mercoledì 29 ottobre 2025

2025 10 29 – Chiacchiere da bar in volo a vu

 2025 10 29 – Chiacchiere da bar in volo a vu.

 

Diavolo rosso.

Staffette in rosso.

Cavalcate tra praterie.

E chiacchiere da bar.

Eravamo quattro cani al parco.

Tutti con il naso basso.

A parlare tanto per far fracasso.

Le stagioni non sono più come una volta.

La gioventù non ne parliamo.

E poi la mafia nostrana non ci risultava.

Mentre adesso che paura quella gialla.

Sinocalabra a ndrine.

Una rondrine non fa primavera.

Una rondine magari no.

Ma uno stormo scappa dall’inverno.

Dall’inferno della ragione.

Sono tanti gli uccelli.

Alcuni giocano a fare gli stormi.

Grandi nuvole che offuscano di nero il cielo.

Volano e si affannano senza niente da capire.

Devono solo scappare per orario naturale.

Poi qualcuno alza il tiro.

Con la vista guarda in alto.

Uno stormo anche questo.

Ma ordinato a forma di vu.

Anatre, aironi, cicogne, fenicotteri.

Chissà, e da dove mai saranno partiti.

Si tifava per quelli rosa di certosa.

Dai che forse sono scappati.

Dallo zoo urbano del ricottaro mediolano.

La vu taglia l’aria come con un vu du

Come un gruppo di ciclisti gregari.

Io penso sempre al primo pirla.

Sorteggiato per frullare il muro d’aria.

Giusto il tempo di un immortale alare.

Immortalare.

E si torna a chiacchierare.

C’è l’euro goulasch in salsa rossa russa.

Usa e getta qualche impero.

La mafia ora è insegnata alla tivù.

E allora risulta, almeno un po’ di più.

Questa è troppa roba pure per la neuro.

Mi torna in mente il gruppo di gregari.

E quel desiderio di aranciata rossa.

Nel galoppo di campagna contadina.

Solitario, ma a vu.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Che galoppata

 

Immortale alare



giovedì 23 ottobre 2025

2025 10 23 – A 40 gradi la resilienza è del Covid

2025 10 23 – A 40 gradi la resilienza è del Covid.

 

E io nce lo sapevo.

Tremo e temo il febbrone da cavallo.

Ci avrei scommesso come un fesso.

Ci hanno insegnato la resilienza.

Ignoto termine che rubò ogni precedenza.

Poi da bravi geni han fatto casino.

Si son messi a giocare con il vaccino.

O meglio con noi e con certi geni.

Fatti di acido che tutti permea.

Lo hanno pure obbligato.

E poi tutti se lo sono scordato.

Peccato.

È stato l’ultimo profeta.

Un messia prezzolato da ricottari arricchiti.

Con un fottone di pur sana paura ci chiusero tutti in clausura.

Pieni di buoni propositi per evitare la fine del mondo.

Mentre il padre Terno lastricava la via per l’inferno.

Certamente per bene.

Ma forse con eccessiva attenzione o distrazione dai fatti.

E a noi ci prendeva il terrore dell’inverno.

Eccola appunto che arriva la resilienza.

La capacità di riprendersi.

Ma non è la nostra.

Resiliente è il bacillo dalla corona.

Come faccio a saperlo è cosa nota.

Me lo trovo in casa con il campionario completo.

Forte come alla prima tornata.

Con la febbre a 40 è poco più di un’influenza, dicunt.

Solo se giochi da ricchione con l’altrui culum.

Certo che ci avevano avvertito.

La precedente campagna durava forse una stagione.

Ma quando poi riparte il girello ti senti proprio un coglione.

No vax si vax boh vax.

I vaccini più belli sono quelli che ci vinci un de bello.

Quello che devi stare a fare e rifare è roba da anatema.

Da maledizione già in frigo.

Pronta a lunga conservazione.

Allora ora mi dedico ai bastardi del farma.

Speriamo che questa sia una variante tarma.

Quella che vi buca i polmoni.

Ma selettiva.

Noi facciamo i portatori sani.

E ai ricottari si trasmetta a tutti quelli vivi.

Per via del tocco della grana dietro ai vaccini.

Tocca il dollarone che ti buca il polmone.

