venerdì 29 agosto 2025

2025 08 26 – Neurosfera. L'uomo metta a terra il cielo

 2025 08 26 – Neurosfera. L'uomo metta a terra il cielo.

  



Il rientro in città è stato pesante.

E per forza.

Non c’era gente.

Il peso del cielo preme sulla testa di chi c’è c’è.

E lui lo deve mettere a terra, come la corrente.

Facendolo anche a sua insaputa.

Se non trova nessuno il cielo si sposta come acqua in vasi comunicanti.

E cerca e scorre altrove.

È questione di gravità che pervade tutto il suo campo.

I rotori semantici frullano pensieri scomponendoli in dati.

Questi vengono trasmessi a tutti e ricevuti da tutti.

Sono incisioni nel vinile universale.

Che essendo campo è omogeneo.

È la terra che girando scava solchi con i frammenti di pensieri.

Che riassemblandosi diventano il pensiero.

Originato sempre dallo stesso pacchetto di dati primigenio.

Letto e cantato come da una puntina di giradischi di vinile.

La neurosfera raccoglie, registra e riespande ogni alterazione di massa orbitale.

Le informazioni vorticano in rotori semantici.

Mentre orbitano attorno alla Terra e oltre.

In spirali sempre più espanse fino a che l’universo stesso si espande.

Si scaricano pensieri dalla neurosfera grazie ai centri di gravità per la mente.

Tra questi alcune disgraziate antenne sono anche gli umani.

Tutto è già a disposizione.

Ma deve essere oggetto di ricezione e trascrizione.

Che può essere anche sbagliata deviata o alterata.

Che non rispetti il pacchetto dati primigenio.

Idee prime, archetipi, principi di fondo, dinamiche dominanti.

Possono anche diventare la metafora chiamata male.

Che però è sempre lui che le usa male, l’umano.

Allora nella solitudine da urbano ho voluto dire queste cose.

Che ripeto da una vita ma in maniera inefficace.

Ma ora so che è perché non sono capace di disegnare.

Allora mi han donato e ho fatto ricorso alla intelligenza artificiale.

Che in un secondo mi ha donato la capacità di visualizzare.

È un evidente passo verso la civiltà dell’intelletto.

Che non va appropriato e distorto.

Come ogni cosa di scienza non direi che è una invenzione.

Ma una mescolanza di scoperte.

Il nocciolo è che io uomo sono stato potenziato.

Le 4 immagini sono di un rotore semantico, un vinile celestiale, una neurosfera,

E l’uomo recettore centro di gravità per la mente.

Senza che possa deviare dal pacchetto dati primigenio.

E capace lui di mettere a terra il cielo.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Il cielo - Figli del sogno














mercoledì 27 agosto 2025

2025 08 27 – Palestina Israele e Wyoming

2025 08 27 – Palestina Israele e Wyoming.

 

Baratto per baratto barattati il tuo retto.

Non si scherza sulle tragedie altrui.

Perdono ma mica scherzo.

Un velato vaffa in giusto però è concesso.

Ho una idea presidenziale.

Voglio scrivere anche io al Presidente Trump.

In questa epoca di geo scambi ho la soluzione.

La chiave per Gaza non è l’occupazione.

Meno che meno la riviera.

C’è qualcosa di lampante e più evidente.

Roba da baratti di territori e stretti.

Tipo Panama per Suez e Groenlandia per Alaska.

Ho sognato un grande trasloco fisico altrove.

È il baratto tutto intero di Israele.

Che liberi strisce e tutti i territori vari.

E non faccia più il sultano imperatore di area.

Ci si poteva pensare prima.

Che a farci una nazione lì veniva un gran casino.

Ora possiamo rimediare come stiamo già facendo.

Che in anglofono gerundio fa remeding.

Torno indietro degli 80 anni di finta pace.

Faccio a cambio con la pietraia santa.

E gli do il Wyoming pure bello lontano.

Israeliani scusate ci eravamo sbagliati.

Niente città santa a mura gialle.

Erano zone tutte già occupate

Adesso avete la natura pura di Yellowstone.

Presidente tu puoi fare ciò che vuoi.

