domenica 3 maggio 2026

2026 83 – L’ultimo degli Aroldi

2026 83 – L’ultimo degli Aroldi.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: Toledo

 

Così si diceva nella mia genealogia.

Mio padre aveva femmine sorelle.

Ultimo esemplare di figli maschi, io.

In via d’estinzione diventai specie protetta.

Più che altro tutelata dalla legge.

A Napoli invece io ero un principino.

Ci andavamo per le feste e dopo basta.

Ricordo bene zia Marina e zio Geppino.

A lei padre diceva categorico di non pensare.

Lascia stare che non sei dotata.

Ma lei penso sorridesse e non si offendesse.

Mio padre ordinava il pranzo da Milano.

Le commissionava la salsiccia coi friarelli.

Quella vera a punta di coltello.

Mica macinato meccanizzato da macello.

C’era ancora nonna Cesira in un’aria da Cupiello.

Mio padre le allungava centomila lire.

Di nascosto che me le potesse regalare.

Quando morì mio padre smise la scorza.

E cacciò la lacrimuccia.

Oggi quella casa è residenza ricettiva.

Per ospiti turisti e foresti vari.

Grazie a mio cugino Luca, di frate Fabio frato.

Con orgoglio di famiglia se la tenne con cipiglio.

Là nel centro di Sant’Anna dei Lombardi.

Un indirizzo una condanna.

A Napoli ci andavo anche più piccolo.

Stesso imprinting educativo anoaffettivo.

Si scendeva nel prestigio del Parker hotel.

E chiuso in camera là ci restavo.

Solo chiuso a chiave per davvero.

Padre dava ordini e grandi mance al facchino.

Che solerte di compassione mi veniva a controllare.

E a più mandate poi rigirava la chiave.

Non dovevo disturbare.

Mentre loro scendevano a mare o non so dove.

Forse in quella Napoli non centrale.

Verso l’alta città e l’altro mondo.

Verso la villa di Posillipo dell’altro ramo.

Vista mare, grande giardino e la mia passione.

Certi pesci, il pollaio e le mie amiche le galline.

Eh, certo che ne ho viste di cose io.

Ho visto cose che voi cugini non potete immaginare.

Parole al vento ai fiori in terra nelle case dei parenti.

Navi da guerra in porto viste dalle alture di lì intorno.

Soprattutto tante porte chiuse in faccia in un baleno.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo.

Come lacrime nella pioggia.

Ma da Lumbard ma va a caghèr.

 

Fùmatto Claudietto

Toledo



sabato 2 maggio 2026

2026 82 – Già, e mammà? A Montanà

 2026 82 – Già, e mammà? A Montanà.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: Vengo anch, io. Generazione 2026 .

 

Il primo odore che un cucciolo fiuta è la mamma.

Non la vista non il suono, forse il palpito del battito.

Poi se la ricorda tutta la vita.

E’ l’imprinting, l’impressione di quella prima impronta.

Io ho constatato il mio deficit mnemonico.

Tutto considerato potrei essere stato adottato.

Già, mammà.

A Montanà poi Crans già però me la ricordo.

Ero un esperimento educativo certamente.

Roba tipo prova pure i riformisti, i protestanti.

Seguirà in tal modo un maggiore apprezzamento.

Del futuro campionario di cattolici apostolici.

Di sicuro c’era lo zampino felino di Micio.

Sempre mio papà ma all’uopo travestito.

Era l’eminenza grigia della sparuta sagrada familia.

Mammà giurava che lei non voleva.

Che era lui che guidava e disponeva.

Così mi guardavano dal balconcino.

Dalla casa umile ma onesta, alla troisiana.

E mi spedivano dove non rompergli le balle.

Cento metri poco più giù a valle.

Alle Coccinelle.

Una propaggine o appendice di collegio.

Per infanti quasi ancora in età da latte.

Una tragedia.

Ogni mattino mi perdevo i fornitori di imprinting.

I genitori.

Per quelle suore gnucche di montagna.

Mi costringevano a banana e latte.

Con quella viscida pellecchia da ingollare pure lei.

