mercoledì 19 agosto 2026

2026 038 – Marcello bello e il piano al Maraschino coi marscmello

2026 038 – Marcello bello e il piano al Maraschino coi marscmello.

  

Quanto fù bello il piano al Maraschino, Marcello.

Marachello, Marshello, Marscello, Marshmello, marcondirondirondello.

Ma come si chiama e quanto è lontana l’era di quegli Usa e getta nostrani.

La memoria tentenna e vacilla nel ricordo di quanto sembravano belli.

Invece ora cavalcano bombe e tra una e l’altra fanno pure dei piani.

La narrazione dell’orazione si è fatta più lunga, ma storta distorta infine più corta.

E bomba de qui e bomba de li si hanno fottuto pure il cavallo, del re.

Di trentaseimila e trenta sei che lui re ce ne ha. Oh.

Marcello il bello, bello, sono amici a te e a tuo fratello.

Tu continua a fare il giulivo giullare menestrello.

Bambinello bello nell’attesa t’ho portato il Maraschino.

Tradizione antica quanto fica.

Ma ricorda che non si può scherzare troppo a marachelle.

Altrimenti ti additano e ti urlano assassino, loro a me ma guarda te.

Perché hai imbriacato anche il bambino Nello, e ora tutta l’acqua è sporca.

Ma quanto sarebbe bello un novello piano Marscello.

Pronunciato con quello strascico di biascico imperiale.

Marschello, come here.

La matrona di Marscello abusava der sacro urbano fontanone.

La foresta inzuppa le gonfie puppe fino a Trevi come un trava.

Er fontanone è colmo di quella acqua che ammazza se t’arrazza, forse perchè piena di monetazze.

All’italico con la faccia delli mortacci è la fame che lo arrizza, fino appena dopo porca ariccia.

Marshello Marcellino dise la comare dal tono alpestre cisalpino.

Se fai il bravo e riponi l’uselino ti do pure un goccin di vino, col maraschino.

Marshello ghò capìo e oh se l’è beela la dolce vita; beh a chi non piase pure se un po’ dolciastra.

Ma tu non pissà minga per ripicca o invidia dentro nell’orgoglio capitolino della capitale.

Capitale, capitale, capitale.

Qui comincia l’avventura di quello spettro che ramingando nelle campagne arriva dritto nell’urbe.

E lì gli montano le turbe.

Fontane piene di dolce vita ubriacavano la nazione contadina ancora in ricostruzione.

Mancheranno a fine giostra solo le finite finiture di facciata.

Le sirene di cielo mare e terra lanciano ciechi echi e richiami a succhiare latte dalle puppe di foresti, da buoni travesti.

Poveri e contadine di arazza latina ciucciano puppe come gemelli con le lupe.

Tutto richiama la festa che profuma l’aria degli albori del miracolo economico.

Marcello, ma quanto è bella la dolce vita vitella.

Iii vitellii dei romani sono belli: vai o Vitellio dio romano al suono di guerra.

E’ latino chic.

Ce la siamo guadagnata la dolce vita.

Poi però con lo stesso nostro usèllo ci siamo acrobatici inculati.

E quanto ci ha inculato quel modello di mito che sei un eroe se stai leggiadro.

Che poi si evolse evinto nel moderno stai sereno.

Noi poveri si usciva dalla tragedia farcita di alleati che ci dovevano volere tutti bene, per diritto sine merito.

Ma la guerra persa era persa, scolpita nella memoria della storia.

Ci aiutarono questi Usa e getta svelatisi seriali psichiatrici bombardieri.

Era prevedibile per genti sterminatrici con la cultura di colt, cavallo e colonie

Le “tre c” come quelle del caffè quando come cazzo coce.

Grazie, prego ora faccio da solo.

E invece adesso te lo scordi e sei colòno.

I cieli erano stati pattugliati da rapaci falchi in attesa di bombardare ricostruzioni.