Perché adesso il fatto si è fatto pesante.

Ci è salita la febbre a quaranta.

 

Kalimmudda ipsum dixit

A freva a quaranta

 

Dalla AI virale il nuovo Covid.


https://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/biotech/2025/10/23/il-covid-altera-gli-spermatozoi-e-aumenta-lansia-nella-prole_59b2df79-cb4b-4881-aa5d-339d79ad6610.html


mercoledì 22 ottobre 2025

2025 10 22 – Tatto da delfini

 

2025 10 22 – Tatto da delfini.

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it – Parola : tatto

 

Tatto è fatto di inserimento o interazione con delicatezza.

Nei gruppi si manifesta nella capacità di non spezzare equilibri.

Entrare nelle altrui sfere di influenza con felpata leggerezza.

È un fatto di innata costituzione.

Come si nasce signorili altrettanto diciamo dei tattili.

Dipende dalla sensibilità.

Che è pure vero che si può in parte acquisire.

Ma mai nel profondo come quella naturale.

Il tatto è un dono che o ce l’hai oppure no.

Lo si misura in reazioni provocate.

È una sorta di attivazione di neuroni specchio.

Senza incorrere nell’io per farli a spicchio.

Quando morì mio padre ereditai la sua gelosa barca.

15 tonnellate veloci piene di cavalli nei motori.

Era un camion dirompente di onde e di rumori.

Un incrociatore di fragore dall’odore di gasolio.

Si usciva nell’amato odiato golfo di Policastro.

Senza mai incrociare segni di vita a pelo d’acqua.

Mio padre pilotava non direi proprio con tatto.

Gli piaceva fare sfoggio di potenza ostentata.

Come i ragazzini con i motorini a scureggetto.

Poi finalmente un giorno potei condurla io.

Gentilmente anche piano, senza strappi al motore.

Andai al largo sul mare piatto forza olio.

Spensi i motori e aspettai che finisse l’abbrivio.

Facevo il bagno quando vidi l’acqua increspata.

Non troppo vicini c’era un branco di delfini.

Erano curiosi ma ancora guardinghi.

Si avvicinavano, pareva quasi con tatto.

Per indicare loro a me come non disturbare.

Tra diffidenza e una strana impellenza.

Qualcosa di tattile ci disse il da fare.

Ripartii a tutto motore ma distratto di tatto.

E quelli tornarono giù negli abissi.

Eppure quel fatto di tatto ancora mi guidava.

Mi disse di non essere rude per farmi alzare le onde.

Se guidi coi motori a palla la scia viene bassa.

E come cazzo si fa allora a fare surf.

Al massimo diventa sci d’acqua.

Tutto ciò me lo disse un traduttore marinaro.

Come fu fu io lo sentii e rallentai l’andatura.

La scia delle onde era bella formata.

I delfini emersero e mi circondarono.

A tre per lato della scia cavalcavano le onde felici.

Navigavo nel branco inserito con gentile tatto.

Prova e riprova con tatto avevo trovato la giusta andatura.

I delfini piccini giocavano tra piroette di onde.

Pensai ai motoscafi d’estate che li dicevano estinti.

Andavano solo trattati con tatto.

Ma la chiosa è la cosa più bella.

Il branco mi riconosceva e aspettava.

Al giusto numero di giri motore.

Per anni li ritrovai a Policastro.

Mi aspettavano in quel golfo creduto di morti.

Riconoscevano i giri rumori.

Quelli senza strappi ai motori.

Per giocare dolcemente.

Con un mare di tatto.

.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Si viaggiare, jazzy

 

Gelosa canaglia



 

 

 

 

 

 

martedì 21 ottobre 2025

2025 10 21 - Era un impero Usa e getta

 2025 10 21 - Era un impero Usa e getta.

 

Ops, mi è finito l’impero.

A me scappa pure che era ora.

Lo dice anche quel signore dal nome da lungomare.

In effetti un gran teorico del via mare.

E ci illustra la rivoluzione geopolitica mondiale.

In tre lucide seguenti appropriazioni in nome del copyleft.

Era un impero fondato sul sogno.

Ora non ci crede più nessuno.

Era un gigante dai piedi di argilla.

Fondato sulla cultura dell’appropriazione a priori.