Quelli sì che sono Stati tuoi.

Puoi riservarne uno tutto completo.

Per accogliere gli israeliani del mondo intero.

Facci pure una nuova terra santa.

Una frontiera del tatanka dio bisonte.

Quello dei nativi sterminati.

Ora puoi pure renderli ripopolati.

Dagli ebrei riappacificati dai boschi di pace.

Sarai il messia di questo progresso.

Tanto quello è uno stato mezzo vuoto.

Che non serve a niente.

Pronto solo ad essere occupato.

Con i suoi 2 abitanti per chilometro quadrato.

In totale mezzo milione di cristiani.

Detto per dire, intendevo di persone.

Tra praterie foreste e anime indiane.

Tanto spazio tutto per 10 milioni di israeliani.

Mi sorprende come siamo diventati bravi.

Ragioniamo presidenziali.

E questo è uno scacco matto.

Perché è un logico baratto.

A cui non si sa cosa uno ribatta.

Così finisce ogni diaspora intellettuale o fisica.

Con la Palestina libero stato indipendente.

Salvato prima che ne rimanesse solo un pugnetto.

Dedito poi al culto della fredda vendetta.

Con la relativa indicibile ferocia armata.

Altrimenti vale anche al contrario.

Che il Wyoming sia donato alla Palestina.

È una terra di origini semplici.

Potrà apprezzare il grande gesto.

Preside, come la volti e la giri il Wyoming te lo devi giocare.

Non si può mica sempre fare i ricchioni col culo degli altri.

Resta solo un problema.

Come una specie di deja vu.

È l’israeliano puro che si fotte pure lui l’indiano.

E che volete, è geopolitica, è per giocare.

Un baratto tra Palestina, Israele, Wyoming.

Adesso però basta giocare bambini.

Lavatevene le mani.

Game over e lauta cena.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Holy mother - Clapton Pavarotti

 

 

In principio fu già buio



 

 

 

 

 

 

 

 

  

martedì 26 agosto 2025

2025 08 25 – Buffo lusso dei buffoni col buffo

2025 08 25 – Buffo lusso dei buffoni col buffo.

 

Costume e società di eccessi di lussi.

Tutti pazzi per una nave.

A Shangai non chissà dove.

Non sa manco navigare.

Solo i vostri soldi fa salpare.

Tra sfrenati eccessi e lussi.

Una gemma che non sta in Maremma.

Terra nobile e selvaggia.

Dove sciopping è una bestemmia.

Con rimbalzo alla madonna bona.

Solide genti burbere di butteri bovari.

La famigerata tela al vinile naviga per altri lidi.

Luì uittòn moè hè sciandòn.

Ogni volta che la vedi girano le balle.

Ruotano a contrapposte rotazioni.

Piene di certezza e di ragione.

La decadenza della civiltà sta in una nave cattedrale.

Tempio di consumi lussi ed eccessi.

In forma di gigante bastimento da idolatrare.

Con il marchietto stilizzato pure un po’ sfigato.

Come se il tessuto non bastasse si lanciano in un altro lusso.

Meta ambita da tutti da quando i ricchi sono sempre più ricchi.

Ecco l’altro lusso:  Louis Vuitton arriva nella cosmesi.

Se non capiscono il valore della massa in fondo cazzi loro.

Invece puntano a vendere rossetti da 160 euro l’uno.

Me la immagino in maremma grossetana tutta ‘sta Beauté.

Che poi cosa è questa cosmetica cosmesi.

Insieme di attività, tecniche e arti relative al cosmetico.

Ciò che migliora la piacevolezza, l'apparenza e l'estetica.

Secondo un canone che oscura mente ha stabilito.

La parola viene dal greco kósmos che significa "ordine".

Da cui kósmesis che vuol dire mettere in ordine.

Abbellire lo abbiamo aggiunto noi.

Ridicolo istinto per completare un monco io.

Un giorno l’io non servirà più.

Ma non adesso.

Ripenso al bastimento carico di rossetti milionari.

Mi sogno in sommergibile.

Armare i tubi di lancio due e tre.

Il numero uno resta di scorta.

Per una moda che nessuno sa.