I mari sono di certo stati solcati in danze da barracuda, fino a che nuda suda ogni crazìa.

Ma andò vai se la res banana non ce l’hai, bella hawaiana attaccati alle puppe di trava repubblicani.

Era una importazione seriale di una cosa sola: la pummarola in scatola, che si conserva.

Ma nooo!

Cosa aveto capito, vi ho scherzato, mentre crepano cristiani e anime a frotte, che gusto cattivo.

Era questa democrazia sòla, condita di eleganza in sauce d’argeant, des autres, a debito flambè, olè.

E noi ancora li a vivere di journè, a sversare lacrime di corruzione, ups, intendevo commozione.

Ecco che entra in campo il nostro amato maresciall, quello che l’Usa e Getta ci ha donato.

Marshall come sceriffo per uno scherzetto di difetto di linguistica si confonde il tesoretto.

Quello che ha sparito fulminato dalle casse dello Stato, più di una reale estate.

Ho entrato la banca che per norma come il banco è sempre lei che sbanca e, và ava come lava.

Cerca cerca la targhetta della cassetta di sicurezza.

Scatoletta di taglio nano.

Una piccina lattina, yes they can.

Ma questi sono pezzenti fino ai denti o pure per venti.

14 miliardi a prezzo odierno ci ha donato il Marshall.

E tanta roba in conto vendita che chissà se è finita o ci si è inficcata come gene del piazzista.

Per l’Ucraina madre granaia ne servono 600 o o forse mille; il mediooriente è un buco nero.

E noi ancora grati per quell’AFI delle targhette sulle auto.

American Force Italy, ma che sei Usa o sei romano.

Il parlamento democratico noi me lo ho sudato.

Marcello, più che riccovery questa fu una caramella da uno conosciuto.

Anzi cosa dico.

Forse conoscendoci hanno rischiato solo qualche arrosticino di marshmellow.

Ammazza che puzza de bruciatura zuccherina, io me magno i vermicelli.

Usa e Getta siamo in fase di gettaggio, aggiottaggio, atterraggio.

Stringi il culo e pure i denti, che per dare a loro la way out ci troviamo al barbonaggio.

Al ricordo di Albertone viva i vermicelli pure per Marcello.

Dolce la vita dentro ai fontanoni, ahò.

Mò ci è il tre per due di noi mortacci.

Uno Sordi e l’altro muto come un Tomba.

E il terzo?

Quello è bello.

Faccia pure lo schiattamorto tanto il Cristo poi è risorto.

Ma mi faccia il piacere, disse principale il Totò.

E tenetevi i marshmellow.

Invenzione fica antica, pure quella saccheggiata.

  

Fùmatto Claudietto

' O mericano


 









 

lunedì 17 agosto 2026

2026 036 - La vera storja di Europa la troja

 2026 036 - La vera storja di Europa la troja.

 Noi ci credevamo.

 Bisogna sapere di miti e leggende o non capirete queste faccende.

I latini copioni, da vincitori si sono riscritti la storia.

Sceneggiature e tesi tra tragedie e perifrasi.

Così si spacciano per discendenti di Giove. 

Largo circa erano prole di Zeus gran figlio di Crono.

I copioni latini argomentano che già prima i greci la storia se la erano inventata.

Nel senso che se la erano appropriata.

Tanto era tutto un cinema di ars gratia artis, gratuita.

I ricottari romani temporeggiavano cunctatori.

Bevevano vino col pecorino tra pecore al pascolo.

Figlie di pecorine accarpone, le si abbinava alla fava già da tempi di favonio.

Gli antesignani Cretini furono i veri precursori di razza e di mazza.

Erano loro i vincitori minotoreri nell’arena della prima culla civile.

Ora si potevano arrogare uno juice primenotti e tutti all’ingroppo.

Ecco la vera storia d’Europa scritta sia da vincitori che da evinti.

Tutto origina dalla grande ammucchiata alla guisa di Giava.