La montagna è vita dura, non si può buttare niente.

Vomitavo, e via dritto dritto in punizione.

Strana faccenda l’educazione là a Montana.

Si va bene non buttare niente.

Ma voi vi abboffate al ristorante.

E io qua solo come un calimero.

Piccolo e nero.

Vengo anche io da quegli amici vostri.

Dagli Stroganoff e Chateaubriand.

Mi bastava pure una fonduta di raclette.

Basta latte con il sopra denso a fette.

Porzionato scarso che il formaggio non si butta.

E invece no.

No tu no.

Ma perché.

Perché no.

Canticchiava spesso mammà.

Poi uno dice guarda come sei venuto.

Bello a papà.

Bello a mammà.

 

Fùmatto Claudietto

Vengo anch, io. Generazione nel 2026

 

 

Gemini

L'imprinting è una forma precoce di apprendimento, studiata principalmente da Konrad Lorenz, che avviene in una "fase sensibile" subito dopo la nascita. È caratterizzato da un legame forte e permanente con il primo oggetto o essere vivente in movimento che il piccolo vede, fondamentale per la sopravvivenza e il riconoscimento della propria specie.

Aspetti Chiave dell'Imprinting:

  • Periodo Critico: Avviene in un arco di tempo limitato subito dopo la nascita.
  • Irreversibilità: Una volta formato, il legame è tendenzialmente permanente e non suscettibile di estinzione.
  • Comportamento Innato-Acquisito: È un mix tra istinto (la predisposizione a imparare) e apprendimento per esposizione.
  • Esempi: Noto soprattutto negli uccelli nidifughi (oche, anatre) che seguono la madre, ma si verifica anche nei mammiferi.

Esiste anche il concetto di imprinting genomico in biologia, un processo che regola l'espressione genica in modo differente a seconda del genitore di provenienza.

In senso lato, il termine viene usato in psicologia per descrivere un'attrazione precoce verso determinati stimoli o figure di riferimento

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Maple leaf rag, per ricordo di un’altra passione di mammà.

venerdì 1 maggio 2026

2026 81 – Banana pindarica

 2026 81 – Banana pindarica.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: Banana boat song 1956

 

Viviamo su ricordi a brandelli.

Tutto attorno bombe di guerre.

Scorrono sordolenti i dolori.

Al pensiero che meglio a loro che a noi.

C’era la guerra, c’era la fame.

Con i crampi bussava alle porte.

Sotto i tuoni mangiavamo castagne.

E cicorie e rane e patane.

La nonna aveva perizia e fortuna.

A volte senza troppe domande portava banane.

A volte un casco intero.

Lo appendeva in dispensa dietro la porta.

Da razionare nascosto.

Erano banane acerbe di verde.

Pezzi di legno poco maturi.

Apposta scelti per farle durare.

Ma i guaglioni tenevano fame.

Papà adulto schiferà le castagne o la pasta e patane.

Ma alla fame alle banane non resisteva.

Da futuro ingegnere le maturava meccanico.

A mazzate di colpi di porta, apposta schiacciate.

Mentre nonna la mamma fingeva di non vedere.

Razionare va bene ma mangiare si deve.

Questo è un esempio di dieta di guerra.

Mentre per noi il problema è adiposo.

Se giammai scoppiasse oggi una guerra allora ci voglio vedere.

Rammolliti frutti figli di consumanesima trippa.

Innocenti le banane ora saltano pindariche.

Sono un veicolo di appropriazione coloniale.

Le trovi in Giamaica, Guatemala e altre rotte dietro una dispensa.

In Giamaica cantano i notturni schiavi portuali.

Scaricano banane prima che arrivi l’alba.

Diventa un canto sempre verde maturo.

Passa un secolo e approdi a Porto Barrios, Guatemala.

Piantagioni sterminate che serve un’auto per ore.

I derelitti coloniali stanno stesi sul selciato.

Sullo sfondo spicca una montagna bianca.

Con un noto marchio blu.

Olà chiquita leccati le dita, coma el platanito.

Ma ando’ vai se la banana non ce l’hai.

