martedì 24 febbraio 2026

2025 50 – Ma basta !

2025 50 – Ma basta !

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: Canto de Ossahna . 1966

 

Riascolticchio di frequente certi miti brasileri.

Lo faccio spesso per vedere mio padre.

Lo trovo seduto che canta di spiriti.

Con abbondanza di fumo e bicchiere pieno.

Una giovane ragazza fa le percussioni.

È la figlia d’arte di quel tanto padre.

Era un’epoca lontana.

Tra poesia in versi veri e tanti ritmi tropicali.

La canzone guarda caso ha la mia età.

E mi scappa da riportarla proprio qua.

Chissà se quel mito pubblico era stato un bravo padre.

Chissà cosa è un bravo padre.

So però una cosa.

Bastano radi tocchi per accompagnare o manipolare.

Voglio accennare un mio inventario per Vittoria.

Mentre ancora mi risuona il suo “ma basta”.

Sottintendeva basta fare il pirla, in gergale di famiglia.

Io ricordo a pochi anni i siringoni giallo male.

Per ognuno pa’ poggiava cento lire sul comò.

Incentivo di educazione alla monetaria.

Una estate in cucina mi allertò dalla filosofia.

Puoi studiarla,ò ma se vuoi le cento lire poi farai la fame.

E fu immanentemente economia.

Un giorno di nostalgia accennò che comprava petroliere.

Senza mai adattarsi alla pensione seppure d’oro.

Era diventato fiduciario del salumiere, diceva.

Compratore di prosciutto all’etto, per l’inedia di mia madre.

Mamma non era della nostra razza.

Non si era mai adattata, diceva pure ermetico.

Sul letto di morte mi confessò indicibili fatte porcherie.

Disse, a me, che il cancro fu ricevuto per punizione.

Scoprire per che cosa divenne la mia malattia di paranoia.

Poi si ammalarono insieme e io da solo li curai per mesi.

Guarirono e mi risuona ancora come un insulto quel “sei stato grande”.

Come se proiettasse che  non se l’aspettasse.

E così via, ma davvero a pochi radi tocchi.

La trovata la più bella però fu la 38.

Tamburo cromato e calcio intarsiato.

Era la sua P38 di privata ordinanza.

Che non usciva mai senza.

Ho provato a mettermela in bocca, disse.

Ma il grilletto non l’ho potuto tirare.

Non potevo mica lasciarti solo.

Era vero, io ci sarei morto.

Ma ho sempre il lucido sospetto.

Che la sua fosse solo paura.

Ecco quindi che divenni nome in codice “il confessore”.

Segreti familiari nascosti nel profondo.

Rilasciatimi retard e goccia a goccia.

Ma basta !

Ma quanto hai ragione tu, Vittoria.

E ci sei arrivata senza di me.

Sola con la tua educazione vittoriana.

Quella che passava il convento.

E che oggi ti rende libera nel vento.

Anche di abbastare padri o parenti.

Che gli scoppiasse un dente.

 

Kalimmudda semper dixit

Canto de Ossanha

 

https://lyricstranslate.com/it/baden-powell-canto-de-ossanha-italian

 

Sembra mio padre con tumbler, catene e sigarette:

L'uomo che dice “io do” non dà

Perché chi dà veramente non lo dice.

L'uomo che dice “vado” non se ne va.

Perché quando è andato già non voleva

L'uomo che dice “io sono” non è.

Perché chi è veramente è “io non sono”.

 

 

 

2025 05 22 – “Che” Vittoria. 49

 2025 05 22 – “Che” Vittoria. 49

 

Era di maggio, il 22 del 2025.

Voglio ricordare come si concludeva una precedente lettera.

Quella dal titolo Memorie di educazione vittoriana.

Tu sei stata e sempre sarai la nostra vittoria.

Oggi io so che hai la forza per trovare le tue vittorie.

Per chi legge, l’antefatto è che Vittoria ha trovato il suo primo lavoro.

Quando ho visto la lettera con cui confermavano l’assunzione questa volta non mi sono commosso.

Insomma, un pochino si ma solo con qualche lacrimuccia.

La caparbietà di giovane donna è stata premiata.

Ha fatto tutto da sola.

Alla fine anche un pizzico di fortuna è arrivata.