Fuoco al germe del lusso.

Sciopero dei consumi di massa.

Fermate la ruota che gira a spirale inversa.

Verso l’alto, apicale ricottara.

Che si sgretoli ogni impero del lusso.

Sciolto nei pianti dei loro buffi.

I debiti, per estensione maremmana.

I buffi sono i debiti alla romana.

Perché più sono ricchi più qualcuno hanno inculato.

Sono quindi debitori di debiti, buffi.

E allora che sia la loro.

La tragicomica commedia.

Comica cosmetica davvero.

Per buffoni.

Il buffo mistero dei buffi.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Popolana Notte della Taranta 2025

 

LV in attesa del sottomarino buffo.



 

 

 

 

domenica 24 agosto 2025

2025 08 24 – Pomo cubo e grano nano

2025 08 24 – Pomo cubo e grano nano.

 

Più nani per tutti.

Quando l’umanità mi sconforta ho un rifugio.

Cerco sottili connessioni tra distanti eventi.

La sincronicità dello jung mi entusiasma.

Di collegamenti nella realtà io vedo la danza.

Cerco e guardo notizie di scienza.

Mi consola il progresso della conoscenza.

Mi fa credere che ci sia speranza.

Siamo capaci di scoprire ogni cosa.

Magari certe volte solo per caso.

Ma così viaggia la scienza del progresso.

Per tentate ipotesi e smentite comprovate.

Oggi la notizia risveglia memorie di gloria.

Brescia raccoglie il primo raccolto di grano nano.

Brescia è anche piazza di germogli e foglie.

Brescia è pure terra di mia morta moglie.

Tutte occorrenze mica coincidenze.

Erano lustri fa che Ferruzzi comprò una società.

Era roba di genetica per uso agroalimentare.

Avevano inventato i pomodori quadrati, a cubo.

Sembra un mai più senza e invece no.

Servivano a impilarli nelle cassette.

Senza spazi vuoti erano come quadrature di cerchi.

Per trasporti più efficienti e prezzi bassi.

La genetica modificata mi apparì il futuro.

Oggi arriva il raccolto di mais selezionato.

Lo posso fare più resistente e piccolo.

Per deduzione anche più cicciotto, alto e fitto.

Mi ritorna un altro flash di un esatto anno fa.

La carenza idroalimentare è una bufala pazzesca.

Fare morire di fame è questione da vero infame.

Soprattutto quando so produrre scatolame.

Pomodori a cubo e grano nano.

E per l’acqua è una altra bufala.

Siamo un pianeta coperto d’acqua.

Basta togliere il sale.

Oppure lasciarcelo e imbottigliarlo.

Per bollire gli spaghetti.

Nell’opulento occidente.

Delle acque minerali.

Che disgusto la carenza di inventiva.

Scarsità di connessioni e sperimentazioni.

Si potrebbe irrigare tutto il Sahara.

Ed invece questi stanno a fare le bombe.

Per una spaghettata di profitti.

Che gli vadano di traverso a pranzo e cena.

Lo diceva già la mia mamma.

Zitto e mangia.

Che a tavola si combatte con la morte.

Va a finire che ti strozzi.

Soprattutto a pancia e piatto pieno.

Del tuo nuovo grano nano.

 

Kalimmudda ipsum dixit

A sister killed her baby cause she could not afford to feed it.

 

In realtà è mais, ma vale istès


 

sabato 23 agosto 2025

2025 08 23 – Non calpestare il tronco nel deserto

 2025 08 23 – Non calpestare il tronco nel deserto.

 

Per fare un albero non ci vuole un seme.

Basta un ceppo se non passa un cippo.

Nella piazza c’era un grande albero secolare.

In estate si prodigava ignaro ad ombreggiare.

Si vedeva svettare dalle arterie convergenti.

Tagliava l’orizzonte di tutta la città a metà.

La piazza era simbolo multi etnico.

Era un crocicchio multirazziale.

Con la pianta perno simbolo centrale.

Era un crocevia sociale.

Arrivò un giorno un fortunale.

Un temporale forte senza uguale.

L’albero alto quasi dieci piani si crepò.