Il povero Zeus, per altro gran puttaniere, si era sì travestito da toro.

Ma per fuggire dalle impure voglie geniali della ninfa da mane a sera, l’Europa.

Figlia di madre ignota era per ricottara rivalsa nota mignotta.

Ninfomane, aveva quel nome curioso dove eu sta per bene e ropa per boh.

Era proprio questa “ropa” che non gli tornava e puzzava.

Poteva documentarsi, ma non trovava mai crono per le psicopippe.

Così rimaneva a quel dubbio “ninfa da mane”, che già da appena sveglia era in odore o rumor di puttana.

Nel mentre del dubbio, ancora per certo non bene noto, a Zeus gli scappò di prosciugarsi le balle.

Sempre trava travesta travestito da toro con corona di alloro.

Senza funzionale goldone, ancora fatti di inutile lino tessuto, egli la ingravidò.

Vacca baldracca era meglio di bocca.

Ma il danno era fatto.

Mancavano solo le spiega e le azioni sul nome.

Assonò allora ropa alla rota e poi pure a una scropa.

Il passo da lì alla scrofa maiala fu uno spasso da fesso.

A ropa sguarrata ninfomane, nacquero un fottìo di razze, lingue e genìe.

Fino a un venti più sette cioè 27.

Tutte col gene da incorno di quel cornuto travesta da toro.

Iniziarono a darsele di santa ragione tra ciolle romane e fregne per nerchie.

Insomma, non si capivano per colpa o alla guisa di tale babele.

Allora intanto nel dubbio chiavare chiavavano.

Gaudendo di un falso privilegio del fallo, ma non dillo.

Troppo grosso l’impero, troppo discinto tutto in giro, troppa assenza di mescolanza di Arianne.

Ingroppa de qui ingroppa de li questi continuavano ad incrociarsi incestuosi.

Fu salvata solo qualche iniezione migrata con una rivitalizzata intostata.

La arazza era diventata sempre più fiacca e molle inseminata.

Erano edonisti sempre più in cerca di ninfetti e pedofile, per par condicio ricchiona.

La grufolante troia maiala divenne il simbolo garante di marchio delle marchette.

Ogni ninfetta ninfomane sbandierava il suo gonfalone.

Vacche quanto cavalle si offrivano ad altri paesi vassalle.

Mentre antichi dòmini imperiali avevano le palle sempre più mosce, paposce.

La gloria passata venne scordata per certi aggeggi detti “di vice” fino da laggiù da miami.

I barbari foresti restavano alle finestre in compagnia di amparo di cazzi.

Li guardavano ammazzarsi di consumanesimo e birra.

Spinti dai numeri erano troppo più destri sui loro destrieri meccanici.

Europa, torera per nulla sincera, divenne sacrilega vacca di spinose pucchiacche.

In tale contesto progettavano attenti solo una orsa di steppa e un dragone còmòdo.

Forse anche una sacra vacca indiana.

Riesumarono il guru Aristotele che però parlava solo di dracme e sesterzi.

Rei di averlo imbriacato anche lui, risultò poco chiaro a tutti.

Peggiorò assai l’indice di Babele, artifizio da orifizio per misurare l’intelligibilità informativa.

Ci fu un eccesso o decesso di demografìca razza di stazza dei 27 che proliferarono in casta.

Non fu possibile convertire l’onda di demografìa in democrazìa.

Forse per questione di incomprensibilità linguistica forse per vili sesterzi.

La scienza di opposti, figlia del Satanasso Aristotile, non sapeva nemmeno se c’era buco nero Zero.

Si sarebbe potuta applicare della fica retroeugenetica e ripartire.

Invece il culto d’alabarda in brogna si propagò in Borgogna Guascogna Bretagna e ben oltre la Spagna.

Cuccagna.

La religione del sufflone lemme lemme stese tutti fino a Gerusalemme.

Il Mediterraneo fù martoriato di pratiche ubride.