Altra filiera di coltivazione.

Stessa storia di sfruttamento.

E in guerra si deve pur mangiare.

Quello che non torna è come è facile l’appropriazione.

Colonie intere battezzate in repubbliche delle banane.

Con la corruzione ti rigiri e compri pure i dittatori.

Imbonitori popolari e repubblichette intere.

Forse pure un po’più che grandicelle.

Sento puzzo di marciume.

La banana è maturata.

Mentre io ricordo i viaggi di mio padre in Giamaica.

Ma a fare cus’è, tu vai a sapè.

 

Fù matto Claudietto

Banana boat song


Gemini

 La presenza del Vaticano in Giamaica, come in molte altre parti del mondo, è principalmente garantita attraverso la rete diplomatica (Nunziatura Apostolica) e la struttura della Chiesa Cattolica locale. Sebbene Radio Vaticana trasmetta a livello internazionale, la sua presenza in Giamaica avviene soprattutto tramite podcast, social media e piattaforme digita

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La "Banana Boat Song", nota anche come Day-O, è un canto tradizionale giamaicano reso celebre da Harry Belafonte nel 1956. Il testo descrive il duro lavoro dei portuali notturni che caricano banane e vogliono tornare a casa all'alba. Sinonimi o titoli correlati includono Day-O (Banana Boat Song) o semplicemente Day-O.

Testo (Day-O - Harry Belafonte)

Day-o, day-ay-ay-o

Daylight come and me wan' go home

Day, me say day, me say day, me say day-ay-ay-o

Daylight come and me wan' go home

Work all night on a drink a'rum

(Daylight come and me wan' go home)

Stack banana till morning come

(Daylight come and me wan' go home)

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La banana musa - Informazioni

Musa L. è un genere di piante appartenente alla famiglia Musaceae. Tra le piante del genere Musa sono incluse banani e platani. Wikipedia

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Sulla base delle ricerche effettuate, non emergono evidenze pubbliche, giudiziarie o giornalistiche affidabili che colleghino direttamente la Saras SpA (la compagnia petrolifera della famiglia Moratti) alla Giamaica o a trame finanziarie/relazionali illecite passanti per il Vaticano.

Ecco i punti chiave emersi:

  • Attività Saras e contenziosi: I procedimenti giudiziarie storici riguardanti Saras (come quello sull'acquisto di greggio dalla regione del Kurdistan) si sono conclusi con archiviazioni o sentenze di "non luogo a procedere", non evidenziando rapporti con la Giamaica.
  • Contesto Vaticano: I risultati della ricerca indicano relazioni diplomatiche ufficiali tra il Vaticano e vari stati, o citazioni di libri storici su inchieste finanziarie passate ("The Vatican Connection"), ma nessuna connessione diretta attuale o storica con Saras o la famiglia Moratti

 

2026 80 – Distillato raffinato petroliere

2026 80 –Distillato raffinato petroliere.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo  Set your mind free petroliazzi - Starfish and coffee coi Muppets 1987

 

L’ingegnere petroliere era ora raffinato.

Spinto dalla forza e dal calore risaliva la sua colonna.

Fino a giungere tra le altezze di apicali leggerezze.

La dove esplodono gli ottani di benzine e liegge essenze.

Era un processo anche banale.

Tipo una fermentazione artificiale.

Mica eterea magia di scienza chimica.

Quanto piuttosto un pentolone col bollore.

Emergente apicale come le piante.

Che all’apice ci puntano per forza.

Fino a quando se non fossili sbocceranno.

Curioso fatto metaforico.

Una vita come dentro una raffineria.

E d’altronde raffinato è l’essere umano.

Che di chimica ne fà da capo all’ano.

Figurarsi quando uno è già stronzo.

Insomma, era un processo senza troppi meriti.

Magari un po’ di debiti.

Per accedere ai crediti in cima all’apice.

Ma basta il grano e qualche tubo per partire.

E magari un illuminato.

Che piazzasse l’accrocchio al posto giusto.

Intubato certamente ma in centro al mare.

Per ricevere petroliere da ogni dove.

