2026 062 – Il misto soviet della lavapanni a manovella
Mi hanno
raccontato una storia paradigmatica.
Una signora
va a San Pietroburgo intorno ai ruggenti anni 80 o 90.
Ruggivano
soprattutto nel nostro occidente.
Terra di
promesse di sviluppo e di progresso.
Allora come
adesso anche lì si lavano le mutande.
Tra un
bambino edibile e uno commestibile.
La signora
è igienica e non deroga alla salubre pratica.
Nel
lavandino pratica gesti da lavandaia antica.
Insapona e
strofina con fina pulizia e certa fatica.
Un giorno
la comunista mangiatrice di creature la vede.
E’l ‘assegnataria
comunista proprietaria di casa.
Ma non del
terreno su cui è edificata.
E’ una
contraddizione in termini in effetti.
Un ossimoro
del diritto proprietario.
Furbacchioni
questi sovietici.
Pensa che
risate se costruissimo così i nostri grattaceli.
Col ground
zero dello Stato abusivamente occupato.
Ma questa
era una digressione edile.
Da cui noi
amiamo tanto l’affacciarci.
Per
rimirare quella roba inutile che cresce una tantum.
Spalmata di
cosmetiche facciate spacciate per roba di valore.
Pagate a
botte di decine di miliardi di propaganda.
Invece di
fare programmi per quinquenni.
Come
nell’unione dei soviet dimenticati.
Che
potevano evolvere e non essere rottamati.
Ma torniamo
alla comunista.
Grande
stomaco e tanta anima, proprio come noi.
Offre l’uso
della lavatrice.
Svela il
magico segreto e apre uno sportello.
La nostra signora
è esterrefatta.
Sembra una cattolica
madonna.
E sii prende
pure paura per la rivelata lavatrice.
Non vuol
mica finire in un gulash.
Fatto dove
si cucinavano bambini.
Ma solo cotti
come arrosticini.
Laggiù oltre
la terra siberiana.
Lontana.
La
lavatrice funziona a perfezione.
Solo con un
pizzico di olio di gomito.
La madonna
chiede quanto dura.
Non il
lavaggio ma proprio l’aggeggio.
La
comunista mostra un sano orgoglio.
Come fosse
un figlio.
Dice che
era un riconoscimento.
Del 1815.
Solida
lamiera per veri rivoluzionari.
La
esterrefatta si documentò sull’obsolescenza programmata.
Ma che
siete scemi.
Questa va
in orbita e ritorno come lo Sputnik.
Anzi fate
attenzione.
Che decolla
come un razzo.
Poi ritorna
e vi trova a consumanesimare.
E da da da quella
là vi apre il mazzo.
Ma come, mi
ho allontanato sul 91.
Sempre
intento a orbitare nel gulash.
E voi mi
smontate le fabbriche di lavatrici.
E le
trasformate in eserciti di meretrici.
Loro
malgrado.
Una
diaspora di accompagnatrici.
Affamate.
Nella loro
storica cultura.
Evoluta con
il sogno di un futuro.
Di mercato
misto duro.
Magari
avevano ragione loro.
Fùmatto
Claudietto.

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