Un ramo restò lì appeso a penzolare.

Arrivò la truppa comunale.

Motoseghe alla mano lo potarono criminali.

Gli abitanti dei quartieri rimasero esterrefatti.

Oltre che sociale era simbolo di arredo.

Troneggiava verdeggiante naturale.

Senza spettri di desaign urbano.

Offriva i suoi servigi lussureggianti.

Gratuiti per ogni etnia tribale.

Avranno detto che pericolava.

Forse sopra la linea del tram.

Ma si poteva anche potare a due terzi o a metà.

Un giardiniere integralista decretò che lo segò.

Ora campeggia un ceppo che pare monito di ghigliottina.

Han piantato lontano degli arbustelli.

Che forse tra un secolo saranno così belli.

Oltre alla valenza ornamentale manca il riferimento sociale.

Era un gigante di cultura verde a disposizione per tutti.

Ma la vita è più forte.

Nel coacervo di socialità e banalità il ceppo germogliò.

Qualcuno poco cervello e tanto uccello lo staccò.

Ma l’albero simbolico rifiorì e rigermogliò.

Si disse che l’udirono cantare a squarciagola.

Prendendo a prestito sante parole.

Caldo caldo siccità nella mia città c'è un fiore.

Fiore della vita la speranza non è finita.

È un tamtam da un capo all'altro del continente.

Un passaparola di suoni che unisce la gente.

Che cerca in questo deserto un po' d'acqua da bere e la trova.

Nella cultura che si rinnova.

E si sviluppa dove ha più sofferto.

Non calpestare i fiori nel deserto.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Pino Daniele - Non calpestare i fiori nel deserto

Pino Daniele & Pat Metheny - Non calpestare i fiori nel deserto

 

Il ceppo di piazzale Brescia.



 

 



venerdì 22 agosto 2025

2025 08 21 – Milano, guaio niro

2025 08 21 – Milano, guaio niro.

 

Siamo noi i cattivi pensieri.

Siamo i bicchieri mezzi vuoti e pieni.

Eppure abbiamo da bere e da mangiare.

Come farà chi il bicchiere lo ha vuoto e basta.

Lamentarsi è un insulto alla miseria.

La povertà vera sarà cosa ben più seria.

Mentre noi siamo quelli ancora comodi.

Per vacanze, cibo e spassi con i soldi.

E per il resto aspetteremo i saldi.

Il rientro in città dà il voltastomaco.

È uno schiaffo dritto in faccia.

Il un mare di bitume e di pattume.

Le ferie sono un vezzo che disprezzo.

Una posa di privilegio per chi le sogna.

Con momenti corti e destinazioni incerte.

Servono a respirare per rituffarsi nell’apnea.

Di questa città che rode fegato e polmoni.

Manca solo qualche ora alle sue frenesie assortite.

Ristoranti da tangenti, aperitivi di tiri, moda alla moda.

E soldi, tanti soldi.

Ma per pochi moneygoldi.

Milano è una città che di metà ne ha tre.

Chi sta sotto chiuso nel suo quartiere.

Chi sta sopra da sicuro vacanziere.

E nel mezzo il sempre più sottile centro.

Solitario alla deriva di cattivi pensieri e di miserie.

Milano è la solitudine tra la folla.

Sobbalzo nottambulo in chissà quali incubi.

Alla finestra sul balcone accendo la centesima sigaretta.

Nel buio della notte incrocio una solitaria compagnia.

Accompagna la mia ciospa che sembrano gemelle.

È la notte di chi fuma insonne perché il tempo ha da passare.

Notte non dare tormento a chi si vuole ubriacare.

Bicchiere per bicchiere resta sempre mezzo vuoto.

Più distante vola un suono di televisore.

La murata condominiale è tutta piena di finestre buie.

Meno una.

Sussurra lievi voci di notizie.

È la solitudine peggiore.

Non ne sentirà nemmeno una buona.

Meglio allora un suicidio lento.

A televisore spento.

E bicchiere pieno e vuoto.

Sorsata per sorsata.

Boccata per boccata.

Dentro l’aria buia.