Sia presuntuose che inumidite di bacco anali in poca acqua.

La papera si trovò in orbite di acque basse.

La dove l’acqua è poca e notoriamente nessuna papera galleggia.

Europa fu oggetto di studi della sua malattia.

Poi di spese folli ai confini della realtà.

Pratiche sadicomasiche di ponti e di armi dilagarono in esorcismi da germi, o vermi.

Si sarebbe potuto realizzare il grande progetto irriguo.

Sarebbe stato meglio di ponti un acquedotto ad acqua stanziale.

Il deserto senza sale diventava terra da irrigare, era noto ad ogni Sacripante.

Invece la ninfomaniaca Europa si dedicò al paradossale onanico coolto di maschio a oltranza.

27, uno alla volta o tutti insieme, implosero in decimali.

Fu una gragnuola di Stati peti e restarono solo i Nato, o neto, in memoria di puglie normanne.

In quel gran bailamme….

Fiorirono distillerie di mele.

E tanti la montarono, l’Europa.

Ma io mi sono rotto.

Il concetto informativo vi sia preservativo.

E tutti in carrozzone.

 

Fùmatto Claudietto

Il carrozzone, pure con Carla Fracci

Pizzicata meraviglia

 

  

sabato 15 agosto 2026

2026 035 – Vacca banzài, Samurài a Maratìa

2026   035 – Vacca banzaì, Samurài a Maratìa.

 

Fate la terra non fate la guerra.

Fate le isole non fate la guerra.

Samurai a Maratìa, che ciotèria.

Subtitolo : subaffitto che grande plaga.

Aspettavo di trovarmi il Cino da Lamezia.

M’è arrivato il levantino con lo zero.

Contate pure le isole come pecore del gregge.

Poi possiate dormire sine guerreggiare.

Seguite il grande ovino o restate isolati soli.

La notizia è deflagrante.

Scende in campo il sol levante.

E’ l’ultimo impero di quasi noi occidente.

Lì un uomo sòl emissarìa dal divìn, non col vino ma col sakè.

Brutta ciucca, AI ai me.

Questo è certo un bel problema

È questione di differenziale di devozione.

L’ingranaggio della trasmissione da loro gira oleoso oliato.

Quella è terra che per un suo movente ci si immola tutti al sole.

Commovente l’onore samurai sterminati al banzai.

Rotea e fende la katana.

E noi in mezzo a pensare porca puttana.

Fanatici zero alati si suicidano live sul palco della storia.

Mentre noi si sognava già la fine del sogno bruto.

Era una sorta di fanatismo contro fanatismo.

Un riferimento circolare militare, in divisa.

La divisa è aritmetica operazione aritmica.

Interrompe il quartiname e rimanda al mare, o forse al rame.

Quello di filo rosso col suo tipico tremore di calore.

Connettore di circuiti e valvolari svalvolati.

Allorquando mancava la calcolatrice.

E ci si arrangiava col pallottoliere.

E conta de qui e conta de lì l’imperatore disse sì.

Come l’uomo del monte, da cui un duca in Auge osservava la storia fluire.

Il levante impero conta isole in numero di 7.000, ben più di zero.

Asticazzi pensarono in tanti silenti.

Ma vai a vedere che ce ne vogliono fottere quattro.

Ma proprio quattro, o forse la memoria diceva cinque o otto.

Delle sette mila o mille mila che lui ce ne ha.

La maestà fu presa dal dubbio.

Prese uno zero di corsa travestito da un secondino.

Vacca banzai, cioti bonsai samurai.

Pensava a voce alta, tanto il ciotese era idioma di nicchia e poche pretese.

Sulla via del subaffitto dal Cino mica mi avranno fottuto un paio di scogli.

Pensava in particolare al Lucalabro spartiacque.

Al ben segretato e confinato scoglio di sangiovanni.

In cioto detto sempre come il santo italico.

