2026 033 - Lamezia Terme chiama Hong Kong.
Il Partito Cinetico è nato e varato.
Programmerà l’economia fuori dalle disparità.
Governerà la transizione dai lavori fissi pesanti.
Con equità ci proietterà nell’era della immaterialità.
Sarà il maraviliòso mondo della IA.
Saremo tutti informatici artisti e turisti.
Resterà qualche pizzaiolo, portiere, spacciatore e puttana.
Chi sta nel guado si ritrova perso nella smarrita via.
Chissà quanto dura questo viaggio fino a Futura.
Generazioni di formazione e retroinformazione.
Ma calmi tranquilli e sereni.
Abbiamo già pronta la geosoluzione.
Ahi Lamezia Lamezia quanto mai sottovalutata ti avìa.
Centro di calabra nevralgia tra Santa Eufemia e incerte terme.
Eppure nel nascituro 68 dal mio 66 era palese il tuo futuro radioso.
Si vedeva atterrando su quella strisciolina di asfalto.
Spersa in Calabria a metà tra Maratea e il ponte sullo Smilzo.
Evocativo soprannome di malavitoso linguaggio gergale.
Infrastrutture, che selve oscure.
Dicono che ci sia questa anvedi di andrangheta.
Oggi risulterebbe la meglio mafia più esterovestita.
E per forza ci hanno l’aeroporto termale internazionale.
Come sia sia mio padre mi ci mandava in aereo privato da Londra.
A Londinium ci andavo ogni estate per l’inglese.
Io scappavo di squola per andare a vedere Wimbledon.
L’inglese lo imparai assai più meglio dentro la brogna.
Quella di Larissa figlia del generale Nato Che Sarek.
Generale Usa di stanza in terra di passeggiatori filosofi.
Ma pure in tanta aria di Heidelberg gli Usa e getta mangiavano big Mac .
Mentre difendevano e impiantavano democrazie qua e là.
Portatori sani di divide et impera in libertà.
La neurosfera Heidelberg così io l’ho annusata.
Centro nevralgico non solo del Calabro ma di tutta la Nato.
Eravamo quasi in pista quando si scendeva in planata termale.
Atterrare aveva già un che di sinistro e di fosco ove non losco.
La pista finiva oltre la spiaggia quasi nel mare.
Forse questione di appaltamenti per speculare.
Volate pure ma se dovevate volare avevate le ali.
Di peggiori aeroporti oltre Palermo e mi sovviene solo Agno l’offshore.
Ad ogni modo tanto preambolo si promette denso di iperboli.
Il fatto è che agghindato a principino tutti mi scrutavano.
In quel deserto dei Calabri spiccavo per sicurezza.
C’era una certa riverenza per l’assenza di precauzione o prevenzione.
A Milano per paura di oscuri rapimenti invece non potevo mai uscire.
Solo Pino Daniele mio padre me lo fece intravedere, a modo suo.
Nel palazzetto dello sport ma in cima, vicino alle vie di fuga.
Con due guardie in borghese ai miei lati.
Era buio ma mi sentivo pieno di invalida rossa vergogna.
Di Pino ero talmente su in alto che non vidi una mazza.
A San Siro per il derby mi ci mandò solo una volta.
Ovviamente a tifare per l’Inter, senza proditoria imposizione.
Ma per naturale venerazione di ogni Morattitudine.
Mi caricò dal signor Pacchiana, usciere della Saras.
Che mi regalò una bella urbana avventura in Fiat 500.
A Lamezia mi aspettava pure il Mercedès blu di ordinanza.
Il portantino si chiamava Liberatore.
80 anni di driver cecato ma fidato.
Considerate pure che là si era in terra di contrada Caronte.
Pronti ad attraversare lo Stige Termale per un pediluvio infernale.
Come la volti, tutte queste stranezze allora si percepivano.
Chiuso nella bolla di un omertoso privilegio dal certo stampo mafioso.
La sensazione l’avevo già provata sempre in britannici ghingheri.
Per il funerale di zio Bibi mi traversai a piedi Secondigliano.
I taxi mi rifiutavano perché l’aereoporto era troppo vicino.
Solo tra mille sguardi furtivi mi sentivo radiografato.
Insomma, a me queste mafie mi intrigavano e si sentivano nell’aria.
Avevo la percezione che i padroni di tutto fossero “loro”.
Non il pubblico, non lo Stato, non la gente.
Ma questa cupola di alabastro.
Attraverso cui passava solo una idea di luce.
Era come se avessi una Arolditudine a cercarne la presenza.
Non mi era chiaro però quanto mi riguardassero.
In tutto ciò portavano testimonianza di natura e cultura.
Ma soprattutto infrastrutture e reti pronte da scalare.
In quella bella terra pronta all’uso.
Ci scommetto già piena di scatole cinesi.
Oggi sono già pronte, durature e di quasi pregevole fattura.
Pensate che Lamezia è del 68 e sta ancora in piedi.
Ma erano anni di riciclo e palazzinari, più o meno come ora.
E arriviamo all’iperbole, giunti a Sud quasi a Stromboli.
Questo è un lavoro per il neo Partito Cinètico.
C’è da contrattare col cinese e con le sue, di mafie.
Ma il progetto Lamezia merita tutto rrispetto.
Altro che quella micragna di Smilzo, lo stretto.
HongKong nasce villaggio detto porto profumato.
Noi abbiamo le incerte terme e l’incenso di Eufemia la santa.
Per un cinostart-up va bene istèss.
Altro che quei pezzenti Usa e getta.
E i resort rubati in Palestina.
Io ai cinesi che hanno grano e skills ci dò tutto il sud.
Per cominciare la Calabria di arance e bergamotti.
In Concessione, cioè in affitto, per 200 anni.
100 non bastano.
Quelli mettono tutto in ordine e in ghingheri.
Po mi portano un miliardo di cinoturisti all’anno.
Spenderanno pure poco ma sono talmente tanti.
Mandano tutto in overbooking.
In vacanza premio obbligata.
Il Cinetico Partito si sarà accordato con la cupola degli Zu.
Avranno fatto i bravi.
Per convenienza.
Tutti in colonia di quelle alla Finale o Maratea.
Per un mese all’anno come facevamo noi.
Ma con meno zeri demografici.
Sento già il borbottioso parlottio del parlamento.
Che si apra una commissione per dirimere la questione.
E allora ‘nu cazzo avete capito.
Se c’erano le mafie si accordavano in un attimo.
Ma che v’aggia di’, e comme avete fa’
Più gettito, più equità, più parità.
Se altri non lo hanno progettato già.
Siamo un democratico Stato bucato.
Come lo ha voluto chi Usa e getta
Allora remigra.
Che evoca le remiganti.
Di chi vola alto.
Con l’occhio lungo rapace.
Di chi su questa pista è capace.
Fùmatto Claudietto
Stai in fila per tre : in nome della nazione in fondo in fondo puoi
sempre emigrare.

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