mercoledì 20 agosto 2025

2025 08 20 – Il deporto di capperi e cucunci

2025 08 20 – Il deporto di capperi e cucunci.

 

Nel bagaglio di memorie mi mancava questa.

Nascosta forse per celare la voglia di barca e mare.

È una storia di scafista da diporto.

Che in idioma ricottaro vuole dire svago.

Facciamo finta di essere superiori.

Ma alla fine non ci siamo così evoluti.

Il bisogno di appropriazione ci possiede.

Come a tutti, per sopravvivenza della specie.

Navigare nel superfluo è divertente.

Siamo onesti, meglio che essere indigente.

Così in un tempo corto il diporto si fa deporto.

Si parte con la barca con due motori.

Solida che quella non affonda e non si ferma.

Roba da ricottari dei trasporti marinari.

Niente a che vedere con i gommoni porta morti.

La barca da diporto esce discreta dal porto.

Era un’alba chiara e tersa con una lieve brezza.

Mare piatto forza olio da solcare con dolcezza.

Si naviga costanti solamente qualche ora scarsa.

Fino all’approdo nella magia di un porto giallo tufo.

Dritti a quella volta arrivammo a Ventotene.

Niente a che vedere con confini ed empiti europei.

Era solo una privata missione agroalimentare.

Intrapresa per soddisfare un vezzo di arredo.

Come sanno fare da campioni i ricottari di ogni dove.

Si era partiti dal giardino di terrone meridione.

Ci prosperavano solo agavi spinose.

E pungenti irriverenti fichi di india.

Era ben diviso dai suoi bei muretti a secco.

Pietre e scarsa terra in anfratti bruciati dal sole.

Il capriccio vezzo vero era volerli verdeggiare.

Ignorando quanto fosse contro natura.

Vivono selvatici alle Eolie, a Salina, a Ventotene.

Spuntano in ciuffi dai muretti prima i fiori e poi i cucunci.

Con le foglie bene in carne sono meraviglie floreali.

Sono i capperi pendenti dai roventi buchi dentro i muri.

Ero giovane con il mondo in mano.

Pensai di deportarne qualche decina di decine.

Caricai la barca di piante comperate dall’io pago.

Il contadino le vendette incredulo tanto gli crescevano.

Coprivano tutto il bianco delle murate della barca.

Ondeggiavano leggere sotto i verdi rami e foglie.

Eravamo lo spettacolo isolano del porto.

Nello scoglio giallo brullo eravamo un sole verde.

Pronto a uscire dal porto per deporto da diporto.

Stravaganze ricottare di un urbano da Milano.

Tipo bosco verticale antesignano.

Tornammo a destinazione sempre in meridione.

Certi che non cambiasse nulla piantumammo.

Ignorammo il noto monito della canzone di memoria.

Per stavolta non cambiare, stessa spiaggia stesso mare.

Mettemmo a dimora tutte le piante deportate.

Attecchirono selvagge per la spinta di riserva di vita.

Dopo lungo tempo il Pasqualino mi chiamò allarmato.

Non esistevano foto e smartfòn per cui tremante favellò.

I capperi coi fiori e coi cucunci erano morti tutti.

Non se ne era salvato manco uno tra decine.

Nemmeno per istinto di conservazione della specie.

Anzi come per precluderne altre geomanipolazioni.

Ebbi un istante di interdizione che mi dette la lezione.

Se deporti in senso lato crei comunque sempre morti.

Puoi nutrire e dare da bere ma non puoi curare il cuore.

Sono certo che sia ciò che capita ai bonsai.

Non è vero che muoiono di ignoti stenti.

È che si suicidano per i subiti torti.

Anche i capperi nostalgici si erano suicidati in massa.

Per vendetta al ricottaro e a suoi morti muri in pietra.

Così è quando vedrete al mare o altrove il prossimo barcone.

Non pensiate solo a fame, sete e primari bisogni primitivi.

Ricordatevi dei capperi e pensate a paura e tristezza.

Per quel loro dimani dove non v’è più certezza.

Saranno già morti di tristezza per deporto.

Mentre noi ci prodighiamo con orgoglio di accoglienza.

La cui causa siamo sempre noi.

Con la nostra civiltà ripiena.

Piena farcita di benesseri.

Tra abbuffate di cucunci e capperi.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Sudd

 

Cappero da muro


 

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