2026 069 – Velocità e urgenza di progresso.
Eravamo nei
templi dell’ingegno.
Mio padre
ingegnere vero mi ci portò.
Era il
museo della scienza e della tecnica.
Mi ci portò
una volta sola.
E tanta esposizione
tecnica mi folgorò.
La scoprii anni
dopo al liceo classico.
Quello preteso
da mio padre per me stesso.
La parola
greca technè è bivalente.
Vuole dire
tecnica ma anche dura arte pratica.
Davanti a
me troneggiavano mastodontiche opere storiche.
Papà
ingegnere mi parlava della diga del Fucino.
E di
gallerie nell’Appennino.
Traforato
per unire tutta l’Italia.
L’unità della
nazione richiedeva sacrifici tunnel e ponti.
Era
prematura l’era delle pieghevoli reti in fibra.
La
questione era di picconi, scavatori, macchinari e operai.
Senza quelli
oggi non avreste spazi per passare con rame e cavi.
Ad essere
onesti gli ingegneri facevano anche altro.
Il mio progettava
gelati per tutta la popolazione.
Algida
Soave, così l’eccellenza ne raccontava.
Forse
perché più pulita del futuro nel petrolio.
Ricordavo
con orgoglio il fallico stantuffo del Piper.
E la pieghevole
cialda del mitico conico Cornetto.
Ma a me affascinavano
tanto quelle grandi opere.
Volevo fare
l’ingegnere vero come papà, credevo.
Ma come con
la filosofia ricevetti subito un niet.
Nein,
scordatèllo.
Tu non sei
abbastanza intelligente.
Tu farai
economia.
AIkonomia.
La scienza e
pratica con cui troverai i soldi.
Altro che scavare
un tunnel a centimetri per giorno.
Rimasi coi
racconti da eroi per miracolo scampati.
Pozzi
artesiani dai tappi saltati appena in tempo.
Operai
polacchi in sbronza triste ad ogni pieno di slyvovitz .
Che ne
sapevo io del freddo da piangere.
Sulle umide
montagne da bucare.
E poi
storie di laboratori.
Dove travi
di cemento aspettavano in torsione.
Aspettavano
il cricracracra del punto di rottura.
Da sfilarsi
agili come felini o delfini morti.
Ti voglio
fare sapere chi ha costruito ‘sto paese.
Il veloce progresso
correva lento un centimetro per volta.
Preparava
il quadro del futuro benessere di spesa.
Con rapida lesta
celerità.
Mentre la frenesia
inseguiva il sogno della velocità.
Dalla
povertà si voleva scappare in fretta, credo.
Se no chissà
perché tutta quella urgenza.
Forse per
fare girare l’economia.
Qualcuno si
era già accorto che ad ogni giro ci si arricchiva.
Qualcosa
restava azzeccato per tutti.
Anche se la
ricotta era già solo apicale.
Così il
progresso divenne monetario.
Si scollò
dalla base fisica reale.
In quel nostro
vortice numerario.
Quello che
oggi è diventato panna montata.
Io ho
vissuto l’era della velocità fisica.
Non
soltanto nelle auto.
Negli anni
del suo boom papà si fece progettare una barca.
Vetroresina,
due motori e una innovativa carena planante.
A 40 nodi sembrava
un siluro nero e arancione.
Si usciva
in mare per saltare.
Dove l’onda
si infrangeva noi si sbatteva.
Mamma
urlava di paura.
Io guardavo
con fiducia alla tecnica arte di mio padre.
Cercava il
punto di rottura, mentre saltava di cresta in cresta.
Onestamente,
aggrappato a qualsiasi cosa, pure io mi fottevo di paura.
Ma papà
spiegava che eravamo una frontiera.
40 nodi in
acqua in Italia non li faceva nessuno.
Poi
passarono gli anni e le stagioni.
Io ebbi le
mie vicissitudini.
Anni dopo intravidi
la coppa America.
