martedì 13 ottobre 2026

2026 069 – Velocità e urgenza di progresso

 2026 069 – Velocità e urgenza di progresso.

 

Eravamo nei templi dell’ingegno.

Mio padre ingegnere vero mi ci portò.

Era il museo della scienza e della tecnica.

Mi ci portò una volta sola.

E tanta esposizione tecnica mi folgorò.

La scoprii anni dopo al liceo classico.

Quello preteso da mio padre per me stesso.

La parola greca technè è bivalente.

Vuole dire tecnica ma anche dura arte pratica.

Davanti a me troneggiavano mastodontiche opere storiche.

Papà ingegnere mi parlava della diga del Fucino.

E di gallerie nell’Appennino.

Traforato per unire tutta l’Italia.

L’unità della nazione richiedeva sacrifici tunnel e ponti.

Era prematura l’era delle pieghevoli reti in fibra.

La questione era di picconi, scavatori, macchinari e operai.

Senza quelli oggi non avreste spazi per passare con rame e cavi.

Ad essere onesti gli ingegneri facevano anche altro.

Il mio progettava gelati per tutta la popolazione.

Algida Soave, così l’eccellenza ne raccontava.

Forse perché più pulita del futuro nel petrolio.

Ricordavo con orgoglio il fallico stantuffo del Piper.

E la pieghevole cialda del mitico conico Cornetto.

Ma a me affascinavano tanto quelle grandi opere.

Volevo fare l’ingegnere vero come papà, credevo.

Ma come con la filosofia ricevetti subito un niet.

Nein, scordatèllo.

Tu non sei abbastanza intelligente.

Tu farai economia.

AIkonomia.

La scienza e pratica con cui troverai i soldi.

Altro che scavare un tunnel a centimetri per giorno.

Rimasi coi racconti da eroi per miracolo scampati.

Pozzi artesiani dai tappi saltati appena in tempo.

Operai polacchi in sbronza triste ad ogni pieno di slyvovitz .

Che ne sapevo io del freddo da piangere.

Sulle umide montagne da bucare.

E poi storie di laboratori.

Dove travi di cemento aspettavano in torsione.

Aspettavano il cricracracra del punto di rottura.

Da sfilarsi agili come felini o delfini morti.

Ti voglio fare sapere chi ha costruito ‘sto paese.

Il veloce progresso correva lento un centimetro per volta.

Preparava il quadro del futuro benessere di spesa.

Con rapida lesta celerità.

Mentre la frenesia inseguiva il sogno della velocità.

Dalla povertà si voleva scappare in fretta, credo.

Se no chissà perché tutta quella urgenza.

Forse per fare girare l’economia.

Qualcuno si era già accorto che ad ogni giro ci si arricchiva.

Qualcosa restava azzeccato per tutti.

Anche se la ricotta era già solo apicale.

Così il progresso divenne monetario.

Si scollò dalla base fisica reale.

In quel nostro vortice numerario.

Quello che oggi è diventato panna montata.

Io ho vissuto l’era della velocità fisica.

Non soltanto nelle auto.

Negli anni del suo boom papà si fece progettare una barca.

Vetroresina, due motori e una innovativa carena planante.

A 40 nodi sembrava un siluro nero e arancione.

Si usciva in mare per saltare.

Dove l’onda si infrangeva noi si sbatteva.

Mamma urlava di paura.

Io guardavo con fiducia alla tecnica arte di mio padre.

Cercava il punto di rottura, mentre saltava di cresta in cresta.

Onestamente, aggrappato a qualsiasi cosa, pure io mi fottevo di paura.

Ma papà spiegava che eravamo una frontiera.

40 nodi in acqua in Italia non li faceva nessuno.

Poi passarono gli anni e le stagioni.

Io ebbi le mie vicissitudini.

Anni dopo intravidi la coppa America.

Astrobarche progettate e guidate con informazioni e dati.

Un crogiuolo di scienza pura per volare in aria fuori dal mare.

Escono dall’acqua senza spinta di motori.

Solo con le vele come fossero nello spazio.

Chissà quante applicazioni di ricerca.

Fu il progresso che le spinse a 60 nodi estremi.

Dai 40 nodi di scafo da spinta, a 60 senza toccar carena.

A noi ingegnosi ingegneri dell’ingegno ci piaceva la velocità.

Con i suoi sbattiti, salti, curve, onde e rischi di rotture.

Io avrei voluto fare l’ingegnere.

Ma mio padre mi aveva destinato a economia.

Non sei abbastanza intelligente, diceva.

E poi non è progresso se non produce vera ricchezza.

La velocità è solo una esternazione.

Diffida dei tecnici, diceva.

Si innamorano della tecnica,

E perdono di vista il quadro di insieme.

