2026 51 – Trittico della MiNa vacante.
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Sottofondo: E
intanto maggio se ne va
Non
vagante tipo nouvelle vague.
Proprio
vacanti.
Come
a dire perdute o mancante, assente.
Racconto
allora questo fatto.
Forse
è una storia, forse è memoria.
È
già accennata nei primi racconti per Vittoria.
Ma
mi picchia sempre in testa.
Il
che è un segno, per un matto già legato.
Il paradosso
sta nel nesso, è un paranesso.
Dentro
questa mente circonflessa.
Tutto
parte a Napoli, ma io non c’ero.
La
questione delle MiNa nel 26 deve essere per Hormuz.
Di
mine imbottitane a stracazzi.
Devono
infatti essere tante.
O
forse sono poche.
Forse
perciò le rinomino vacanti.
Come
la sede di un papato finito.
Sono
vaganti, eppure nessuno ci sbatte addosso.
Come
se ci fosse una vuota assenza.
E
così ho esaurito l’iperbolica premessa.
Che
c’entra, oh si se c’entra.
Le
mine che mi risuonano sono cugine.
Sono
quelle di Milano Napoli.
In semi
acronimo le MiNa.
In
geografica calata: sempre MiNa.
Le
arrotondo da due a tre.
Perché
tre sono proprio tre.
Ed
ecco che appare il trittico.
Poi
ricomincio da tre più me.
Ed
il trittico si fa quattrico.
Nelle
rade vicinanze di vacanze io ero il piccolo.
Era un
po’ come avere tre sorelle in prestito.
Tipo
leasing, che non è neanche male.
Perché
al terzo giorno un fratello magari puzza.
Noi
comunque avevamo il nostro 3 x 2.
In pratiche
rate spaziotemporali.
Ma
ci perdemmo nelle alchimie della guapa familia.
Nel
seguente ordine cronologico incerto.
Dopo
io, il mini me, c’era la seconda o prima.
Mi
diceva sempre devi metterci l’amore.
In
qualsiasi cosa.
Io ci
ho messo una vita.
Poi
mi hanno illuminato e ho sentito.
Mi
chiamava cucinino.
Mi
sentivo un monolocale.
In
mezzo o altrove c’era la seconda delle tre.
Mi
diceva che allungava la strada per l’ufficio.
Pur
di rimirare il suo amato Golfo.
Io
la prendevo in giro bonario.
Il
mio golfetto sta nell’acqua a fondo cessetto o lavandino, le dicevo.
Ma
mannaggia a non so chi, io lo sapevo.
In questo
cesso di Milano l’unico golfo è una darsenètta.
La
terza cugina è la matriarca.
Come
una matriosca con dentro le altre.
Sempre
festosa tutta allucchi e cuore d’oro.
Mi
sopporta se le chiedo che ce ne facciamo.
Di
questo mare magno che io scrivo.
E
lei fa la diplomatica, come il dolce.
Lei
lo sa che sono pigro selettivo.
Comunque.
Puozze
passa nu guaio.
A chi
ci ha vestito di affetto di velluto.
E
poi ce ne ha spogliato.
Questa
è sempre la nostra guapa familia.
La
storia mi ricorda quella di Vittoria.
A
volte gli affetti si travasano da cugini in fratelli.
Come
tra vasi comunicanti.
Di
lavandini, dei cucinini.
Kalimmudda
semper dixit

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