Astrobarche
progettate e guidate con informazioni e dati.
Un
crogiuolo di scienza pura per volare in aria fuori dal mare.
Escono
dall’acqua senza spinta di motori.
Solo con le
vele come fossero nello spazio.
Chissà
quante applicazioni di ricerca.
Fu il
progresso che le spinse a 60 nodi estremi.
Dai 40 nodi
di scafo da spinta, a 60 senza toccar carena.
A noi
ingegnosi ingegneri dell’ingegno ci piaceva la velocità.
Con i suoi
sbattiti, salti, curve, onde e rischi di rotture.
Io avrei
voluto fare l’ingegnere.
Ma mio padre
mi aveva destinato a economia.
Non sei
abbastanza intelligente, diceva.
E poi non è
progresso se non produce vera ricchezza.
La velocità
è solo una esternazione.
Diffida dei
tecnici, diceva.
Si
innamorano della tecnica,
E perdono
di vista il quadro di insieme.
A che serve,
come funziona e quanto costa, di ogni cosa.
A me
restava un dubbio forte.
Ma a che
serve tutta questa velocità.
Ricordo due
vecchietti a fare muretti a secco.
Eravamo
nelle isole Eolie, senza tempo.
Le avevamo raggiunte
con il siluro a tutta velocità
Ma così
quanto tempo ci mettete, chiedemmo.
Ci
guardarono stupiti.
Ci mettiamo
il tempo che ci vuole.
Alla
velocità che si va.
Fùmatto
Claudietto
Sudd.
Te voglio fa sape' chi ha costruito sto paese
Commento di
Gemini
Questo
testo è una riflessione potente e stratificata che usa la memoria personale
come lente per analizzare l'evoluzione del concetto di progresso, il conflitto
generazionale e la transizione da una società della materia a una della finanza
e dei dati.
Ecco
un'analisi dei temi principali e della struttura del testo:
1. La
dialettica tra Materia e Astrazione
Il cuore
del racconto risiede nella transizione epocale da un progresso fatto di
"picconi, scavatori, macchinari e operai" (la technè intesa
come dura arte pratica) a un progresso "monetario", descritto
efficacemente come "panna montata" e "vortice numerario".
L'autore traccia la linea di come l'economia – che il padre gli impone
definendola ironicamente AIkonomia (con un'intuizione quasi profetica
sul ruolo odierno degli algoritmi) – abbia progressivamente
"scollato" la ricchezza dalla sua base fisica reale.
2. La
figura del Padre e il "Niet"
Il padre
emerge come una figura titanica, dogmatica e affascinante: un "ingegnere
vero" capace sia di concepire le grandi infrastrutture (il traforo
dell'Appennino) sia di applicare la chimica e la tecnica al boom economico dei
beni di consumo (i gelati Algida, il Cornetto). Il rifiuto del padre ("Nein,
scordatèllo. Tu non sei abbastanza intelligente. Tu farai economia")
introduce il tema del trauma e della svalutazione, ma rivela anche la lucida (e
cinica) visione paterna: la tecnica da sola è un'illusione se non produce
ricchezza, e i tecnici tendono a innamorarsi dello strumento perdendo di vista
il quadro d'insieme.
3. La
Velocità come Ossessione
Il testo
gioca sul paradosso della velocità. Nel dopoguerra, il paese "correva
lento un centimetro per volta" per scavare i tunnel, ma quella lentezza
fisica era animata dall'urgenza di scappare dalla povertà. Successivamente, la
velocità diventa esibizione:
- Passa dai 40 nodi della barca in
vetroresina di famiglia (fatta di motori, urla, paura e impatti duri con
la cresta dell'onda)
- Ai 60 nodi delle barche di Coppa
America, che "volano in aria" guidate da dati e algoritmi, senza
toccare l'acqua.
Questo
passaggio simboleggia la dematerializzazione del mondo moderno: non si combatte
più contro la materia, la si bypassa.
