domenica 30 novembre 2025

2025 12 05 – Musica di illogica portata.

2025 12 05 – Musica di illogica portata.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo Logical song Supertramp 1979

 

Da piccolo la vita sembrava meravigliosa.

Un magico miracolo in un cantico cantato.

Poi mi mandarono in giro ad insegnarmi.

A diventare funzionale, logico, responsabile, pratico.

Mi indicarono un mondo in cui essere fedele, clinico, razionale, cinico.

Mi addormentavo tra troppe domande per un giovane semplice.

Mi chiedevo chi fossi io per non essere loro complice.

Allora una voce nella mente mi diceva di tacere.

Di arruolarmi per non essere taggato cerebrale, radicale, liberale.

Dovevo essere come loro, bandito, ingordo, fanatico, criminale.

Firmare per essere accettabile, presentabile, rispettabile. Un vegetale.

Mamma mia che testo sacro.

Era il tempo che desideravo uno stereo da vinili.

A occasione meritata mio padre mi premiò.

Consigliato dal commesso ci mise anche un elleppì.

Un vinile di barboni con il groove a colazione.

Quella era vera roba da campioni.

Troppo poche le canzoni.

Le ripetevo tutto il giorno.

Gli facevo fare andata e ritorno. (Fossati)

Scavavano nel profondo.

Qualcosa aleggiava tra quei versi.

Erano suoni e voci di profeti.

Si dice che è solo musica leggera.

Che qualcuno la dovrà pur suonare.

Ripescata nel vinile universale.

Tra solchi incisi nella neurosfera.

La verità è che è uno specchio.

Pesante di realtà nascoste o esposte.

Ci volle più di un ventennio.

Per sentire lo specchio a orecchio.

Ricontai le canzoni di sana lucida pazzia.

Mille volte e passò il dolore di essere solo.

La logica era bella che andata e dimenticata.

Fu un trionfo di illogica portata.

Sulla lunga via di casa ritrovata.

Figata reiterata.

On the long way home.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Take the long way home

Logical song











venerdì 28 novembre 2025

2025 12 04 – Alcolisti verdementa

2025 12 04 – Alcolisti verdementa.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo Caputo Sabato italiano del 1983

 

Noi facevamo, noi credevamo, noi parlavamo, noi bevevamo.

Noi eravamo etilisti precursori.

Si girava tra le ombre a cavalcioni del lamierone.

La mia auto verdementa navigava nella notte.

Era nota, era la sola con quel colore da sborone.

Cercavamo taverne, locande, osterie, trattorie o bettole da vino sfuso.

Certe volte erano baracchini come quello sulla 90 91.

Vendeva alcool sfuso con una etichetta onesta.

Diceva solo “bianco o nero”.

Per il vino vero torna in trattoria.

Non c’era mica la sarabanda moderna.

Scarni aperitivi senza alcuna apericena.

Coca e anfe erano assunte come lusso.

Poi qualcosa si ruppe.

Fummo inondati di cultura alcolica.

Quella tossica seguì a ruota.

Si pippava per potere bere di più.

Complice o meglio artefice fu l’America della tivù.

Basta farsi un giro per vederli tutti a bere e a scopare.

Pieni di pippi legittimati e dilagati nei costumi e usi.

È il grande mito che ci ha fregato che sei un eroe se sei suonato. (Capossela).

Ma non siamo mica qua a fare sociologia.

Now show me the way for the next whisky bar (Alabama song di Brecht prima che dei Doors)

È quasi l’ora delle streghe.

Inforchiamo il lamierone in tutto il suo verde splendore. (Lamierone è Capossela di imbestiati dalla birra)

Arriviamo al cocktail bar chiamato Tango. (Quello del contrabbandiere alPino)

Era li che mi aspettava con l’insegna verdementa.

Si beveva talmente tanto che il whiskyy implacabile tornava su.

Un pippotto come all’aperitiro e si diventava letterari.

Erano i sabati italiani perlomeno a Milano circa centro.

Diventarono settimane, mesi e anni.