Una svrenzola di tecnica poi è anche utile.

Per capacitarsi a ricevere greggi da vari mari.

Con la geopolitica dei diplomatici permessi.

Così ritorno alla nemesi familiare.

Tutto il circo del potere è apicale in verticale.

Come un vegetale cresce prima in alto.

Gli altri seguono infoiati nel ciò che resta.

Saldi nel principio dell’appropriazione.

Ignari attori del comandare è meglio di fottere.

Credevamo che nella cupola ci si stava per imperituro diritto e merito.

Dimenticammo l’influsso pervaso degli anni del boom.

E dimenticammo anche le circostanze più fortuite.

Un incontro con un Moratti è una circostanza rara.

Un po’ come puntare tutto fedeli ad un cavallo solo.

Mentre l’apice sostituiva le foglie basse e nuove.

Si consumò così la lotta di potere terminale.

Senza spinta del morto Moratti la ricaduta fu veloce.

Sparirono prima i figli e papà fù congedato.

Mia madre era già alla deriva.

Faceva il malocchio ai petrolieri marmocchi.

Proprio col cornetto come aspersorio di jettatura.

Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, tiè.

Rimasi io a curarli, solo a caro prezzo.

Compravo petroliere, ora compro affettato di prosciutto.

Era questo lo sfogo di mio padre.

Io gli minimizzavo che era uguale.

Poi pensavo a flotte di 100 milioni euro di prosciutti.

Tanto vale una petroliera piena.

Per comandare bastava.

E per fottere pure.

Ma uguale proprio non era.

 

Petroliazzi, so’ petroliazzi.

 

If you set your mind free maybe - Starfish and coffee coi Muppets

With a side order of ham.

 

 


 Gemini

Il valore del greggio contenuto in una petroliera che arriva alla raffineria Saras di Sarroch (Sardegna) può variare notevolmente in base al prezzo di mercato, al tipo di greggio e alla dimensione della nave.

Basandosi sui dati del primo quadrimestre 2026, ecco una stima approssimativa:

  • Capacità della Nave (Aframax/Suezmax): Le navi che attraccano a Sarroch trasportano tipicamente dai 600.000 ai 1.000.000  di barili.
  • Prezzo del Greggio (Aprile 2026): Il Brent si attesta su valori elevati, anche sopra i 100 dollari).
  • Calcolo del Valore:
    • Petroliera media (es. 700.000 barili) a 105$: 73,5 milioni di dollari.
    • Petroliera grande (Suezmax  1.000.000 barili) a 110$: 110 milioni di dollari.

  

2026 79 Gara insana in gente nana

 2026 79 - Gara insana in gente nana.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo Bollani - Maple leaf rag di Scott Joplin 1899

1899

Le comiche : io sono competitivo.

Ma così tanto che divento sbalorditivo.

Me lo hanno insegnato i soliti preti.

Quelli fetenti dell’inquisizione.

Già mi vedevo appeso alla corda.

Preparavo la gara dei cento ad ostacoli.

Il maestro aveva pensato a un bell’incentivo.

Girava l’ostacolo dal lato sbagliato.

O alzavi alta la gamba o lui non cadeva.

Ma tu si, che in pratica ci rimbalzavi.

Rotolavi sulla pista di cemento a grattugia.

Io lo sapevo che vuol dire essere pane grattato.

Mi era capitato con l’affido paterno di un cane.

Era per me troppo potente.

Mi trascinò 100 metri a faccia per terra.

Coi braghini corti leggeri estivi al ginocchio

Io attaccato al guinzaglio che chi lo mollava.

Se no magari quello me le suonava.

Per quel suo orgoglio di leonida canide.

Sarebbe stato meglio mollarlo senza troppo affetto.

Se solo avessi saputo che finì regolarmente regalato.

Scena di pianto da film sul granulare selciato.

Così l’ostacolo mi faceva ancora più terrore

Al ricordo di orrore della faccia a grattugia.

Ma quello insisteva e ci dava di mens troppo sana.

Alla fine cedetti alle minacce da prete.

Mi concentrai più che potevo verso il patibolo.

