vedersi discreto il nobiliare scettro.

Sulla pancia di sostanza promina la catenazza.

Maglie di oro rosso incatenano rubizzi rubini.

Reggono un cespuglio di pendagli.  

Ondeggia al ritmo malandrino, che suona clan clan drin.

Il borsello di pelle di vitello è pieno della P38.

Pronta da sfoderare in mezzo al mare, per esercitarci tutti a sparare.

Era un tiro a segno fatto di segnali familiari.

Così entrava in scena mio padre l’ingegnere.

In quel bucolico lucanico territorio marateota.

Sembrava una madonna in solinga processione.

Con il suo personale stile da camorrista capo clan.

Quando morì dovetti chiudere le pendenze.

Mi presentai da camorrista in erba.

Partii da Maratea porto per non fare torti.

Dovetti regalare una casa al marinaio.

E mi toccò ascoltare storie varie.

Non furono i suoi affiliati storici a parlarmi.

Omertà di meridione.

Quanto piuttosto giovani già predestinati disoccupati.

Senza più nemmeno il santo in paradiso.

Mai mi parlarono male del mitologico ingegnere.

Quanto piuttosto mi svelarono le verità nascoste.

Il progresso si era portato dietro tutto il campionario di benessere.

Incluso il narcotraffico litoraneo.

Trenta chilometri di costa solitaria desolata.

Costellata di bucolici approdi da Campania a Calabria.

Una cerniera tra regioni sulla statale tirrena 18.

Avevo sempre avuto un sentore.

E non potevo certo rischiarmi capo clan.

Preferii mantenere il ricordo di una infanzia non tradita.

E a mio padre e a Maratea dedicherò solo una canzone.

Da Don.

 

Fùmatto Claudietto

El Senor Matanza

 









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