Eravamo già stati etilisti, che mi suona più gentile.

Diventammo tutti alcolisti e altri isti.

Portatori finché sani di dipendenza tossica.

Tutta colpa di quelle insegne verde mente.

Che ci guidavano come falene impazzite.

Sul lamierone verde menta.


 Kalimmudda ipsum dixit

Sabato italiano

  

Lamierone verdementa




 

giovedì 27 novembre 2025

2025 12 03 – Il contrabbandiere alPino

2025 12 03 – Il contrabbandiere alPino.

Per Onda su Onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: A me me piace 'o blues Pino Daniele originale del 1980

 

A me me piace’o blues e tutti i giorni aggia cantà.

Perché so’stato zitto e mo’ è ‘o momento ‘e mi sfoga’.

Tengo ‘a cazzimma e faccio tutto quello che mi va.

Perché senza contrabbando io già stavo al camposanto.

L’ultimo è un innesto su pezzo al Pino.

Ma d’altronde sono stato dichiarato pazzo.

Col vantaggio che posso bene rompere il cazzo.

Eravamo negli ottanta, molto ruggenti troppo fetenti.

L’obsolescenza programmata aveva da poco ucciso il compact disc.

Sembrava una innovazione epocale.

Durò solo qualche anno, poi il dio del consumo inventò gli mp3.

Io ero un compratore seriale del disco da laser.

Me li guardavo toccavo e non solo ascoltavo.

Con gli amici ci passai giornate e nottate intere.

Così un giorno dissi basta al dilagare della bestia.

Caricai dei valigioni nella mia auto lamierone.

E partii alla volta della casa sull’alpe elvetica.

Avevo un lucido piano in mente, sovversivo certamente.

Per giungere alla magione c’era però da passare la frontiera.

Col gendarme in uniforme in un posto di confine detto Trasquera.

La divina provvidenza contenuta nel carico di note mi soccorse.

Pur tanto ligio, al generale scappò un provvido piscio.

E io valicai il bel passo del Simplòn.

Mi misi di impegno a masterizzare i cd in emmepitre.

Assorto per alcuni mesi, diciamo un paio o tre.

Ad opera compiuta presi la strada del ritorno.

Contrabbando anche stavolta, ma invisibile binario.

Giunto a casa a Milano rimirai la grande opera.

E diedi il là al piano iniziato al Pino.

Seminai a parenti e amici mille cd masterizzati in un disco solo.

Tra i tanti, uno anche al tango locale di un amico.

Jazz, leggera, blues e altro, anche il tango era giusto.

E così il contrabbando alimentò il soundtrack del Naviglio.

Se non era per il contrabbando ascoltereste solo monnezza.

Ma meno male che tengo la cazzimma.

E sona mo’.

 

Kalimmudda sull’Onda su Onda

Sona mo' cazzimmoso

 

 



 



 

 

 


 


  

mercoledì 26 novembre 2025

2025 11 26 – Storno adorno sui pedali

2025 11 26 – Storno adorno sui pedali.

 

Adorno era lo storno che quel giorno già pensava al ritorno.

Laddove era migrato c’era un caldo da forno.

Filosofeggiava sulla presenza di un divino dio Torno.

E sul perché non gli avesse donato un sotto piumaggio lanoso.

Avrebbe potuto restare comodo nel nord dei lumbard.

O al massimo scendere in volo ma non oltre Orte.

Saraccò una aviaria bestemmia dal suono tipo porcototorno.

Al ricordo di quando si era trovato quel manto.

Scarso di lane e di piume ma pieno di penne.

Senza sapere manco scrivere che non aveva le dita.

No no questo Torno non è minga troppo buono, ripeteva.

E così passarono i giorni delle stagioni.

Fino a che arrivò l’ora dell’agognato ritorno.

Intonò un pio pio cip cip alla bela madunnina.

Santa quasi o più di re Torno.

Si sa che troppo filosofare confusione può portare.

E così aveva scordato la differenza di potere temporale.

