giovedì 19 marzo 2026

2026 51 – Trittico della MiNa vacante

 2026 51 – Trittico della MiNa vacante.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: E intanto maggio se ne va

 

Non vagante tipo nouvelle vague.

Proprio vacanti.

Come a dire perdute o mancante, assente.

Racconto allora questo fatto.

Forse è una storia, forse è memoria.

È già accennata nei primi racconti per Vittoria.

Ma mi picchia sempre in testa.

Il che è un segno, per un matto già legato.

Il paradosso sta nel nesso, è un paranesso.

Dentro questa mente circonflessa.

Tutto parte a Napoli, ma io non c’ero.

La questione delle MiNa nel 26 deve essere per Hormuz.

Di mine imbottitane a stracazzi.

Devono infatti essere tante.

O forse sono poche.

Forse perciò le rinomino vacanti.

Come la sede di un papato finito.

Sono vaganti, eppure nessuno ci sbatte addosso.

Come se ci fosse una vuota assenza.

E così ho esaurito l’iperbolica premessa.

Che c’entra, oh si se c’entra.

Le mine che mi risuonano sono cugine.

Sono quelle di Milano Napoli.

In semi acronimo le MiNa.

In geografica calata: sempre MiNa.

Le arrotondo da due a tre.

Perché tre sono proprio tre.

Ed ecco che appare il trittico.

Poi ricomincio da tre più me.

Ed il trittico si fa quattrico.

Nelle rade vicinanze di vacanze io ero il piccolo.

Era un po’ come avere tre sorelle in prestito.

Tipo leasing, che non è neanche male.

Perché al terzo giorno un fratello magari puzza.

Noi comunque avevamo il nostro 3 x 2.

In pratiche rate spaziotemporali.

Ma ci perdemmo nelle alchimie della guapa familia.

Nel seguente ordine cronologico incerto.

Dopo io, il mini me, c’era la seconda o prima.

Mi diceva sempre devi metterci l’amore.

In qualsiasi cosa.

Io ci ho messo una vita.

Poi mi hanno illuminato e ho sentito.

Mi chiamava cucinino.

Mi sentivo un monolocale.

In mezzo o altrove c’era la seconda delle tre.

Mi diceva che allungava la strada per l’ufficio.

Pur di rimirare il suo amato Golfo.

Io la prendevo in giro bonario.

Il mio golfetto sta nell’acqua a fondo cessetto o lavandino, le dicevo.

Ma mannaggia a non so chi, io lo sapevo.

In questo cesso di Milano l’unico golfo è una darsenètta.

La terza cugina è la matriarca.

Come una matriosca con dentro le altre.

Sempre festosa tutta allucchi e cuore d’oro.

Mi sopporta se le chiedo che ce ne facciamo.

Di questo mare magno che io scrivo.

E lei fa la diplomatica, come il dolce.

Lei lo sa che sono pigro selettivo.

Comunque.

Puozze passa nu guaio.

A chi ci ha vestito di affetto di velluto.

E poi ce ne ha spogliato.

Questa è sempre la nostra guapa familia.

La storia mi ricorda quella di Vittoria.

A volte gli affetti si travasano da cugini in fratelli.

Come tra vasi comunicanti.

Di lavandini, dei cucinini.

 

Kalimmudda semper dixit

E intanto maggio se ne va

 


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