2026 049 – Etologia della AI. Attenziò, trasformaziò, concentraziò.
Scienza
dell’ethos che tutto ha.
Ma
insomma che cosa è questa magia.
Oye
como me falta una bela analogia.
La
tratterò da bestia rara, non lontana da una manìa.
Voglio
studiarne il comportamento come faccio con il cane, bau.
Sono
a scuola dai preti a Roma.
Io e
il mio compagno l’Emiliano il romano
Siamo
sullo stesso banco a due piazze.
Di
quelli che ti danno un mondo ne verticale ne orizzontale.
Un
mondo obliquo, forse più giusto.
Perfetto
per giocarci a calciopallette.
Come
ignari matefisici quasi meta, sfruttiamo la gravità rototolatoria.
Il
maestro nel frattempo è nell’anima, con li mortacci suoi.
Nell’anima
lo cantava pure un avvocato, vero tosto come mosto d’asti.
Il
dito del mestro ci prova gusto e scorre.
Con
una perfidia che scudiscerà ogni viltà.
Ci
intravede illuminati di una luce obliqua.
Scommette
a dadi immaginari senza la certezza.
Ma
con un limpido mo’ vinculo.
Cerasi
alla lavagna, o santa lasagna.
Mi
parli della importanza della attenzione.
Così
impara e la smette di giocare con Aroldi trasformista.
Anche
se non sono proprio certo sono probabilizzato, pensa.
I
due noi, sono e siamo su binari nessualizzati.
Si
vede dalle pallette atterrate.
Emiliano
fa scena muta, come prevedibile probabile.
Overdose
di pallette un bello zero, meno.
Torna
al banco lesto mesto e poi mi fa:
A Clà, e anche questa ce la semo levata.
Zero
è comunque una prestazione performata.
A
quel punto sono sicuro, Emiliano e io siamo nessualizzati.
La
probabilità che mi interroghi anca mi è nulla.
Quanto
la presenza di un topocane in una favola.
E
invece ecco la sorpresa che mi chiama.
Aroldino
dal distratto testolino, dimmi di cosa parlavamo.
Io
fin da piccolo ero olistico, seppur a volte risultassi olostico.
Con
una mano esercitavo la perizia nel produrre pallette, con l’altra le
cerbottanavo.
Con
l’orecchio destro ascoltavo Emiliano.
Con
il sinistro irretivo il professore che cadeva nella mia trappola.
Non
è che proprio lo facessi apposta.
Forse
c’era una tanticchia di mimetica cazzimmetta.
È
che proprio mi veniva naturale più che artificiale.
Così
il povero prof mi fa la sua domanda.
E io
come trasformato in un automa gli rispondo.
L’interazione
sociale fu troppo e il professore se ne andò.
Mi
urlò solo che ero una acqua cheta.
Di
un mare in continuo motore rotore.
Mi
sembrò un complimento.
E va
bene e così sia.
Sarà
per quello che lavoravo pompando il cervello musical mente.
A
proposito, ma avete notato che tutti gli avverbi finiscono in “mente”,
Dovevo
chiedere a mio papà.
Lui
era ingegnere appassionato di ethos.
Papà
guarda qua sotto, che ci prendi più di I0
Esempio
discreto di tanta acqua cheta.
Che
sbriciola ponti e muraglie
Come
il pappice vicino alla noce.
Ci
farò fare da AI uno stendardo di famiglia.
Il
cryptocarlino ce lo abiaamo già.
Ci
vuole un gonfalone.
Della
dinastia mentale.
Di
acqua cheta un gabbiano regale.
Fùmatto
Claudietto
L’Aroldica
della Dinastia Mentale

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