Insomma, stava pregando un re visto.

E non un divino dio pio.

Come sia sia qualche cip diede il segnale.

Aiuto.

Emergenza.

Serve un’auto emergenza.

Qualcuno pensò di fare il viaggio in macchina.

La transvolata era roba in apparente fuori portata.

Ma poi operò una forza ignota forte più di Torno.

L’emergenza si fece emersione.

Sempre con l’auto davanti, in auto emersione.

Orde di storni si trovarono in ordine.

Il decollo fu roccambolesto.

Tosto divenne la solita nera nube nel cielo.

Ma quanta noia e fatica una vita di stormo.

Quasi quasi divento anarchico, filosofeggiò.

Provò a virare a destra ma non ebbe fortuna.

Rimbalzò sulle ali dei camerati in nero.

Evitò il tracollo proprio per un pelo di penna.

E ritosto si lanciò a sinistra.

Lo stormo si aprì e lui prese il volo nel cielo.

Libero sì ma alla mercè dei predoni.

Per grazia di Torno riuscì a tornare in stormo.

E riprese il volo comune verso il ritorno.

Il plotone però volava stentato.

Sbattevano lenti le nere ali tutti uguali.

Adorno perse la pazienza.

Si alzò sulle ali dei pedali.

Sfilò tutto il plotone di camerati.

E guidò la fuga nell’aria tagliata.

Ad un tratto passò la staffetta.

A condurre fu un compagno di ritorno.

E riprese la danza dell’ordine.

Era bastato quel colpo di ali ai pedali.

Poi tutto successe per ordine naturale.

Adorno osservava tutta la scena da sopra Orte.

Disse che quella roba era filosofia forte.

Storno era quasi arrivato che terminò la benzina.

Le ali ingessate lo picchiarono via dal volo.

Erano proprio sopra Orte quando ebbe cattiva sorte e ali corte.

Quello scatto sui pedali gli costò la morte.

E l’ultimo chiuda le porte.

Della percezione.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Difficile non è partire contro il vento

 



 

 

 

 

 


 

 

martedì 25 novembre 2025

2025 11 24 - I numeri che non contano più

2025 11 24 - I numeri che non contano più.


 
Profughi, migranti e affini sono definizioni della stessa cosa.

Sono quelli che per noi sono solo cifre.

Una astrazione nel nostro crasso benessere.

Per noi sono solo numeri immaginari.

Che non conta più nessuno.

Ho visto il film Io capitano.

Perlomeno mi sono documentato.

Tra Gaza e Ucraina è tornata in auge l’Africa intera.

Fino a ieri me la ero dimenticata.

Ora però la ha menzionato perfino il tiggi di Stato.

Con quel placebo di piano Mattei tutto ingiuggiolato.

Ringraziate il televisore, deus ex machina manipolatore.

Ah già, vedi come è labile la memoria.

Mi ero dimenticato i numeri di Siria.

Nel complesso le orde di migranti e profughi sono sparite.

Dai radar dei nostri pensieri.

Dovevamo essere invasi da ogni fronte.

Non sappiamo nemmeno dove sono.

Tranne qualche decina che aspetta compagnia in Albania.

Ci aspettano da anni a cancelli aperti i nostri lager d’oltremare.

https://cloeconomie.blogspot.com/2023/11/2023-11-09-i-lager-doltremare.html

Che trovata geniale.

Chissà quanti altri sono i luoghi di amenità della morente umanità.

Metti allora che non gli do un nome, ma solo un numero.

Glielo dovrò far tatuare.

Come negli orrori di tempi andati, passati solo per finta.

Allora voglio ricordare che i miei migranti li ho conosciuti per nome.

Ma non ve li dico per riserbo.

Al Gabbiano ne ricevemmo qualche decina.

La prima cosa che facemmo dopo averli vestiti fu improvvisare corsi di italiano.

Nessuno in tanti mesi precedenti glieli aveva fatti.

A dimostrazione che non erano i benvenuti finali.

Grande errore non capire che accoglierli è una opportunità.