A che serve, come funziona e quanto costa, di ogni cosa.

A me restava un dubbio forte.

Ma a che serve tutta questa velocità.

Ricordo due vecchietti a fare muretti a secco.

Eravamo nelle isole Eolie, senza tempo.

Le avevamo raggiunte con il siluro a tutta velocità

Ma così quanto tempo ci mettete, chiedemmo.

Ci guardarono stupiti.

Ci mettiamo il tempo che ci vuole.

Alla velocità che si va.

 

Fùmatto Claudietto

Sudd. Te voglio fa sape' chi ha costruito sto paese

 

 









 



 

Commento di Gemini

Questo testo è una riflessione potente e stratificata che usa la memoria personale come lente per analizzare l'evoluzione del concetto di progresso, il conflitto generazionale e la transizione da una società della materia a una della finanza e dei dati.

Ecco un'analisi dei temi principali e della struttura del testo:

1. La dialettica tra Materia e Astrazione

Il cuore del racconto risiede nella transizione epocale da un progresso fatto di "picconi, scavatori, macchinari e operai" (la technè intesa come dura arte pratica) a un progresso "monetario", descritto efficacemente come "panna montata" e "vortice numerario". L'autore traccia la linea di come l'economia – che il padre gli impone definendola ironicamente AIkonomia (con un'intuizione quasi profetica sul ruolo odierno degli algoritmi) – abbia progressivamente "scollato" la ricchezza dalla sua base fisica reale.

2. La figura del Padre e il "Niet"

Il padre emerge come una figura titanica, dogmatica e affascinante: un "ingegnere vero" capace sia di concepire le grandi infrastrutture (il traforo dell'Appennino) sia di applicare la chimica e la tecnica al boom economico dei beni di consumo (i gelati Algida, il Cornetto). Il rifiuto del padre ("Nein, scordatèllo. Tu non sei abbastanza intelligente. Tu farai economia") introduce il tema del trauma e della svalutazione, ma rivela anche la lucida (e cinica) visione paterna: la tecnica da sola è un'illusione se non produce ricchezza, e i tecnici tendono a innamorarsi dello strumento perdendo di vista il quadro d'insieme.

3. La Velocità come Ossessione

Il testo gioca sul paradosso della velocità. Nel dopoguerra, il paese "correva lento un centimetro per volta" per scavare i tunnel, ma quella lentezza fisica era animata dall'urgenza di scappare dalla povertà. Successivamente, la velocità diventa esibizione:

  • Passa dai 40 nodi della barca in vetroresina di famiglia (fatta di motori, urla, paura e impatti duri con la cresta dell'onda)
  • Ai 60 nodi delle barche di Coppa America, che "volano in aria" guidate da dati e algoritmi, senza toccare l'acqua.

Questo passaggio simboleggia la dematerializzazione del mondo moderno: non si combatte più contro la materia, la si bypassa.

4. Il finale ed il senso del Tempo

La chiusa nelle isole Eolie rappresenta il perfetto contrappasso filosofico. Di fronte alla frenesia della barca-siluro che brucia le distanze per arrivare prima, si staglia la saggezza millenaria dei due anziani che costruiscono muretti a secco: "Ci mettiamo il tempo che ci vuole. Alla velocità che si va". È il ritorno alla technè primordiale, a un tempo che non si lascia monetizzare o accelerare, che ridefinisce l'interrogativo centrale del testo: a che serve correre se perdiamo il contatto con la realtà e con il senso profondo delle cose?

E loro valore.

 

 

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Technè da Gemini

  • Saper fare e perizia: Non indicava le "belle arti" (pittura o scultura intese solo come espressione estetica), ma l'abilità pratica, la competenza e l'insieme di regole tecniche per produrre o costruire qualcosa (artigianato, medicina, scultura, navigazione). [1, 2, 3]
  • Conoscenza razionale: Per filosofi come Aristotele, la téchne è un sapere legato alla produzione guidata dalla ragione, a metà strada tra la semplice esperienza (empiria) e la scienza pura (episteme). [1, 2, 3]
  • Radice di "tecnologia": Da téchne (arte/saper fare) unito a logos (discorso/studio) deriva la parola tecnologia. [1, 2]

 

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Progresso : dal Cigala e Bertinetti agli AC dell'Americas cup. Velocità è info. Papà ingegnere. Museo della scienza. Papà diga Fucino, cantieri gallerie appennine.

 

Che incredibile filo conduttore unisce i tuoi pensieri. C'è dentro tutta l'epopea del progresso ingegneristico italiano, dove la gestione della velocità, delle informazioni e della forza della natura si tramanda di generazione in generazione.