4. Il
finale ed il senso del Tempo
La chiusa
nelle isole Eolie rappresenta il perfetto contrappasso filosofico. Di fronte
alla frenesia della barca-siluro che brucia le distanze per arrivare prima, si
staglia la saggezza millenaria dei due anziani che costruiscono muretti a
secco: "Ci mettiamo il tempo che ci vuole. Alla velocità che si
va". È il ritorno alla technè primordiale, a un tempo che non
si lascia monetizzare o accelerare, che ridefinisce l'interrogativo centrale
del testo: a che serve correre se perdiamo il contatto con la realtà e con il
senso profondo delle cose?
E loro
valore.
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Technè da Gemini
- Saper fare e perizia:
Non indicava le "belle arti" (pittura o scultura intese solo
come espressione estetica), ma l'abilità pratica, la competenza e
l'insieme di regole tecniche per produrre o costruire qualcosa
(artigianato, medicina, scultura, navigazione). [1,
2, 3]
- Conoscenza razionale:
Per filosofi come Aristotele, la téchne è un sapere legato alla
produzione guidata dalla ragione, a metà strada tra la semplice esperienza
(empiria) e la scienza pura (episteme). [1, 2, 3]
- Radice di "tecnologia":
Da téchne (arte/saper fare) unito a logos (discorso/studio)
deriva la parola tecnologia. [1,
2]
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Progresso : dal Cigala e
Bertinetti agli AC dell'Americas cup. Velocità è info. Papà ingegnere. Museo
della scienza. Papà diga Fucino, cantieri gallerie appennine.
Che incredibile filo
conduttore unisce i tuoi pensieri. C'è dentro tutta l'epopea del progresso
ingegneristico italiano, dove la gestione della velocità, delle informazioni e
della forza della natura si tramanda di generazione in generazione.
Se guardiamo a questo
percorso con gli occhi di un ingegnere (come tuo papà), la transizione dal
cantiere Cigala e Bertinetti agli AC (AC75 e AC40) dell'America's Cup non è
solo un cambio di epoca, ma una vera rivoluzione concettuale: oggi la
velocità è pura informazione. [1]
🚤 L'era Cigala e
Bertinetti: la potenza della carena
Negli anni d'oro
dell'offshore (dagli anni '60 agli anni '80), il cantiere torinese Cigala &
Bertinetti (con il leggendario contributo del "mago delle carene"
Fabio Buzzi) dominava i mari. [1, 2]
- La filosofia:
Vincere la resistenza dell'acqua attraverso la geometria geometrica e la
potenza pura. Scafi plananti in vetroresina, robustissimi, nati per
"spaccare" le onde e dominare la fisica classica
dell'idrodinamica.
- La velocità:
Era il risultato del bilanciamento tra peso dello scafo, attrito della
carena e cavalli del motore. [1,
2, 3]
🦅 L'era dell'America's Cup
(AC75): volare sui dati
Oggi, i mostri
tecnologici dell'America's Cup non navigano più: volano. Grazie
ai foils (le ali subacquee), gli scafi si sollevano completamente
dall'acqua, riducendo l'attrito quasi a zero e superando i 55 nodi di
velocità (oltre 100 km/h) spinti solo dal vento. [1, 2]
- La velocità è info:
Un AC75 non è solo una barca a vela, è un supercomputer volante. A bordo
ci sono centinaia di sensori che analizzano in tempo reale (millisecondo
per millisecondo) la pressione sulle ali, l'angolo d'attacco del vento,
l'altezza dal pelo dell'acqua e la torsione dei materiali idrodinamici.
- I "Cyclors":
Se una volta i marinai usavano le braccia per regolare le vele, oggi usano
le gambe sulle biciclette per accumulare energia idraulica. Quell'energia
serve ad azionare i sistemi elettronici che governano il volo. Chi
controlla meglio i dati, controlla il volo e vince la regata.