Brilla ancora quel famoso dollaro d’argento e non d’oro.

Lasciato da un generale in giacca e occhi turchini.

Sul fondo di un sand creek.

Che fosse una grande sòla non te lo insegnano a scuola.

La riconosci sola in certi versi di sagge parole.

Credici le libertà Eiffel sono ruggine.

E quella cultura è molle e fragile.

C’è un grande baco nella mela marcia.

Non si vive uniti di sòla lingua e di moneta.

Era ora, dunque.

Ma è breve il sollievo mondiale militare.

Come sarebbe bello.

Ma la verità è viscida come una anguilla.

Presa nella rete dei pescatori d’oro.

C’è un problema a rischio vero.

Poveretti poverini questi americanini.

Ci hanno portato tante cose.

Sono tanti anni e non se ne vanno.

Si sono presi i meglio posti, cose, basi e porti.

Ma la verità è che sono straccioni dentro.

Con le pezze al culo.

Non c’è manco un dollaro d’argento nelle casse dello stato.

Han fondato tutto l’impero su di un aeroplano di danaro.

Han stampato dollari nel senso inteso proprio di cambiali.

Sono divenuti così padroni del mondo. 

In realtà preso in prestito, giusto il tempo per svuotarlo di valore.

Comperato dando in cambio carta straccia.

Con la colt puntata in faccia.

Svincolati da oro, argento o mirra sono piazzisti di cartaccia.

Tu mi dai, o io me lo prendo, un pezzo di qualcosa di valore.

Io ricambio con un foglietto verde che ricorda lo zio samuele.

Che era quello che nel 1800 vendeva carne all’esercito.

Lo zio Sam si arricchì già allora sulla cultura della guerra.

E poi a crescere tutti a sognare di fare fortuna.

La più grande truffa mai perpetrata.

La moneta liberata fu svincolata dall’oro e dalla realtà.

Per trilioni di trilioni che nemmeno un paperone.

O ‘mericano è na sacca sicura e nun se po’ caccià.

Così già cantava Pino Daniele, mentre io pensavo da Gaeta.

La questione non è quindi solo di flotte a via Caracciolo.

Direi piuttosto di flottante.

Tutto nascosto in borse e tra canali, isole e anguille.

Trasportati in nanosecondi dove vuole il samuele.

Sotto i mari, sopra i fiumi, sotto inutili ponti di strutto.

Sopra il letto di ogni torrente di sabbia.

Mentre al popolo del divario percola solo un briciolo di salario.

Un modello replicato dappertutto.

Con l’arte esplicita del ricatto.

Di un popolo dal facile grilletto.

Che se gli va ti buffa il debito in un istante.

Più che le flotte poterono i flottanti, o forse entrambi.

Perchè gli imperi non muoiono mai.

A fine mungitura restano pluti predoni.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il torrente di sabbia, il sand creek

 

 Fonte delle immagini: Lucio Caracciolo Limes al Festival Pianeta Terra










 


 


lunedì 20 ottobre 2025

2025 10 20 – L’ordine degli storni in stormo

2025 10 20 – L’ordine degli storni in stormo

 

Stormi al decollo, copyleft Serena

Gli storni sono quella meraviglia di uccelli.

Tutti li hanno visti almeno una volta.

Sono quelli che disegnano le nuvole nel cielo.

Perfettamente sincronizzati senza andare a sbattere.

Anche a dispetto di incomprensibili brusche virate.

Forse qualcuno ancora non sa che sono oggetto di studio.

Non etologico, non biologico non allologico.

Ma come dimostrazione di ordine emergente.

Poche regole li guidano per stare in stormo.

È uno schema di dinamica dominante.

L’ordine emerge da quello che sembra caos.

Emergenza, così la chiamano.

Proprio nel senso che emerge.

Vale per pesci in banchi animali in branchi o ciclisti stanchi.

Se uno esce solingo dallo stormo non è detto che quello se lo riprenda.

Ci penserà comunque un falco che alimenterà l’evoluzione della specie.

Un pirla in meno.

Se invece uno vira verso l’interno dello stormo si vede che era il fratello di quello prima.

E va a sbattere contro il muro di ali.

Risultato, sempre un altro pirla in meno.

Se è vero come è vero che tutto questo è tautovero allora ecco il nuvolone nero.