Io applicherei l’ingegno nazional razziale per accoglierne a più non posso.

Dopo avere pure toccato con mano diretta le loro dignità e abilità.

Ci scrissi allora Viaggio nei conti di sistema : partire con i migranti, approdare off-shore  

Sento allora di procedere alla dimostrazione.

Risultato del teorema sarà l’evidenza che numeri non sono.

Uno col suo quaderno nuovo era il più attento alle lezioni.

Provetto agricoltore giocava con tutta la nostra scontata acqua che in Burkina Faso si sognava.

Qui la spruzzava nell’orto mentre mi insegnava a zappare come Allah comandava.

Due e tre erano entrambi agricoltori dal Bangladesh.

Raccolsi le loro storie parallele di strozzini, terre rubate e vite espropriate.

Mi ricordo una incredula dignità, sottomessi a qualche divina volontà.

Quattro è un ricordo più sottile, non so più da che paese ma mi pare fosse curdo.

Vivevamo nella stessa casetta a piano terra.

Dove lui passava il tempo affacciato alla finestra.

In attesa con pazienza santa e senza resa di chissà cosa.

Cinque lo accompagnammo in tribunale per richiedere l’asilo politico.

Aveva i rudimenti di italiano che gli avevamo insegnato.

Io che avevo raccolto la sua storia ero tutto infervorato e spiegavo al giudice.

Mi disse che aveva capito ma di stare zitto o mi cacciava.

La sua storia la doveva dimostrare lui e in italiano.

Lui lo fece e la sua pratica dopo qualche tempo venne accolta.

Il ricordo più commovente me lo lasciò Sei.

Nel gelo del freddo invernale avevo avvisato tutti che forse avrebbe nevicato.

Non conoscevano la neve e non sapevano come vestirsi.

Penso che immaginassero un’apocalissi.

Sei, arrivato da qualche Africa nera, si fotteva già di freddo.

Si premurava di aprire appalla la valvola del termosifone della nostra stanza.

Ci veniva un caldo porco che per me era soffocante.

Ma lui si infilava lo stesso sotto le coperte.

Di nascosto mentre dormiva chiudevo la valvola.

Il giorno dopo, quando andavamo a dormire, la ritrovavo aperta.

Mi armai di pazienza, gli avevo detto io che il freddo uccide.

Proseguimmo per dei giorni il balletto valvolare.

Finché un giorno la trovai chiusa.

Non aveva nevicato.

E lui mi fece un sorriso.

1,2,3,4,5,6.

Ecco i migranti che ho conosciuto per davvero.

Uomini che non lasciano mai la mia memoria.

Perché ne conosco nome e storia.

 

Kalimmudda ipsum dixit

Children of Babylon

 

Anima gabbiana



 

 

domenica 23 novembre 2025

2025 12 02 – Birth of "Onda su Onda".

2025 12 02 – Birth of  "Onda su Onda".

Per onda su onda, via www.shareradio.it. Sottofondo: Onda su onda versione Paolo Conte

 

Riascolticchio birth of the cool.

Disco coolt di Miles Davis del 57, io del 66.

Letteralmente sta per nascita del figo.

Praticamente equivale a dire una figata.

C’entra perché così nasce questa rubrica.

Il fatto è che son passati i tempi antichi.

Quelli che dal medico che ci vado a fare.

Non voglio mica smettere di bere e di fumare.

Esco dunque dall’incontro sanitario.

Devo evitare di uscire dal binario.

Deragliare in questo nuovo mare solitario.

Dove mi hanno pensionato come un usa e getta.

Hanno spalancato le porte al mio noto ignoto.

È l’approssimarsi di un passo alla morte certa.

Il rischio è nella mia indole da controllo.

Se volete ammazzarmi vi precedo e faccio io.

Veicolo finale sarebbe un bel sovradosaggio.

Sotto la metro mi sentirei un disturbo.

Causerei troppo disagio, una scusa per il coraggio.

Così mi arrovellavo mentre chissà cosa pensavo.