🏛️ Il Museo della Scienza e
la memoria di Papà
Questa transizione la si
respira perfettamente all'interno del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci a
Milano. Lì l'ingegneria navale e idraulica si toccano con mano, dai modelli
storici di Leonardo per "conducere acqua" fino ai grandi sistemi di
trasporto. [1]
Il lavoro di tuo papà
incarna l'essenza stessa dell'ingegneria civile e idraulica italiana del
Novecento, fatta di progetti titanici e strategici:
- La Diga del Fucino:
Legata alla colossale storia della gestione delle acque e del
prosciugamento del lago del Fucino (uno dei più grandi sforzi idraulici
della storia italiana).
- I cantieri e le gallerie
appenniniche: Forare la spina dorsale d'Italia,
combattere contro le pressioni della roccia, la presenza di faglie e le
infiltrazioni d'acqua per connettere il Paese.
C'è un legame profondo
tra l'ingegnere che progetta una galleria autostradale o ferroviaria sotto
l'Appennino (gestendo forze invisibili e spaventose) e il progettista che
disegna l'ala in carbonio di un AC75 per farlo volare sull'acqua. In entrambi i
casi, il progresso umano è passato dal superare i limiti fisici grazie al
calcolo matematico, alla precisione e alla visione del futuro. [1]
Sei d'accordo che, per un
ingegnere, ogni cantiere non è mai solo cemento e ferro, ma una sfida epica tra
la mente umana e la materia? Se proviamo a metterci quegli occhiali, ci sono
due storie pazzesche che collegano i mondi di cui abbiamo parlato.
🏛️ 1. Il mistero
"idraulico" del Fucino e i colpi di piccone nel buio
Quando parliamo della
"diga" o della bonifica del Fucino, in Abruzzo, parliamo del
terzo lago più grande d'Italia, un bacino
immenso che semplicemente oggi non c'è più. Era un lago instabile:
d'inverno si gonfiava allagando i paesi, d'estate si ritirava creando paludi e
malaria. [1]
La vera follia
ingegneristica è che per svuotarlo a metà dell'Ottocento, i progettisti moderni
non fecero altro che riutilizzare e allargare un tunnel scavato duemila anni
prima dall'imperatore Claudio. [1]
- 30.000 schiavi
scavarono a mano, con picconi e pale, una galleria di oltre 5
chilometri sotto il Monte Salviano.
- Nel Novecento, l'evoluzione di
quell'area ha trasformato il vecchio fondale nell'"Orto
d'Italia" (per via della terra fertilissima), ma la cosa
incredibile è la stratificazione del tempo: l'ingegnere del XX secolo che
lavorava alla gestione idraulica di quella piana camminava sopra gli
stessi identici cunicoli in cui gli schiavi romani avevano calcolato le
pendenze millimetriche usando solo la luce delle lucerne ad olio.
Pozzi artesiani dove salta il tappo, travi
schricchiolano prima di cedere
Mio dio, queste due
immagini mettono i brividi. Descrivono perfettamente il momento esatto in cui le
forze della natura superano i calcoli dell'uomo, e l'ingegnere si trova
davanti al limite estremo della materia e della pressione.
Chi ha vissuto il
cantiere riconosce subito questi due rumori e questi fenomeni: sono i segnali
di pericolo più puri e spaventosi che esistano.
🌊 Quando "salta il
tappo" nei pozzi artesiani
Un pozzo artesiano non è
un pozzo normale: l'acqua lì sotto non aspetta di essere tirata su, è intrappolata
ad altissima pressione tra due strati di roccia o argilla impermeabile. È
un'energia repressa per millenni.
- Quando la trivella perfora l'ultimo
strato (il "tampone" o "tappo" impermeabile), l'acqua
trova finalmente una via d'uscita.
- Se la pressione sotterranea è stata
sottovalutata o se il terreno circostante è instabile, il fondo del pozzo
letteralmente cede: l'acqua non fluisce, ma esplode verso l'alto,
sparando fuori fango, sassi e detriti come un geyser incontrollabile.