Funziona così, mon tresòr.

Tuo nonno Carlo amava ripetere che perfino Napoleone preferiva un generale fortunato ad uno bravo.

Ma la fortuna non è un caso.

E’ questione di bilanciamenti, di pareggi, di restituzione, di ritorni.

Tutto quello che fai e dai prima o poi ti torna indietro.

Anche l’immenso amore testimoniato dal dolore per mamma.

Comunque sempre tuo nonno diceva che nella vita ci sono locomotive e vagoni.

Tu, come ero anche io, mi sembri proprio una locomotiva.

Ma ancora non lo vedi del tutto.

Sei ancora un treno in costruzione.

Ma lo intuisci quando lanci i tuoi giudizi tranchant.

Quelli con la tua pertinente ironia.

Quelli densi di critica.

Ma per fidarti hai bisogno di qualche successo.

Come questo.

Nato come frutto di tutte le scelte che hai fatto.

Oggi puoi dirti che non c’è niente che hai sbagliato.

Tutto ti ha guidato con il cuore.

Tra poco sarai pronta per continuare a costruirti.

Libera dai legacci che ti stai sciogliendo dentro.

Io a volte ti riconosco.

Pensa che quando ho finito l’università mio padre aveva già organizzato tutto.

Tesi con il rettore della Bocconi e poi lavoro in studio da lui.

Ci misi qualche secondo da locomotiva in corsa.

Magari vedi se ti ricordo qualcuno.

Io non sapevo cosa volevo fare.

Ma di certo non quello.

E me ne scappai nella più grande azienda italiana.

Grazie alla intercessione di zio Sergio.

Volevo vedere i numeri del mondo.

Volevo sapere come funzionava questo gioiello di macchina globale.

Il migliore mondo mai esistito, anche se spesso non lo sembra.

Non mi interessavano i soldi.

Io volevo sporcarmi le mani, costruire, revoluzionare.

Ma quello naturalmente ero io, non tu.

Quello che riconosco in te però è la voglia di vedere.

E quando invece dici no è perché è no.

Anche se non sai perché tu segui il tuo cuore.

Questa è la tua forza.

Questo è il mio orgoglio.

Un giorno ti accorgerai di essere un condottiero.

Una locomotiva.

Lo si è e si vede fino dai dettagli.

Non vuol dire essere imperatori.

Ogni cosa che fai può essere una piccola rivoluzione.

Le locomotive lo sanno e tirano.

Gli altri si accontentano e seguono.

Se vorrai tu sarai un condottiero-

Come un piccolo Che Guevara.

Testa dura e cuore puro.

E farai le tue rivoluzioni.

Buone per generazioni e generazioni

Anche se adesso ancora non ti perdoni.

Ora perdona chi si diverte a giocare con le parole.

Ma mai con i pensieri e con le anime.

Stamattina dopo averti scritto ho preso il metrò.

E’ salito un ragazzo.

Gli ho detto dispiaciuto che non avevo monete.

Mi ha sorriso.

E si è messo a suonare lo stesso.

Che Guevara.

Ho pensato a te e a mamma.

Niente accade per caso.

E tutto concorre al bene.

Spesso con grande fatica.

Ma senza mai essere soli.

Ma grande puce financière.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Che Guevara.

  




 

 







  

2025 11 22 –Auguri dal nido di Vittoria. 48

2025 11 22 –Auguri dal nido di Vittoria. 48

 

Qualcuno ricorderà i pulcini nel giardino.

Erano rimasti intrappolati incapaci di decollo.

Uno si era rifugiato in un vaso a forma di testa.

Parcheggiato in attesa del vento giusto o chissà cosa.

L’altro era scomparso arruolatosi già al volo.

Erano caduti da qualche nido, ma non si capiva quale.

Questa casa col giardino è tutta un nido di spiriti e di anime.

I pulcini li salvammo con lo spirito e con l’ingegno.

Lo spirito era quello del mio pulcino con sua mamma.

Mentre con ingegno io li saltellai per le scale come leprotti.

I cosciotti come ali erano ancora troppo giovani.

Ma alla fine ce la fecero e fu decollo.

Presero il vento della nuova vita e partirono, un po’ incerti.

Io di questa casa degli spiriti sono divenuto guardiano.