Ma mimetizzato da un ingegnoso ingegnere, in ciotese fu detto Janni.

Che tanto la J è sorella dell acca e in italico mica esisteva.

Lo scoglio di Santojanni di Maratìa aveva un fulgido destino ad attenderlo occulto.

Arrivò l’imperatore e ne decreto il doppio valore.

E l’uno divenne due, sancì cantando di sei e di novi, se il 6 fosse 9.

Voleva moltiplicare come i pani ed i pesci quell’isola di scoglio.

Avrebbe creato il principio della catena di Antonio lu santo, non senza offesa del janni locale.

Quella trovata da Imperatore era roba tipo moltiplicatore monetario.

Ma senza spendere il grano della corona.

Le sue riserve in isole furono ricontate e raddoppiarono da 7000 a 14000.

Si congratulò e ne preparò una ottavina reale.

Poi tirchio come ogni regale disse che per i lucani ne bastavano un paio.

E si accinse ad annettersi tronfio il Santo, sempre Giovanni degli Ijanni.

Il lucano ferito di orgoglio impùgnese ‘u còltelluse.

Fendente di qua e fendesso di là lo denudò della katana dal tono imperiale.

Una volta sconfitto lo ricacciò sul suo zero.

Leale al patto già fatto con il Cino termale a Lamezia.

Fu così che santojanni rimase solo un singolare improbabile scoglio.

Riparo per triglie.

Mentre il Giappone abortiva il filotto.

E ogni imperiale taccagneria alla guisa dell’Usa e getta.

Per quattro scogli contesi.

Di ventiquattromila che lui ce ne ha.

Ma quelli sono i baci.

Ma fate i bravi ricottari imperiali.

 

Fùmatto Claudietto

24.000 baci mica isole

 

 



 

 






giovedì 13 agosto 2026

2026 034 – Quarto potere

 2026 034 – Quarto potere.

 

Ecco, ecce, acci, ucci.

Quando ero piccolo tutti mi scherzavano.

Straniero in patria ero a rientrato da Milano a Roma.

Venni iscritto al santissimo San Giuseppe di villa Flaminia.

Istituto di preti di dura congrega.

Instillatori di valori.

In maniera sia canonica che manipolatoria.

Basta che vi convertiate.

La chiesa è una sorta di potere zero.

Un potere precedente ai quattro.

Di cui l’ultimo oggi finisce in ucci.

I primi tre sono quelli dello Stato.

Legislativo, esecutivo e giudiziario.

Poi c’è il quarto, non per forza numerato in questo ordine crescente.

E’ il ruolo e l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa.

Che si interseca e interagisce con tutto il resto.

Questi quattro poteri devono essere intonsi e sacri.

Dogmatici come una religione.

Alfieri del “Fate i Bravi”.

Se corruttibili in qualsiasi modo si sprofonda.

Nella solita repubblica delle banane.

I preti erano ben consci di tale bonario ruolo manipolatorio.

Un giorno aprirono le porte del teatro per il cineforum.

Quarto potere, di tale Orson Welles.

Una palla alla Potemkin di Fantozzi.

Ma cosa volete che capisse un ragazzino.

Intanto però l’innesto era compiuto.

E evolveva le mie cellule a inseguire un fascino investigativo.

Capisco solo ora perché comprai il 30% di Wallstreetitalia, 500.000 visitatori unici.

Perché comprai il 10% di Radiogold, radio del circuito di Radio Popolare ad Alessandria.

Perché mi fiondai a fare il direttore generale per cercare di sistemare il Manifesto.

Perché leggo quei satanassi sovversivi a ragione di Diritti Globali

Perché sono uno scassa coglioni che non crede a nessuna apparenza, certo.

Tutte queste occorrenze mi servivano ad avere voce nei capitoli giusti.

Perché la verità mi piace a livello cellulare.

Senza, me ne accorgo e finisco in paranoia

Soprattutto quando niente è come sembra.

Solo l’informazione può generare e controllare i poteri.