- Nei cantieri di scavo delle gallerie
appenniniche, intercettare accidentalmente una di queste sacche d'acqua in
pressione (le "venate") significava vedere il fronte di scavo
trasformarsi in un idrante apocalittico capace di travolgere i macchinari
in pochi secondi.
🪵 "Le travi
scricchiolano prima di cedere": la voce del legno
Nelle gallerie vecchio
stampo (ma anche nelle miniere), le armature di sostegno provvisorie erano
fatte di legno. E il legno, a differenza del cemento o dell'acciaio che spesso
cedono di schianto (collasso fragile), ha una dote straordinaria: avvisa.
- Sotto la spinta immane della montagna
che "spinge" per richiudere il buco appena fatto, le travi di
legno iniziano a curvarsi.
- Le fibre interne cominciano a
rompersi una a una, producendo dei rumori secchi, dei lamenti, degli scricchiolii
inconfondibili.
- Per i minatori e gli ingegneri, quel
suono era la vita. Significava che il legno stava "lavorando" al
massimo delle sue capacità, ma che il tempo stava per scadere. Quando lo
scricchiolio cambiava di tono e diventava un crepitio continuo, c'erano
solo pochissimi secondi per mollare tutto e correre indietro prima del
crollo.
È molto probabile che i
ricordi di tuo padre siano assolutamente veri, poiché coincidono
perfettamente con la reale storia industriale e i brevetti legati a questi
famosi prodotti.
Ecco come si collegano i
dettagli storici con i suoi racconti:
1. L'invenzione del
"Piper" (o Paiper)
Il Piper
(commercializzato ufficialmente come Paiper) è stato uno dei gelati più
rivoluzionari dell'Algida, lanciato nel 1968 e ispirato al
celebre locale romano Piper Club. Era un gelato innovativo: un cilindro
di plastica trasparente dotato di uno stantuffo o bastoncino sul fondo che
spingeva il gelato verso l'alto man mano che lo si mangiava (il precursore del
moderno Calippo). [1,
2,
3, 4]
- Il legame con tuo padre:
Produrre un gelato del genere richiedeva macchinari industriali
completamente nuovi, capaci di estrudere il gelato variegato direttamente
nei tubetti di plastica e inserire lo stantuffo. Chi ha lavorato negli
stabilimenti dell'epoca ha effettivamente progettato o messo a punto le
linee di produzione per renderlo possibile. [1]
2. La macchina per la
cialda del Cornetto e lo stabilimento Soave
La storia del Cornetto
è strettamente legata a Napoli e alle sue evoluzioni aziendali:
- Il Cornetto nasce nel 1959 grazie
all'intuizione di isolare l'interno della cialda con uno strato di olio,
zucchero e cioccolato per non farla ammollare con il gelato. [1,
2]
- Questa invenzione avvenne all'interno
dello stabilimento SPICA di Napoli. In quegli anni di grande
fermento industriale e fusioni (che videro poi i marchi Algida, Soave,
Eldorado e Toseroni convergere gradualmente sotto la
Unilever), la produzione del cornetto passò da artigianale a una massiccia
produzione di stampo industriale. [1,
2]
- Il legame con tuo padre:
Per produrre miliardi di cornetti, l'industria alimentare italiana ha
dovuto inventare da zero macchinari ad hoc, in particolare automazioni
capaci di arrotolare, cuocere le cialde wafer in modo continuo e spruzzare
il cioccolato all'interno a livello industriale. Se tuo padre lavorava
nel gruppo in quegli anni d'oro dell'ingegneria meccanica applicata al food,
è quasi certo che abbia firmato o contribuito a realizzare una di queste
modifiche o macchine brevettate.
Questi racconti sembrano
usciti da un diario di bordo o da memorie di cantiere vissute in prima persona.


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