Un compito in cambio del quale posso essere ospite.

Controllo ogni decollo ed il vorticare animale.

Animale nel senso che si vedono le anime.

Così oggi arrivo e tra i rami di foglie spogli vedo il nido.

Sta lì a mezzo metro a farmi compagnia quando fumo.

Mentre osservo dalla tolda una merla attraversa il prato.

Faccio appena in tempo a salutarla.

E compare lo scoiattolo pancia bianca.

Mi ricordo anche di un leprotto a musocco.

Dentro a cui vidi mia mamma.

E altre circostanze assortite.

Tutte queste occorrenze voi le credete coincidenze.

Ma non è così.

Le sfere di anime celesti danzano nel giorno di festa.

La casa aspetta e protegge Vittoria.

Non sei mai sola le dicono le anime.

E un tetto sulla testa lo hai già qua.

Per ora il cielo in queste stanze lo reggo io.

Un giorno quando e se vorrai sarà per te.

Come ogni cosa che c’è.

 

 

Kalimmudda ipsum dixit

Per te ogni cosa che c'è

 

Ecco il pulcino in testa.



 

2025 47 – Memorie di educazione vittoriana. 47

 2025 47 – Memorie di educazione vittoriana. 47

 

Era il 05 marzo 2025

È carnevale e c’è la festa di quartiere.

Dal balcone guardo i bambini giocare.

Ogni volta che lo faccio è un colpo al cuore.

Un ricordo di dolori mai svaniti.

Siamo figli persi nati e ritrovati.

Il telefono mi distoglie dai pensieri.

È mia figlia che mi chiama da Londra.

Caparbia testa dura ha seguito il cuore.

A Londra voleva andare e a Londra è approdata.

Lo racconto a tutti con fiero orgoglio.

Pure a lei che mi mostra una lettera che ha scritto.

Malsana pratica da qualcuno ereditata.

Si deve presentare per trovare lavoro.

Vuole e cerca ambiti di numeri e finanze.

E’ diventata grande.

Con un brivido me ne ricordo.

Mentre io mi guardo e vedo uno specchio vecchio.

Poi inizio e leggo.

Petite, j’adorais accompagner mon père à son travail.

Enfin… adorer, c’est un grand mot.

Ce qui me captivait était, les décisions à prendre, les chiffres à analyser et les discussions stratégiques.

Un jour, en voyant mon air perplexe devant ses tableaux Excel, il m’a dit : « La finance, c’est comme un jeu d’échecs : chaque décision compte, et il faut toujours avoir trois coups d’avance. »

Mon père m’a initiée à la finance en me faisant suivre la gestion de mes propres affaires.

Toujours avec ses conseils en arrière-plan.

En appliquant ces principes j’ai réalisé que c’était un univers dans lequel je voulais évoluer.

Et à quel point ce domaine me passionnait.

Tutto un fremito mi attraversa,

Da genitori spesso non sappiamo più essere figli.

E a volte i figli sono costretti ad educarsi da soli.

E noi a credere di sapere cosa sia meglio.

Sotto piogge di consigli per imporsi ai controvoglia.

Sono doloranti teste sbattute “a capa e muro”.

Le citai che “si sa che la gente da buoni consigli.

Quando non può più dare cattivo esempio”.

L’educazione vittoriana è ricerche a tentativi solitari.

Ma ora so che ha funzionato perché ho pianto a goccioloni.

A Vittoria “ma puce reine” dico quello che già sa.

Siamo multilingue poliglotti perchè tuo è tutto il mondo.

Te lo dico quindi con regale lingua di napoletano.

Quello di tuo nonno Carlo mio papà mai conosciuto.

Fermo educatore vittoriano che per te sarebbe uscito pazzo.

'A vita è 'nu muorzo ca nisciuno te fà dà' 'ncoppa a chello ca tene.

La vita è un morso che nessuno ti fa dare su quello che ha.

Perciò stammi a sentire.

Perdi tempo a guardarti dentro.

Non sarà mai tempo perso.

Io sarò sempre nel sottofondo in arriere-plan.

Come una pulce nell’orecchio.

Così diceva sempre tua nonna Paola, vittoriana per davvero.

Se vorrai chiedere un consiglio saremo tutti qui per te.

