2025 08 15 – Canti e pianti delle montagne.
Riprendo
il sogno dal ricordo ortopedico.
Tarso
e metatarso affrontano la piccola vetta.
Giunti
in cima è naturale voltarsi indietro.
Per
compiacersi della propria piccola impresa.
È
come un moto di orgoglio.
Per
avere soddisfatto una misera voglia.
Ma
ho dimenticato il lasciapassare accordato.
È
la montagna che ha concesso il permesso.
Guardo
più a valle da dove sono partito.
Un
puntino di uomo sta copiando il cammino.
Sono
un po’ disturbato, mi sta rubando il creato.
Sento
una voce sussurrare tutto intorno.
Mi
ammonisce da tentazioni di approprio.
E
mi rimette tranquillo a guardare seduto.
Con
i piedi a penzoloni da sopra il dirupo.
Passa
il tempo che deve passare.
Il
puntino è arrivato e poggia un aggeggio.
Mi
chiede un superfluo cortese permesso.
Concesso,
senza capire cosa è successo.
Armeggia
con la sua arma da alpeggio.
Si
apre e si allunga e ha la bocca larga.
La
appoggia sul bordo del dirupo.
Ci
soffia e tira fuori un muggito di lupo.
O
forse un ululato di vacche più a valle.
Insomma,
una nota di suono dal suo proprio tono.
Di
fronte si stagliava una altra montagna.
L’uomo
aspettava nel suo immobile tempo.
Avvenne
il miracolo che sveglia la meraviglia.
La
montagna cantò la medesima nota.
Poi
mi sussurrò che l’uomo aveva sorriso.
Mi
alzai e lo salutai senza permesso.
La
montagna comprese e sorrise.
E
aspettò di cantare ancora.
Sulla
via del ritorno era calata una limpida notte.
Affogavo
nei monti dentro cui camminavo.
Tutto
intorno era un mare di stelle.
Erano
monti diversi.
Ma
dagli stessi versi di voci.
Le
vacche ed i lupi tacevano.
Lasciavano
spazio alle voci di luce.
Il
cielo brillava di stelle.
La
luna vegliava e piangeva.
Talmente
forte da commuovere i monti.
Disse
che era ora di tornare a casa.
La
meraviglia era stata un bel passatempo.
Il
compito dato era scritto in pianura.
In
qualche dolore concesso o commesso.
La
montagna provò a cantare per me.
Perché
riportassi leggerezza e bellezza.
Immersa
nei tanti presenti dolori pesanti.
Uscì
solo una nota di silenzio.
La
montagna brillava riflessa.
Ma
scrutava immobile fissa.
E
piangeva sommessa.
Sotto
un limpido cielo da strali.
Da
stelle e pianeti.
Astrali.
Kalimmudda
ipsum dixit
Non eravamo figli delle stelle?
Allineamenti astrali in un cielo
da limpidi strali.

Nessun commento:
Posta un commento