Quando si alza quel vento del vuoto e l’anima si buca.

Tu ti senti di affogare mentre annaspi a galleggiare.

Onda su onda una marea sembra portarti via.

Alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva.

Ma all’orizzonte albeggiò un provvido intervento.

Lo operò quel sacramento di servizio nazionale.

Denigrato e disprezzato da chi non ha memoria.

Certo ci sono le code, i ritardi e i tempi di attesa.

Ma io non farei a cambio con il congolese.

Mi hanno prescritto accertamenti.

E poi una nuova strana cura detta radioterapia.

Si sono inventati un formato per me personalizzato.

E abbiamo convenuto tre minuti di parole e note.

Per cercare di sorridere tra memorie e nano storie.

O alla peggio tra deliri strutturati.

Una marea o una risacca, vai a sapere.

Da marosi congolesi a cavalloni mediolanesi.

Ecco qua la radioterapia su misura.

Ecco qua onda su onda.












 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2025 11 23 – Lo strabismo dell’anima imperfetta

2025 11 23 – Lo strabismo dell’anima imperfetta.

Per www.parolebuone.org su www.shareradio.it : imperfezione

 

Voglio fare una entrata ad effetto.

Un incipio a parlare di imperfetto.

Contro il luogo comune del perfetto.

È così attuale e sui tivvì che quindi lo sfrutto.

Un giorno tutto apparirà meno stretto.

Nel senso come del caffè ristretto.

La camera inquadra uno scorcio di desaign.

Casa per niente umile e quindi disonesta.

L’armata di noi imperfetti non potrà mai permettersela.

Sfila lento il figuro dal famoso mascellone.

Schiscia il bottone e l’aggeggio fa il caffè.

Mascellone lo gusta in disonesta estasi.

In quel mare di perfezione una voce dice solo: 

“peffetto”.

Ma come, chissà quanti milioni di milioni di dollaroni.

E mi storpiate anche la lingua,  mica solamente la mente.

Ecco, questa è l’imperfezione cognitiva dilagante.

Accettata passivamente come buoi.

Poi però l’imperfezione della perfezione manco la cagate.

Non vi viene mica in mente che sia funzionale.

La biodiversità vi sta bene per scarafaggi e ortaggi.

Ma l’altro umano meglio che vada calpestato via.

In un tempo trapassato io imperfetto ci sono nato.

Secondo la definizione di chi pensa a perfezione.

A dieci anni ero chiuso in un mondo inventato nei libri.

Mi fecero curare, ma non successe niente e mi rituffai nei libri.

A 15 anni smisi di mangiare per mesi.

Mi avevano estirpato dal mio vero primo amore.

Anche li fui da curare, imperfetto per troppo grande amore.

La mia imperfezione mi veniva rimbalzata dappertutto.

Tra pianti indicibili e sofferenze e inspiegabili.

Ma come, hai ogni caffè peffetto e mangi pure cavialetto.

Che cosa hai di non perfetto.

Imparai a nascondere il disagio.

E adeguarmi al sociale contagio.

Adeguamento completato, un giorno lo  credettero.

Socializzazione yes, col puntemès.

Ma non sulla verità del sentire.

Smisi di chiedere riconoscimento.

Fino a che esplosi e rivelai il tragico difetto.

Ero strabico.

Come Venere avevo quello strabismo.

Quello che ti rende più interessante.

Il mio sta più dentro.

Ci ho lo strabismo dell’anima.

Ho il cervello un po’ stonato.

Ma che sente più e meglio degli altri.

Ho cercato di spiegare come funzionassi.

Poi ho smesso o ci provo assai di rado.

Io dalla mia imperfezione sono dipendente.

Perché so che semmai è solo funzionale biodiversità.

In quanto tale l’imperfezione non toglie valore ma lo aggiunge.

Ma io non sono menomato.

Sono pure laureato.

E stateve accuorte.

Pecchè....

 

Kalimmudda ipsum dixit

Imperfettissima perfetta : stateve accuorte.

 

Impeffezione