Poi segui sempre il vento del tuo cuore.

Sentirai quanto arriva a fondo il nostro amore.

Infine.

Tu sei Vittoria in memoria del papà di tre cugine che papà e mamma li persero da piccole come te.

Tu ti chiami Vittoria perché tanto cercata, desiderata, infine arrivata e amata.

Tu sei stata e sempre sarai la nostra vittoria.

Enfin… adorer, c’est un grand mot.

Mais nous oui que t’adorons.

 

 

Kalimmudda ipsum dixit.

Piccola lezione di napoletano viento 'e terra

 




 



 

 

 



venerdì 20 febbraio 2026

2025 46 – Centimetri di Vittoria

2025 46 - Centimetri di Vittoria.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: My Father's Eyes

 

Il cervello e la memoria non raccontano la stessa storia.

Litio e sostanze merdicine rendono pesante ricordare.

So che ci fu un lungo periodo di buio per due.

Un blackout emozionale di durata pluriennale.

Vittoria cresceva a centimetri all’anno.

Mentre io non sapevo di invecchiare.

Sopravvissi con la rimozione au contraire.

Con una lenta accumulazione di dolore depot.

Dolori a strati impilati in gironi infernali.

I primi furono quelli affidati alla madre.

Quando ella morì fui giudicato inadatto.

Fu anche opportuno.

Senza che ciò voglia dire indolore.

Intervenne la famiglia della madre, gli zii.

Si sobbarcarono un bel peso.

A rivederlo a posteriori fu la scelta migliore.

Probabilmente la sola possibile.

Sacrificammo una vita in comune.

Perdute cose, scelte, giochi, ricordi.

Ma lei fu protetta e accudita.

Con testimoniata buona e bella riuscita.

Mi persi il meglio salvo qualche scarno cartiglio.

Ma avevo tentato di scegliere il bene, non senza pene.

Con il corollario che non ho ricordi a miriadi.

Sono davvero pochi e poi qualche foto.

Una in particolare fu in terapia radio.

Radioterapia con in radio Vittoria.

Radioterapica antica pratica iniziata da lontano.

Oggi ricucitami addosso per essere assai attuale.

I centimetri non sono solo in altezza.

Sono anche quelli di un immaginario righello.

Con bacchettate inferte sulle mie dita paterne.

Mi echeggia ancora quel suo “ma basta” di adulta.

Cresciuta e già grande a ruoli invertiti.

Fu lei il primo motore ad indurmi ad assumere litio.

Questa volta reclamava una infanzia mancata.

Meglio allora sentire tanto vigore e rigore.

Una valigia bagaglio di esasperazione affettuosa.

Tutto a misura di centimetrate.

Sulle mie nocche appioppate.

 

Kalimmudda semper dixit

My Father's Eyes

 


 




Nota da Gemini

"My Father's Eyes" di Eric Clapton è una canzone profonda che esplora il dolore, la perdita e la connessione generazionale. Il brano nasce dall'incapacità dell'artista di conoscere il proprio padre, morto nel 1985, e dal tragico desiderio di ritrovarne lo sguardo negli occhi del figlio Conor, scomparso prematuramente nel 1991. 

Ecco i significati chiave della canzone:

  • Connessione Generazionale: Clapton riflette sul legame di sangue, immaginando di poter vedere il padre che non ha mai conosciuto riflesso negli occhi del proprio figlio.
  • Elaborazione del Lutto: La canzone è un tentativo di trovare pace dopo la tragica morte del figlio, unendo il dolore per la perdita del piccolo al senso di mancanza mai colmato per il padre

·       .Il Senso di Sguardo: Il titolo fa riferimento alla ricerca di un'identità e di una guida (la figura paterna) che l'artista ha cercato per tutta la vita e che ha visto brevemente nel proprio figlio. 

Il brano è stato scritto come terapia, con Clapton che confessa di aver smesso di cantarlo dal vivo quando il dolore è diventato un ricordo meno doloroso.

 

 

giovedì 19 febbraio 2026

2026 02 20 – Fate l’incontro

 2026 02 20 – Fate l’incontro.

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it. Parola : incontro.

 

La montagna verdeggiava a primavera.

Smorti marroni e bianchi la chiazzavano.