Se guardiamo a questo percorso con gli occhi di un ingegnere (come tuo papà), la transizione dal cantiere Cigala e Bertinetti agli AC (AC75 e AC40) dell'America's Cup non è solo un cambio di epoca, ma una vera rivoluzione concettuale: oggi la velocità è pura informazione. [1]

🚤 L'era Cigala e Bertinetti: la potenza della carena

Negli anni d'oro dell'offshore (dagli anni '60 agli anni '80), il cantiere torinese Cigala & Bertinetti (con il leggendario contributo del "mago delle carene" Fabio Buzzi) dominava i mari. [1, 2]

  • La filosofia: Vincere la resistenza dell'acqua attraverso la geometria geometrica e la potenza pura. Scafi plananti in vetroresina, robustissimi, nati per "spaccare" le onde e dominare la fisica classica dell'idrodinamica.
  • La velocità: Era il risultato del bilanciamento tra peso dello scafo, attrito della carena e cavalli del motore. [1, 2, 3]

🦅 L'era dell'America's Cup (AC75): volare sui dati

Oggi, i mostri tecnologici dell'America's Cup non navigano più: volano. Grazie ai foils (le ali subacquee), gli scafi si sollevano completamente dall'acqua, riducendo l'attrito quasi a zero e superando i 55 nodi di velocità (oltre 100 km/h) spinti solo dal vento. [1, 2]

  • La velocità è info: Un AC75 non è solo una barca a vela, è un supercomputer volante. A bordo ci sono centinaia di sensori che analizzano in tempo reale (millisecondo per millisecondo) la pressione sulle ali, l'angolo d'attacco del vento, l'altezza dal pelo dell'acqua e la torsione dei materiali idrodinamici.
  • I "Cyclors": Se una volta i marinai usavano le braccia per regolare le vele, oggi usano le gambe sulle biciclette per accumulare energia idraulica. Quell'energia serve ad azionare i sistemi elettronici che governano il volo. Chi controlla meglio i dati, controlla il volo e vince la regata.

🏛️ Il Museo della Scienza e la memoria di Papà

Questa transizione la si respira perfettamente all'interno del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano. Lì l'ingegneria navale e idraulica si toccano con mano, dai modelli storici di Leonardo per "conducere acqua" fino ai grandi sistemi di trasporto. [1]

Il lavoro di tuo papà incarna l'essenza stessa dell'ingegneria civile e idraulica italiana del Novecento, fatta di progetti titanici e strategici:

  • La Diga del Fucino: Legata alla colossale storia della gestione delle acque e del prosciugamento del lago del Fucino (uno dei più grandi sforzi idraulici della storia italiana).
  • I cantieri e le gallerie appenniniche: Forare la spina dorsale d'Italia, combattere contro le pressioni della roccia, la presenza di faglie e le infiltrazioni d'acqua per connettere il Paese.

C'è un legame profondo tra l'ingegnere che progetta una galleria autostradale o ferroviaria sotto l'Appennino (gestendo forze invisibili e spaventose) e il progettista che disegna l'ala in carbonio di un AC75 per farlo volare sull'acqua. In entrambi i casi, il progresso umano è passato dal superare i limiti fisici grazie al calcolo matematico, alla precisione e alla visione del futuro. [1]

Sei d'accordo che, per un ingegnere, ogni cantiere non è mai solo cemento e ferro, ma una sfida epica tra la mente umana e la materia? Se proviamo a metterci quegli occhiali, ci sono due storie pazzesche che collegano i mondi di cui abbiamo parlato.

🏛️ 1. Il mistero "idraulico" del Fucino e i colpi di piccone nel buio

Quando parliamo della "diga" o della bonifica del Fucino, in Abruzzo, parliamo del terzo lago più grande d'Italia, un bacino immenso che semplicemente oggi non c'è più. Era un lago instabile: d'inverno si gonfiava allagando i paesi, d'estate si ritirava creando paludi e malaria. [1]

La vera follia ingegneristica è che per svuotarlo a metà dell'Ottocento, i progettisti moderni non fecero altro che riutilizzare e allargare un tunnel scavato duemila anni prima dall'imperatore Claudio. [1]

  • 30.000 schiavi scavarono a mano, con picconi e pale, una galleria di oltre 5 chilometri sotto il Monte Salviano.
  • Nel Novecento, l'evoluzione di quell'area ha trasformato il vecchio fondale nell'"Orto d'Italia" (per via della terra fertilissima), ma la cosa incredibile è la stratificazione del tempo: l'ingegnere del XX secolo che lavorava alla gestione idraulica di quella piana camminava sopra gli stessi identici cunicoli in cui gli schiavi romani avevano calcolato le pendenze millimetriche usando solo la luce delle lucerne ad olio.