Di Milano, guaio niro.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Puozze passa' 'nu guaio niro

 

Skylaign di desaign, con le montaign



 

 



Solitudine, guaio niro


 

mercoledì 20 agosto 2025

2025 08 20 – Il deporto di capperi e cucunci

2025 08 20 – Il deporto di capperi e cucunci.

 

Nel bagaglio di memorie mi mancava questa.

Nascosta forse per celare la voglia di barca e mare.

È una storia di scafista da diporto.

Che in idioma ricottaro vuole dire svago.

Facciamo finta di essere superiori.

Ma alla fine non ci siamo così evoluti.

Il bisogno di appropriazione ci possiede.

Come a tutti, per sopravvivenza della specie.

Navigare nel superfluo è divertente.

Siamo onesti, meglio che essere indigente.

Così in un tempo corto il diporto si fa deporto.

Si parte con la barca con due motori.

Solida che quella non affonda e non si ferma.

Roba da ricottari dei trasporti marinari.

Niente a che vedere con i gommoni porta morti.

La barca da diporto esce discreta dal porto.

Era un’alba chiara e tersa con una lieve brezza.

Mare piatto forza olio da solcare con dolcezza.

Si naviga costanti solamente qualche ora scarsa.

Fino all’approdo nella magia di un porto giallo tufo.

Dritti a quella volta arrivammo a Ventotene.

Niente a che vedere con confini ed empiti europei.

Era solo una privata missione agroalimentare.

Intrapresa per soddisfare un vezzo di arredo.

Come sanno fare da campioni i ricottari di ogni dove.

Si era partiti dal giardino di terrone meridione.

Ci prosperavano solo agavi spinose.

E pungenti irriverenti fichi di india.

Era ben diviso dai suoi bei muretti a secco.

Pietre e scarsa terra in anfratti bruciati dal sole.

Il capriccio vezzo vero era volerli verdeggiare.

Ignorando quanto fosse contro natura.

Vivono selvatici alle Eolie, a Salina, a Ventotene.

Spuntano in ciuffi dai muretti prima i fiori e poi i cucunci.

Con le foglie bene in carne sono meraviglie floreali.

Sono i capperi pendenti dai roventi buchi dentro i muri.

Ero giovane con il mondo in mano.

Pensai di deportarne qualche decina di decine.

Caricai la barca di piante comperate dall’io pago.

Il contadino le vendette incredulo tanto gli crescevano.

Coprivano tutto il bianco delle murate della barca.

Ondeggiavano leggere sotto i verdi rami e foglie.

Eravamo lo spettacolo isolano del porto.

Nello scoglio giallo brullo eravamo un sole verde.

Pronto a uscire dal porto per deporto da diporto.

Stravaganze ricottare di un urbano da Milano.

Tipo bosco verticale antesignano.

Tornammo a destinazione sempre in meridione.

Certi che non cambiasse nulla piantumammo.

Ignorammo il noto monito della canzone di memoria.

Per stavolta non cambiare, stessa spiaggia stesso mare.

Mettemmo a dimora tutte le piante deportate.

Attecchirono selvagge per la spinta di riserva di vita.

Dopo lungo tempo il Pasqualino mi chiamò allarmato.

Non esistevano foto e smartfòn per cui tremante favellò.

I capperi coi fiori e coi cucunci erano morti tutti.

Non se ne era salvato manco uno tra decine.

Nemmeno per istinto di conservazione della specie.

Anzi come per precluderne altre geomanipolazioni.

Ebbi un istante di interdizione che mi dette la lezione.

Se deporti in senso lato crei comunque sempre morti.

Puoi nutrire e dare da bere ma non puoi curare il cuore.

Sono certo che sia ciò che capita ai bonsai.

Non è vero che muoiono di ignoti stenti.

È che si suicidano per i subiti torti.

Anche i capperi nostalgici si erano suicidati in massa.

Per vendetta al ricottaro e a suoi morti muri in pietra.

Così è quando vedrete al mare o altrove il prossimo barcone.

Non pensiate solo a fame, sete e primari bisogni primitivi.

Ricordatevi dei capperi e pensate a paura e tristezza.

Per quel loro dimani dove non v’è più certezza.