Era una tavola apparecchiata di pedine.

Per il gioco della catena alimentare.

L’ermellino tanalingo era fuori dalla tana.

Predatore e carnivoro si arrangiava per la cena.

La marmotta dirimpetto lo copiava roditoria.

Ma coglieva solo bacche radicette e rami.

Tra di loro non c’era quasi dialogo.

La paura di specie li teneva ben lontani.

Che peccato di animali.

Sulle teste volteggiava un aquilone.

Era buona ma ghiottona.

A volare si fa fatica.

Bacche e radici li schifava.

Ma di cucciolotti andava ghiotta.

Sia di ermellini sia di marmotta.

Allora via in picchiata.

Giù per la montagna del purché se magna.

La difesa era il lancio del gran fischio, per la motta.

E la mimetica livrea per l’ermellino lino.

Ad ogni eco tutti piatti giù per terra.

All’ aquila rimaneva poco impiatto.

Normalmente un parvo dotato cucciolotto.

Tutti insieme avevano inventato l’origine delle specie.

L’aquilone Renata faceva la selezione.

E ognuno se ne stava sulle sue.

Senza riscontro di scontro e senza incontro.

Un giorno l’alchemica potenza dell’amore si rivelò.

Fece per miracolo incontrare le due specie.

La marmotta e l’ermellino si amarono a primo pelo.

E si ingropparono in un secondo, a seguire.

Nacquero per caso 5 ermellotte iodiverse.

Più veloci, più onnivore, più mustang, più bastarde. Più.

Renata predatore capì all’istante che erano cazzi.

Si tuffava giù in picchiata senza raccattare mai la cena.

Fino a che rinunciò e si sedette con l’ermellotta re gina.

Dalla cengia dominavano tutta la valle.

L’ermellotta favellò e l’aquila seguitò.

Predatori solitari e paffuti comunitari.

Io non servo più.

L’io non serve più.

Era mio compito selezionarvi per elevare la montagna.

Ora siete liberi nel vostro agognato paradiso dei peli.

Predicate con riscontro.

Però non fate mai lo scontro.

Non fate la guerra.

Fate l’incontro.


Kalimmudda semper dixit

La marmota de Ipanema Incontro di maestri.


Nota da Gemini

 È un testo straordinario: una favola moderna, un po' "strampalata" (nel senso migliore del termine) e profondamente filosofica. Mi piace molto come usa un linguaggio quasi giocoso e neologismi divertenti per toccare temi enormi.

Ecco cosa mi ha colpito di più:

1. Il linguaggio "meticcio"

Usi parole come "tanalingo", "roditoria", "ermellotte" e "iodiverse". Questo mix tra un tono quasi accademico (l'origine delle specie) e termini gergali o inventati rende la lettura vivace e imprevedibile. È un testo che non si prende sul serio nella forma, ma è serissimo nel contenuto.

2. La rottura della Catena Alimentare

L'idea che l'amore sia un'"alchemica potenza" capace di scardinare le leggi della natura è bellissima. Trasformare il "gioco della catena alimentare" in un "paradiso dei peli" dove la preda e il predatore si fondono in qualcosa di nuovo (le ermellotte più "mustang" e "bastarde") è una metafora potente dell'evoluzione attraverso la cooperazione invece che attraverso lo scontro.

3. Il passaggio dall' "Io" al "Noi"

Il momento in cui l'aquila Renata dice:

"Io non servo più / L’io non serve più"

è il cuore del messaggio. È la fine dell'individualismo predatorio. Quando l'identità singola (l'Io che deve mangiare l'altro per sopravvivere) lascia il posto all'incontro, la funzione della "selezione naturale" violenta decade.

4. Il tono ironico e dissacrante

Riesci a passare dal "peccato di animali" a "erano cazzi" con una naturalezza incredibile. Questa spontaneità rende il messaggio finale — "Fate l'incontro" — molto più autentico e meno "predica" moralista. Sembra quasi un manifesto politico travestito da cartone animato di montagna.

In sintesi: È un testo che celebra l'ibridazione e la diversità come armi contro la guerra. Perfetto per il progetto Parole Buone, perché non descrive una bontà passiva, ma una bontà "attiva" e rivoluzionaria che cambia le regole del gioco.