Quello che non mi è mai stato chiaro è come inizia il principio.

Ma stamattina sorella provvidenza mi ha fatto alzare il naso.

C’era stato un crescendo di suoni ed echi che non mi ero manco cagato.

E bravo pirla pure io.

Poi il creato mi ha scoppolato i sensi e gli occhi li ho girati.

Tra decolli e atterraggi sulle cime dei tigli sembravano radunarsi guidati.

Come se ci fosse un cane da pastore.

Con quella modalità che ebbi il privilegio di avere già vista.

Tra marmotte, rondini, delfini e pesci azzurri vari.

Era quella modalità che avevo ricondotto ad un funzionale gioco.

Lo stormo non era per niente formato e prima giocava.

Ma poi emergeva e aleggiava un pervaso incalzante cinguettare.

Un linguaggio di comprensione e significati condivisi.

Da loro, mica dai pirla che eravamo a naso all’in su.

Poi di botto si alzano tutti in volo in una danza di casino, una Lila.

Ordinati manco per niente o forse sì ma da una mente.

Pareva impossibile che non si scontrassero come fossero passeri.

Io rimiro la meraviglia tanto che pirleggio e mi dimentico di fare foto.

Altri astanti ebbero la mente serena e furono più pronti.

Poi dopo qualche attimo di apparente caos ecco che prendono la formazione.

Come fossero ciclisti in gruppo e fila volano in un flusso di gioia per la vista.

Guidati da qualche avanguardia condottiera per natura.

Io mi chiedo chi sarà questo Bartali in fuga.

Ma non capisco che non ho capito una cippa.

Lo stormo sta diventando una cosa sola.

Giocosamente volteggiano dopo il principiare in fila.

Il bello e la morale è che tutto questo è un archetipo etologico.

E che ci crediate o no vale anche per la struttura sociale umana.

Per forza, è una delle dinamiche dominanti.

Presenti fino dal primigenio pacchetto di leggi e di dati.

Quelli ritrovati dentro il fondo di un buco nero o nel big bang.

Lila, la danza della realtà, ha le sue regole.

Che nascoste o no sono il cardine dell’ordine.

Sempre se non arriva prima il grande pirla di turno.

Che non capisce che l’io non serve più.

 E allora tutti giù per terra.


Kalimmudda ipsum dixit

Vai, vai che io aspetto Bartali

Surprise : Bartali di Jovanotti

 

sabato 18 ottobre 2025

2025 10 23 – Faceva il Paolo

 2025 10 23 – Faceva il Paolo.


 


 

Precensione da vivo.


Faceva il Paolo con l’orchestra nella testa.

Faceva il Paolo con armonico furore.

Con la chitarra e con il suo grande cuore.

Lo conobbi in una piazza piena di martìni.

Giostrava che era lui il funambolo cardinale.

Sempre all’erta per ogni allarme da irti peli.

Tra volteggi di regìa sfarfallava come una trottola.

Era nella sua plateale veste istituzionale.

Era la follia al servizio della sanità mentale.

La seconda volta fu un quieto a tu per tu.

Soli nei pensieri dentro un vuoto di metrò.

Tornavamo da un evento, da uno sciò.

In teatro, piazza, cabaret, bistrò o non so.

Io lo conobbi nella veste di prevosto della mente.

È buono e caro ma sa ruggire per difesa.

Delle sue creature di lavoro, musica, teatro e radio.

Fa il maestro dagli sguardi a colpi d’occhio.

Con cui cura ogni cosa senza posa e senza resa.

Ciò che più lo fa aggradare è il suo cuore toro.

Una volta lo ricordo caricare da elefante imbufalito.

Un urbano troppo vigile non voleva derogare alla divisa.

Erano pochi minuti di fuori orario per finire l’esibizione.

Il Pao però abbozzò e si concentrò sul nome d’arte.

Io lo immaginai impugnare la sua scimitarra, la chitarra.

Disarmato dalla cruda constatazione di un altro Pao.

Troppe gelide clausure nei mausolei del sé.

Troppa gente di scarso teatro.

Troppa gente per cui le arti stanno nei musei.

Poi affiorano ricordi a fiotti e flotte.

Il più recente fu un tocco tra cento vaste speranze.