Non per l’arte del ricatto che è una malattia.

Ma perché è l’essenza della civiltà dell’intelletto.

Quando tutti sapranno tutto, il mondo sarà perfetto.

Sulla vicenda di attuali personaggiucci, sospendo ogni giudice invettiva.

Non per garantismo ma per la incredula incapacità di scegliersi gli amici.

Se non c’è nemmeno quella vi rimando a una antica chicca

Con la quale assai mi autoeducai

Come vedete non c’è mai niente di nuovo.

Tranne questa band.


 Fùmatto Claudietto

Signor Censore

 

 



 

 




 

mercoledì 12 agosto 2026

20260 33 - Lamezia Terme chiama Hong Kong

2026 033 - Lamezia Terme chiama Hong Kong.

 Kong significa porto, Hong significa profumato.

 

Il Partito Cinetico è nato e varato.

Programmerà l’economia fuori dalle disparità.

Governerà la transizione dai lavori fissi pesanti.

Con equità ci proietterà nell’era della immaterialità.

Sarà il maraviliòso mondo della IA.

Saremo tutti informatici artisti e turisti.

Resterà qualche pizzaiolo, portiere, spacciatore e puttana.

Chi sta nel guado si ritrova perso nella smarrita via.

Chissà quanto dura questo viaggio fino a Futura.

Generazioni di formazione e retroinformazione.

Ma calmi tranquilli e sereni.

Abbiamo già pronta la geosoluzione.

Ahi Lamezia Lamezia quanto mai sottovalutata ti avìa.

Centro di calabra nevralgia tra Santa Eufemia e incerte terme.

Eppure nel nascituro 68 dal mio 66 era palese il tuo futuro radioso.

Si vedeva atterrando su quella strisciolina di asfalto.

Spersa in Calabria a metà tra Maratea e il ponte sullo Smilzo.

Evocativo soprannome di malavitoso linguaggio gergale.

Infrastrutture, che selve oscure.

Dicono che ci sia questa anvedi di andrangheta.

Oggi risulterebbe la meglio mafia più esterovestita.

E per forza ci hanno l’aeroporto termale internazionale.

Come sia sia mio padre mi ci mandava in aereo privato da Londra.

A Londinium ci andavo ogni estate per l’inglese.

Io scappavo di squola per andare a vedere Wimbledon.

L’inglese lo imparai assai più meglio dentro la brogna.

Quella di Larissa figlia del generale Nato Che Sarek.

Generale Usa di stanza in terra di passeggiatori filosofi.

Ma pure in tanta aria di Heidelberg gli Usa e getta mangiavano big Mac .

Mentre difendevano e impiantavano democrazie qua e là.

Portatori sani di divide et impera in libertà.

La neurosfera Heidelberg così io l’ho annusata.

Centro nevralgico non solo del Calabro ma di tutta la Nato.

Eravamo quasi in pista quando si scendeva in planata termale.

Atterrare aveva già un che di sinistro e di fosco ove non losco.

La pista finiva oltre la spiaggia quasi nel mare.

Forse questione di appaltamenti per speculare.

Volate pure ma se dovevate volare avevate le ali.

Di peggiori aeroporti oltre Palermo e mi sovviene solo Agno l’offshore.

Ad ogni modo tanto preambolo si promette denso di iperboli.

Il fatto è che agghindato a principino tutti mi scrutavano.

In quel deserto dei Calabri spiccavo per sicurezza.

C’era una certa riverenza per l’assenza di precauzione o prevenzione.

A Milano per paura di oscuri rapimenti invece non potevo mai uscire.

Solo Pino Daniele mio padre me lo fece intravedere, a modo suo.

Nel palazzetto dello sport ma in cima, vicino alle vie di fuga.

Con due guardie in borghese ai miei lati.

Era buio ma mi sentivo pieno di invalida rossa vergogna.

Di Pino ero talmente su in alto che non vidi una mazza.