Saranno già morti di tristezza per deporto.

Mentre noi ci prodighiamo con orgoglio di accoglienza.

La cui causa siamo sempre noi.

Con la nostra civiltà ripiena.

Piena farcita di benesseri.

Tra abbuffate di cucunci e capperi.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Sudd

 

Cappero da muro


 

lunedì 18 agosto 2025

2025 8 18 – Dalla tele al libretto in rosso

 2025 8 18 – Dalla tele al libretto in rosso.

 

Adesso infuriano le paci.

Tra i ghiacci ardono come braci.

Più nessuno gioca a zitto e taci.

Urlano e strillano le loro voci.

C’è un fatto nazionale popolare.

Mentre il mondo balla la sua quadriglia.

Mentre noi guardiamo come inermi vermi.

Niente più anchor che intrattiene e ci conduce.

Era il bravo presentatore del tivù a colori.

È morto quasi centenario senza fare storie.

Che da noi riposi in pace, anche morto ci conduce.

Con l’anima intrecciata con il televisore.

Il televisore che grande invenzione.

La televisione, che animale da compagnia.

E che strumento di potenza.

Dal sublimine persona fino giù a Potenza.

Determinante degli umori nazionali.

Ammortizzatore sociale preferenziale.

Intrattenitore come al circo massimo.

“Il paese era inquieto. Ci inventammo le gemelle Kessler.”

E poi telegiornali informativi, caroselli, varietà.

Intrattenimenti, canzonette e sempre il santo calcio.

Da guardare in compagnia al bar sport.

Poco praticato ma bene delegato.

Oppure a casa di vicini più moderni.

Ma sempre inermi come vermi.

Tutto questo non c’è più, così si dice.

È affogato negli apparecchi che formano le masse.

Prima fu lampante la tele commerciale.

Nata per innestare presunti libertari consigli per gli acquisti.

Asservita a creare e diffondere il consumanesimo istintuale.

Quello da bestie animali educate a bersi ogni goccia culturale.

Crebbero sia i cachet che i prezzi, oltre ogni limite morale.

Stimolati dai bisogni imposti nel modello subliminale.

Arrivò però internèt e la sua ventata di speranza.

Tutti diedero la tivù per morta, stesso funerale dei giornali.

Sostituita da una libertaria anarchia latente in realtà inesistente.

Il disegno confluì in convergenza.

E fu macedonia di demenza.

È fatto di neurosenza che la testa non ce la fa.

Non può assorbire abbastanza di tanta falsa abbondanza.

E così ognuno si crea il suo selettivo palinsesto.

Ed il gioco è fatto, in apparenti piccole private sfumature.

Non c’è più un pensiero compiuto condiviso.

C’è quello smart-io che sovrasta ogni noi.

La frammentazione dell’abbondanza enorme porta divisione inerme.

Nell’illusione di capire l’interpretazione.

Ingrediente ultimo per ogni vera democrazia.

Il divide e impera fatto ad hoc ad personam.

Tutto basato sulle cosce delle Kessler.

Sublimatesi in un mondo porno.

Una altra rivoluzione culturale.

Comportamentale.

Coi modelli di successo alcolemico e tossico.

Valvole di evasione in monoporzione.

Anche essi parte del modello culturale.

Dopo i consigli per gli acquisti tutti a scopare ubriachi di aperitivi.

Come i conigli o i soliti poveri tentati transfughi criceti.

Quanto erano più avanti certi imperatori.

Lo capì e lo assorbì per bene Mao.

O confondi tutti e poi manipoli.

O manipoli direttamente.

Quando hai un popolo vergine da sverginare.

Dalla sua primitiva coscienza collettiva.

Seminare poche nozioni.

Fino a che forse essa impari per poi insegnare da sola.

Ecco perché alimentare la rete neurale.

Il cervello dell’intelligenza artificiale.

Ecco cosa ci vuole dopo la tele e la rete.

È di nuovo giunta l’ora.

Del libretto scritto in rosso.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Liberty City - Jaco Pastorius Big Band - Live In Japan 1982

 

Libretto rosso pure tattile.

Il tuca tuca del Dadaumpa