2026 101 – Il mio nome non è nessuno.
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Parola : nome
Ulisse
disse io sono nessuno.
E
tanti saluti a Polifemo.
Metafora
di giganti moderni
Nana
umanità di piccoli microbi prìncipi.
Generalisti
di ogni categoria.
Tutti
sanno tutto.
Tutti
ti conoscono.
Tutti
ti vedono.
Ma nessuno
ti distingue.
Ma
quanto è vero.
Il
nome ti sottrae all’indistinto.
Ma
anche al mal distinto.
Il
nome è importante.
Il
nome non cancella nessuno, conserva.
Diviene
allora meno facile darti fuoco.
Come
accaduto nel moderno secolo della IA.
Perché
tu e lui vi conoscete per nome.
Per
certuni però non vale.
Perché
hanno dentro solo la bestia.
Da estirpare
quella si con il fuoco.
Ma
torniamo al nome.
Ero
a Colico accolto in comunità.
Arrivò
una ondata di migranti da Lampedusa.
Otto
furono smistati nella nostra sede.
Me
ne fecero e occupare e io lo volli fare.
Nessuno
aveva loro insegnato niente.
Nemmeno
una parola, un nome, di italiano.
Fatto
indicativo di una precisa volontà.
Quella
di trovare il modo di cacciarli presto.
Carne
da macello accolta a tradimento.
L’italiano
di base sarebbe servito.
Uno
straccio di quattro nomi si poteva insegnare.
Già
sapevamo che ci sarebbe stata la burocrazia.
Con
cui dovere interagire fino a redigere richieste di asilo.
Scritte
correttamente.
Ci
dovevamo preparare a recepire le loro storie.
Dovevo
cominciare col chiedere e capire il loro il nome.
Ma
loro non capivano quel “come ti chiami”.
Cosa
essere questo nome che ora tu me dire.
Così
loro pensare senza saperlo sostantivare.
Alla
fine, perseverando però riuscimmo.
E
scoprimmo tutti i loro nomi.
Tutti
impronunciabili.
Si
sarebbero poi dati loro stessi dei soprannomi.
Per
aiutarci ad aiutarli.
Più
che altro erano shortname abbreviativi
Attribuiti
con il classico espediente primordiale.
Tutti
a batterci il pugno in petto per indicare ogni io.
Non
senza confusione di contrizione con il gesto mea culpa.
D’altro
canto, io non me la sentivo proprio di chiamarli numerati.
Ma tu
ti immagi chiamare uno, due, tre fino a otto.
Poco
poco mi davano dello stracotto.
Per
evocare cotto nei forni.
Una
volta scoperto il nome, la via fu in discesa.
Li
chiamavo a rotazione per la lezione intorno al bancone.
Mi
aiutava un negro scuro scuro, agricoltore.
Era un
omone attempato dal Burkina Faso.
Dal nome
e soprannome Nufu fu un maestro in tante
cose.
Sapevamo
entrambi un po’di francese.
E
così triangolavamo nomi europei con gli africani.
Tavolo,
cibo, fame, cielo, terra, bagno, acqua.
Cose
che, non saperne il nome, ti rendono sordo e avulso.
Alla
fine in tanti ebbero l’asilo.
Discrimine
furono proprio quei pochi nomi in italiano.
Il
mio nome è nessuno, avevo pensato.
Ma invece
non è vero.
Il
mio nome non è nessuno.
E
forse si traduce con Nufu.
Fùmatto
Claudietto

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