A San Siro per il derby mi ci mandò solo una volta.

Ovviamente a tifare per l’Inter, senza proditoria imposizione.

Ma per naturale venerazione di ogni Morattitudine.

Mi caricò dal signor Pacchiana, usciere della Saras.

Che mi regalò una bella urbana avventura in Fiat 500.

A Lamezia mi aspettava pure il Mercedès blu di ordinanza.

Il portantino si chiamava Liberatore.

80 anni di driver cecato ma fidato.

Considerate pure che là si era in terra di contrada Caronte.

Pronti ad attraversare lo Stige Termale per un pediluvio infernale.

Come la volti, tutte queste stranezze allora si percepivano.

Chiuso nella bolla di un omertoso privilegio dal certo stampo mafioso.

La sensazione l’avevo già provata sempre in britannici ghingheri.

Per il funerale di zio Bibi mi traversai a piedi Secondigliano.

I taxi mi rifiutavano perché l’aereoporto era troppo vicino.

Solo tra mille sguardi furtivi mi sentivo radiografato.

Insomma, a me queste mafie mi intrigavano e si sentivano nell’aria.

Avevo la percezione che i padroni di tutto fossero “loro”.

Non il pubblico, non lo Stato, non la gente.

Ma questa cupola di alabastro.

Attraverso cui passava solo una idea di luce.

Era come se avessi una Arolditudine a cercarne la presenza.

Non mi era chiaro però quanto mi riguardassero.

In tutto ciò portavano testimonianza di natura e cultura.

Ma soprattutto infrastrutture e reti pronte da scalare.

In quella bella terra pronta all’uso.

Ci scommetto già piena di scatole cinesi.

Oggi sono già pronte, durature e di quasi pregevole fattura.

Pensate che Lamezia è del 68 e sta ancora in piedi.

Ma erano anni di riciclo e palazzinari, più o meno come ora.

E arriviamo all’iperbole, giunti a Sud quasi a Stromboli.

Questo è un lavoro per il neo Partito Cinètico.

C’è da contrattare col cinese e con le sue, di mafie.

Ma il progetto Lamezia merita tutto rrispetto.

Altro che quella micragna di Smilzo, lo stretto.

HongKong nasce villaggio detto porto profumato.

Noi abbiamo le incerte terme e l’incenso di Eufemia la santa.

Per un cinostart-up va bene istèss.

Altro che quei pezzenti Usa e getta.

E i resort rubati in Palestina.

Io ai cinesi che hanno grano e skills ci dò tutto il sud.

Per cominciare la Calabria di arance e bergamotti.

In Concessione, cioè in affitto, per 200 anni.

100 non bastano.

Quelli mettono tutto in ordine e in ghingheri.

Po mi portano un miliardo di cinoturisti all’anno.

Spenderanno pure poco ma sono talmente tanti.

Mandano tutto in overbooking.

In vacanza premio obbligata.

Il Cinetico Partito si sarà accordato con la cupola degli Zu.

Avranno fatto i bravi.

Per convenienza.

Tutti in colonia di quelle alla Finale o Maratea.

Per un mese all’anno come facevamo noi.

Ma con meno zeri demografici.

Sento già il borbottioso parlottio del parlamento.

Che si apra una commissione per dirimere la questione.

E allora ‘nu cazzo avete capito.

Se c’erano le mafie si accordavano in un attimo.

Ma che v’aggia di’, e comme avete fa’

Più gettito, più equità, più parità.

Se altri non lo hanno progettato già.

Siamo un democratico Stato bucato.

Come lo ha voluto chi Usa e getta

Allora remigra.

Che evoca le remiganti.

Di chi vola alto.

Con l’occhio lungo rapace.

Di chi su questa pista è capace.

 

Fùmatto Claudietto

Arrivano i buoni

Stai in fila per tre : in nome della nazione in fondo in fondo puoi sempre emigrare.

In fila per te, Vittoria