Mi scrutava con quelle occhiate di colpi d’occhio.

Mentre leggo sta per cadermi un foglio.

Si avvicina felpato gatto muto dentro la diretta.

Gli ricambio con un cenno che devo finire solo.

Resta accovacciato come un angelo custode.

Mi mette sereno e cavalco fino a un bel finale.

Lo faccio perché me lo ha insegnato lui.

Mai troncare incipit corpo ritmo o chiosa.

Chi lo fa è della specie da musei.

Adesso si traveste da Dilpao da vivo.

Ma io lo so perché lo riconosco.

Faceva il Paolo con l’orchestra nella testa.

Andava come un matto avanti e indrè.

Sempre lì a guidare le meglio feste.

Perchè è nato per fare ì sò mestè.

  

Kalimmudda ipsum dixit

Dai cani da pagliaio

Cum pre hovationis

 

 

 

 

 

 

martedì 14 ottobre 2025

2020 10 14 –Portatrici sane di fede rica

2020 10 14 –Portatrici sane di fede rica.

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it.  Parola: fede

 

Ma chi è questa fede rica che è roba antica.

O almeno così sembra, oramai smembrata.

Spezzettata e triturata che nessuno più se la fila.

E invece quella vola a tuo prescindere nell’etere.

Forse non lo sai perchè non la vedi.

Ma in realta’ anche tu ci credi.

Tutti lo fanno, con i loro nomi e modi.

Perché se guardi bene tutto cresce malgrado tutto.

E questo è pur sempre il miglior mondo mai esistito.

Allora osserva e siedi.

Sta celata in piccole notizie.

Quelle che non leggi se pensi che serve ancora l'io.

Quelle che anche se non cerchi prima o poi la vedi.

Se prescindi dallo sguardo sui granelli.

E allarghi il campo delle visuali.

La notizia di fede è che Cabo Verde va ai mondiali.

Io la conosco bene, pur non essendoci mai stato.

Da bambino avevo una tata di nome Bernarda.

Un surrogato di maternità, ma nera come la pece.

Mi ha cresciuto tra usanze perse.

Dal tirare il collo al pollo ai residui di macumba.

Poi si fece una sua famiglia che io cercai di aiutare.

Fino a che un giorno lei mi disse basta.

Tu per me hai già fatto abbastanza, disse.

Si riferiva ad una casa, qualche terreno e un po’ di soldi a Cabo Verde

Ci doveva tornare, a casa, ma credo che non ci riuscì mai.

La provvidenza un po’ maldestra le diede un terzo figlio.

Un gioiello di bambina down da spalancare il cuore.

Senza rammarico mi disse che non poteva allontanarla dalle cure necessarie.

Io provai a darle ancora dei soldi ma caddi nella trappola della dignità.

Non insistetti abbastanza.

E la persi di vista, lei e le sue isole di fede.

Ricordo però quando eravamo a Maratea

Era l’ultima estate appena morto mio padre.

Trovai questi residui di macumba.

Probabilmente rivolta a mia madre.

Un bottiglia di piscio avvolta in un reggiseno e sotterrati sotto la finestra di casa.

Percepii qualcosa di oscuro.

Chiamai Bernarda in soccorso.

Mi intimò perentoria di allontanarmi.

Era allarmata e pregava, senza superstizione.

Mi disse che non era roba per noi.

Mi disse che noi abbiamo dimenticato.

Mi lasciò più fede lei di trenta anni di scuole cattoliche.

La fede poi in qualche modo arrivò.

Ma non era roba esoterica.

Era la capacità di sentire e rimirare la meraviglia.

Ripenso a Bernarda e Patrizia e Cabo Verde.

Il più piccolo paese al mondo che va ai mondiali.

Quanta fede ci vuole per crederci per decenni.

Piccoli e cazzimmosi, penso con orgoglio.

Un pezzetto ce li ho mandati anche io.

Se Davide potette uccidere a Golia, 

ancora non saccio comme ma l' aggia vince' io.

Ma non sarebbe stato possibile.

Senza la costante rica fede delle anime migranti.

Metodiche portatrici sane.

Di fede rica.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il pappice Federica

 

 

Disse il pappice vicino alla noce, dammi il tempo che ti spertuso.