Breve rincorsa e al primo salto franai.

Rovinosa caduta e sbucciature previste.

E ma che cazzo, se ve lo dico è perché c’e un motivo.

Ma quelli pensavano a gareggiare e primeggiare.

Porgilo tu l’altro guanciale

Lo spirito competitivo mi mandava in bestia.

Ignoranza e pochezza di anima o spirito.

Esseri primitivi di retrogrado stadio evolutivo.

Mi vendicavo dei torti quando mi geolocalizzavo.

Ero alla partenza dello slalom a Crans Montana.

Amici e parenti ululavano il tifo.

Partito arrivavo a metà, e di botto mi fermavo.

Vi ho fatto vedere che sono capace.

Adesso menatevi a gara ma pure da soli.

Io devo fare il cucciolo d’uomo.

Mente sana in corpo sano.

Lo sapevo da bambino.

Che la mente andava sanata.

Non la mia ma quella collettiva.

Devi vincere ad ogni costo.

Così ti ritrovi al traguardo tra tanti rapaci.

Piccoli voraci.

Ma che fortuna.

 

Fùmatto Claudietto

Stefano Bollani - Maple leaf rag di Scott Joplin

La passione di mammà



2026 78 – Jatavenne ai maremonti, messa est

 2026 78 – Jatavenne ai maremonti, messa est.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo. Morirò da re 2018

 Jate come ite, che il periodo della messa est.

Con un elastico in napoletano si rimbalzava al maremonti.

La scuola era finita come una messa.

Per me era la fine del supplizio.

Ogni volta era un peso che svaniva.

Si poteva scappare dalla vita in solitaria.

Facile da fuori ma di fatto di bolina.

Senza schiaffi però era meglio.

A Maratea c’erano gli amici.

O almeno largo circa io lo credevo.

Le persone ci sfrecciavano intorno.

Spesso per periodi brevi senza ritorno.

Approdammo perfino a Sangineto.

Perla esotica del tirreno speculato.

Un villaggio di case bianche basse.

Bouganville ed eucalipti come Australia.

Ci andavamo in barca, una avventura.

C’erano i figli dell’avvocato Nicoletti.

Altre meteore di amicizie di clan sparite.

Comunque non a tutti è dato tanto privilegio.

Navigare a quaranta nodi lungocosta di Calabria.

Tra spiagge bianche e occulte ‘ndrine.

Per potere dire io c’ero, a Sangineto.

La vacanza fredda invece era sempre a Crans.

Che in realtà era Montana,  comune di Lens.

Era una casetta umile ma onesta, direbbe Troisi.

Comperata a fianco dei Martelli, Elena e Marilù.

Dove c’era intellighenzia noi si era sempre presenti.

Tutti in forze con generazioni abili e arruolate.

Col tempo l’affetto per i monti dei miei si affievolì.

Il mio lo riesumò la oggi morta Barbara.

Con suo padre mi insegnò la montagna di altura.

E poi si faceva grande sport.

Il mio preferito era mangiare raclette à volontè.

Tradizione alpina oggi detta all you can eat.

Tanto col formaggio sbocchi prima che tu creda.

Poi un giorno l’imponderabile fu più che probabile.

Mio padre scivolò sul ghiaccio.

Mia madre lì che strillava come un gallinaccio.

Padre batté e si aprì la testa poi ricucita.

Il suo pelliccione di regale zibellino si insanguinò.

Glaciale proclamò l’editto e decretò l’ultima volta.

Era uomo di mare.

Aveva già sopportato troppo freddo.

E il maremonti è un’invenzione criminale.

Così fù che finì quell’avventura.

Nella nostalgia canaglia di un’epoca finita.

Si dissolsero scarni legami e detti amici.

La segretezza di mio padre la pagavo io.

Privato di qui monti che avevo appena appreso.

Alla fine appostò la pontificia bolla.

Con mia madre a seguire nel suo zibello.

Jatevenne, chesta messa finita est.

Disse io a Montanà non ci andrò mai più.

E così fù.

 

 

Fùmatto Claudietto

Morirò da re 2018

 

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