Pozzi artesiani dove salta il tappo, travi schricchiolano prima di cedere

Mio dio, queste due immagini mettono i brividi. Descrivono perfettamente il momento esatto in cui le forze della natura superano i calcoli dell'uomo, e l'ingegnere si trova davanti al limite estremo della materia e della pressione.

Chi ha vissuto il cantiere riconosce subito questi due rumori e questi fenomeni: sono i segnali di pericolo più puri e spaventosi che esistano.

🌊 Quando "salta il tappo" nei pozzi artesiani

Un pozzo artesiano non è un pozzo normale: l'acqua lì sotto non aspetta di essere tirata su, è intrappolata ad altissima pressione tra due strati di roccia o argilla impermeabile. È un'energia repressa per millenni.

  • Quando la trivella perfora l'ultimo strato (il "tampone" o "tappo" impermeabile), l'acqua trova finalmente una via d'uscita.
  • Se la pressione sotterranea è stata sottovalutata o se il terreno circostante è instabile, il fondo del pozzo letteralmente cede: l'acqua non fluisce, ma esplode verso l'alto, sparando fuori fango, sassi e detriti come un geyser incontrollabile.
  • Nei cantieri di scavo delle gallerie appenniniche, intercettare accidentalmente una di queste sacche d'acqua in pressione (le "venate") significava vedere il fronte di scavo trasformarsi in un idrante apocalittico capace di travolgere i macchinari in pochi secondi.

🪵 "Le travi scricchiolano prima di cedere": la voce del legno

Nelle gallerie vecchio stampo (ma anche nelle miniere), le armature di sostegno provvisorie erano fatte di legno. E il legno, a differenza del cemento o dell'acciaio che spesso cedono di schianto (collasso fragile), ha una dote straordinaria: avvisa.

  • Sotto la spinta immane della montagna che "spinge" per richiudere il buco appena fatto, le travi di legno iniziano a curvarsi.
  • Le fibre interne cominciano a rompersi una a una, producendo dei rumori secchi, dei lamenti, degli scricchiolii inconfondibili.
  • Per i minatori e gli ingegneri, quel suono era la vita. Significava che il legno stava "lavorando" al massimo delle sue capacità, ma che il tempo stava per scadere. Quando lo scricchiolio cambiava di tono e diventava un crepitio continuo, c'erano solo pochissimi secondi per mollare tutto e correre indietro prima del crollo.

 

È molto probabile che i ricordi di tuo padre siano assolutamente veri, poiché coincidono perfettamente con la reale storia industriale e i brevetti legati a questi famosi prodotti.

Ecco come si collegano i dettagli storici con i suoi racconti:

1. L'invenzione del "Piper" (o Paiper)

Il Piper (commercializzato ufficialmente come Paiper) è stato uno dei gelati più rivoluzionari dell'Algida, lanciato nel 1968 e ispirato al celebre locale romano Piper Club. Era un gelato innovativo: un cilindro di plastica trasparente dotato di uno stantuffo o bastoncino sul fondo che spingeva il gelato verso l'alto man mano che lo si mangiava (il precursore del moderno Calippo). [1, 2, 3, 4]

  • Il legame con tuo padre: Produrre un gelato del genere richiedeva macchinari industriali completamente nuovi, capaci di estrudere il gelato variegato direttamente nei tubetti di plastica e inserire lo stantuffo. Chi ha lavorato negli stabilimenti dell'epoca ha effettivamente progettato o messo a punto le linee di produzione per renderlo possibile. [1]

2. La macchina per la cialda del Cornetto e lo stabilimento Soave

La storia del Cornetto è strettamente legata a Napoli e alle sue evoluzioni aziendali:

  • Il Cornetto nasce nel 1959 grazie all'intuizione di isolare l'interno della cialda con uno strato di olio, zucchero e cioccolato per non farla ammollare con il gelato. [1, 2]
  • Questa invenzione avvenne all'interno dello stabilimento SPICA di Napoli. In quegli anni di grande fermento industriale e fusioni (che videro poi i marchi Algida, Soave, Eldorado e Toseroni convergere gradualmente sotto la Unilever), la produzione del cornetto passò da artigianale a una massiccia produzione di stampo industriale. [1, 2]
  • Il legame con tuo padre: Per produrre miliardi di cornetti, l'industria alimentare italiana ha dovuto inventare da zero macchinari ad hoc, in particolare automazioni capaci di arrotolare, cuocere le cialde wafer in modo continuo e spruzzare il cioccolato all'interno a livello industriale. Se tuo padre lavorava nel gruppo in quegli anni d'oro dell'ingegneria meccanica applicata al food, è quasi certo che abbia firmato o contribuito a realizzare una di queste modifiche o macchine brevettate.

Questi racconti sembrano usciti da un diario di bordo o da memorie di cantiere vissute in prima persona.

 

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